CENSIS 2025. I LAVORATORI FANNO POCO E NON SI INTERESSANO DELLE IMPRESE. CHISSÀ COME MAI

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CENSIS 2025. I LAVORATORI FANNO POCO E NON SI INTERESSANO DELLE IMPRESE. CHISSÀ COME MAI

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di Giusti, S. Macera, E. Gentili

 Il nodo della produttività

«Se si sposta l’analisi al livello macro, l’Italia nel confronto con i maggiori paesi europei e con l’Unione europea nel suo complesso presenta negli ultimi anni una variazione negativa della produttività del lavoro, risultato questo di una crescita delle ore lavorate a fronte di un valore aggiunto incrementato non con la stessa intensità delle ore lavorate»[1]

Nel Rapporto Censis 2025 si conferma, dunque, quanto scritto negli ultimi mesi intorno ai temi della bassa produttività e dell’assenza di democrazia nell’organizzazione aziendale. In sostanza non si punta al reale coinvolgimento dei lavoratori nei processi produttivi ma, piuttosto, alla loro cooptazione a fini di mero controllo. Questa situazione contribuisce a generare disaffezione verso l’attività professionale, che a volte sfocia nell’assenteismo. L’evidente e strutturale ritardo italiano al cospetto degli altri paesi europei non viene compensato neanche da qualche timido segnale di ripresa: negli ultimi cinque anni la produttività del sistema imprenditoriale nostrano è rimasta, in sostanza, ferma.

 

Le analisi risultano ancora più impietose laddove si sintetizzano le performance sul medio periodo: «Se si eccettua la Francia a partire dal 2019, l’Italia riporta la peggiore performance della produttività del lavoro, sia nel confronto con i dati dell’intera Unione europea, sia nei riguardi dei principali partner come la Germania e la Spagna. Nel lungo periodo, così come nel breve, l’Italia sembra caratterizzarsi per una bassa efficienza ed efficacia di sistema.  I fattori e le cause alla base di quella che viene spesso chiamata la ‘malattia’ italiana e che vanno a condizionare sia gli esiti in termini di produzione e  valore prodotto, sia gli assetti in termini di organizzazione del lavoro e dei  fattori produttivi, sono riconducibili, da un lato, a vincoli di carattere generale e che vanno a collocarsi nell’area delle funzioni affidate agli apparati pubblici che dovrebbero facilitare l’attività di impresa e la capacità di adattamento dei sistemi produttivi, mentre spesso si pongono come ostacoli per le  organizzazioni (fisco, giustizia, controlli). D’altro canto, riguardano anche la dotazione e la qualità di infrastrutture materiali e immateriali che supportano l’attività produttiva e gli scambi all’interno e all’esterno del Paese»[2].

È significativo che venga evocata la riduzione dei controlli e di una burocrazia (fiscale e giurisprudenziale) farraginosa e stratificata com’è quella italiana. Nel farlo, tuttavia, non viene detto che gli ostacoli legislativi all’iniziativa imprenditoriale sono anche e soprattutto il frutto di decenni di mediazione, da parte del legislatore, tra gli interessi di una grande imprenditoria in difficoltà cronica e un coacervo numerosissimo di piccole e medie imprese aventi capitali ridotti, che campa proprio sulla deregolamentazione del lavoro e su una grande varietà di esoneri, agevolazioni e permessi. Ma questa situazione disordinata genera a sua volta, come necessario contrappeso, una legislazione prescrittiva che pone dei limiti alle imprese e che alla fine risulta, per forza di cose, altrettanto composita e confusionaria.

  1. Il coinvolgimento dei lavoratori

Con tutta evidenza, tra i motivi di preoccupazione espressi nel Rapporto viene annoverato anche lo scarso coinvolgimento dei lavoratori. Ciò induce a riflettere sulla inadeguatezza delle attuali regole in materia di rappresentanza sindacale, visto che tra enti bilaterali, fondi previdenziali integrativi e assicurazioni sanitarie non mancherebbero le occasioni di incontro e per costruire una comune iniziativa tra la parte datoriale e i sindacati “maggiormente rappresentativi”. In linea di massima, gli strumenti della concertazione sono stati utili per costruire un consenso diffuso e forzato verso i sindacati firmatari di contratto, soprattutto tramite il ricatto della rappresentatività. Sotto altri aspetti, poi, la concertazione è anche stata il frutto di una mediazione tra parte datoriale, governo e sindacato, quale gentile concessione da parte del sindacato che ha optato per mettere in pratica un’opera di mediazione, garantendosi un ruolo ma rinunciando, allo stesso tempo, a ogni forma di conflittualità.

Ma se proviamo a riflettere sullo stato attuale della concertazione, si comprende che a decretarne la fine non è stato il sindacato ma il Governo, assieme alle parti datoriali. L'arrivo al potere della destra ha spaccato il sindacato concertativo: alla scontata azione filogovernativa dell'Ugl, si è aggiunta quella della CISL e di buona parte della galassia autonoma. Ciò consente all'esecutivo di avversare con decisione il ruolo egemonico della CGIL.

Non è un caso che fra le tante proposte di iniziativa popolare presentate proprio una sia stata attenzionata dal Governo, la proposta cislina sulla partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle imprese, che incarnava i desiderata della destra e di buona parte dell’imprenditoria nazionale. Sull’argomento abbiamo prodotto uno studio[3], del quale consigliamo la lettura per approfondire l’analisi e la conoscenza dell’intera vicenda.

In relazione al Rapporto Censis, però, la domanda da porsi è se la legge sulla partecipazione dei lavoratori potrà rispondere positivamente al forte bisogno di coinvolgere la forza lavoro nella gestione delle imprese. Ebbene, a nostro parere il coinvolgimento di singoli rappresentanti della forza lavoro (anche uno solo) negli organismi direttivi non potrà in alcun modo influenzare la democrazia sui posti di lavoro, rischiando per converso di trasformarsi in un ulteriore vincolo di potere ai danni dei dipendenti. Del resto, secondo la legge, sarebbero gli stessi rappresentanti dei lavoratori a essere sottoposti a vincoli normativi (spesso di carattere disciplinare) e finanziari.

Del resto, sul portale “liberal” degli economisti de Lavoce.info leggiamo:

«Le agevolazioni fiscali che la legge approvata riconosce ai lavoratori rimangono, invece, le stesse di cui possono già beneficiare, con qualche variazione di importo. Il lavoratore che riceve una quota degli utili d’impresa può scegliere se assoggettare quel reddito alla tassazione ordinaria oppure all’aliquota del 5 per cento sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali. Quest’opzione può essere esercitata fin dall’entrata in vigore della legge 208/2015 (legge di bilancio per il 2016) che dava facoltà al lavoratore di applicare l’imposta sostitutiva del 10 per cento all’importo massimo di 3mila euro erogato come partecipazione agli utili d’impresa (art. 1, c. 182). Per il 2023 l’aliquota fu ridotta al 5 per cento (art. 1 c. 63 L 197/2022), confermata per il 2024 (art. 1, c. 18, L 213/2023). La legge di bilancio per il 2025 (art 1. c. 385, L 207/2024) ha mantenuto l’aliquota al 5 per cento per il triennio 2025-2027. Per questo tipo di agevolazione la sola novità introdotta dalla legge sulla partecipazione è l’innalzamento a 5mila euro dell’importo su cui si applica, ma solo per l’anno fiscale 2025. Il prossimo anno si torna, evidentemente, alle condizioni stabilite dalla legge 207/2024, come conferma il fatto che nella relazione tecnica al Ddl trasformato in legge, dopo il 2025 non si registra una perdita di gettito conseguente all’aumento dell’importo massimo a 5mila euro. È limitata al 2025 anche l’altra agevolazione accordata ai lavoratori: l’esenzione del 50 per cento su massimo 1.500 euro, come provento di dividendi delle azioni loro attribuite in sostituzione dei premi di risultato»[4].

Ragionando in termini capitalistici, è chiaro che il coinvolgimento della forza lavoro non fosse indirizzato e teorizzato in direzione di una reale co-gestione dei processi organizzativi e innovativi. Piuttosto l’obiettivo era di stimolare l’entusiastica partecipazione dei dipendenti ai destini e al lavoro dell’impresa. Dunque, quanto indicato nel rapporto Censis si riduce alla vecchia e classica idea che il capitalismo, per funzionare, abbia bisogno di un consenso diffuso e di una partecipazione attiva da parte della popolazione lavoratrice.

Proseguendo nella lettura, il Rapporto conferma le disparità di trattamento tra giovani e anziani, con i primi che si sentono di fatto esclusi. Invero, lo scarso coinvolgimento cresce anche con l'età e quindi possiamo ipotizzare che il problema sia trasversale alle generazioni, sia pur con differenti intrecci di cause e motivazioni (per alcuni i bassi salari, per altri i mancati riconoscimenti dell'anzianità e della esperienza, ecc.). E alla fine, in effetti, il Rapporto parla delle “3 D” che sintetizzano il sentire comune degli occupati dipendenti: Disimpegno, Disallineamento e Disincanto. Sul banco degli imputati sono posti anche la scarsa formazione e l’inadeguatezza delle competenze, specie per i giovani. Il che porta a riflettere sull'intero sistema formativo e sulla sua inefficienza, nonché sul conseguente fenomeno dei titoli di studio disallineati rispetto al lavoro realmente svolto.  Leggiamo testualmente «Solo il 27,2% degli occupati dipendenti ritiene le proprie competenze perfettamente allineate alle esigenze lavorative (tab. 4). Percezione che aumenta con l’età: i giovani tra i 18 e i 34 anni mostrano il livello più basso (20,2%), mentre tra gli over 55 si raggiunge il 30,2%»[5]. Nella nostra lettura, tale disallineamento deriva direttamente dall’incapacità del ceto imprenditoriale italiano di posizionarsi nelle attività imprenditoriali che fanno uso di lavoro specializzato e che sono maggiormente redditizie. Una lettura confermata, del resto, dalla riforma dei tecnico-professionali e degli ITS Academy promulgata dal Governo Meloni e su cui pure, a suo tempo, abbiamo prodotto un articolo giornalistico[6].

  • La sociologia del Censis

Nell'epoca attuale sono inevitabili la “crisi del lavoro” e la difficoltà a mantenere del tempo libero. Nel Rapporto è scritto testualmente: «Una parte significativa degli occupati dipendenti ritiene che il lavoro abbia perso centralità nella propria vita o non sia mai stato considerato prioritario (47,8%, tab. 5). Le differenze generazionali sono particolarmente marcate. Tra i giovani dai 18 e i 34 anni, il 53,8% concorda con questa affermazione, in linea con il 54,4% della fascia 35-44 anni. Tra i 45 e i 54 anni la percentuale scende al 48,1%, fino a ridursi ulteriormente al 33,7% per gli over 55, praticamente 20 punti percentuali in meno rispetto ai lavoratori junior»[7].  Il lavoro ha perso non solo di appeal, ma anche di centralità. E non perché si sia diffuso il “rifiuto del lavoro” e la speranza di vivere in qualche località di mare tra sussidi e ammortizzatori sociali… Osservando le cose da un punto di vista sociologico, si potrebbe piuttosto affermare che in Italia sia stata progressivamente costruita una cultura mirante a squalificare il lavoro salariato, a ostacolare l’idea che si possa concretamente migliorare la propria condizione salariale e di vita attraverso il lavoro. Un’idea che all’epoca del “boom economico” degli anni ’60 era, invece, perfettamente compatibile col nostro quadro di sviluppo. Diverse analisi sociologiche[8], del resto, hanno confermato come negli ultimi decenni l’identità da lavoro (il sentirsi “operaio”, “impiegato”, “artigiano”, in base a ciò che si fa) abbia perso terreno in favore di altre declinazioni culturali (essere vegan, hipster, ecc.).

A conclusione del discorso andrebbe considerato un ultimo aspetto: la disaffezione al lavoro come deresponsabilizzazione individuale dovuta alla disgregazione, all’atomizzazione sociale. Disgregazione che è anche il portato del progressivo disimpegno pubblico in materia di welfare, socialità, miglioramento della qualità della vita, riqualificazione dei quartieri popolari...

 

[1] Censis, Engagement e produttività. Rapporto di ricerca, Settembre 2025, p. 8.

[2] Ivi, p. 9.

[3] E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese, https://cub.it/legge-sulla-partecipazione-dei-lavoratori-alla-gestione-al-capitale-e-agli-utili-delle-imprese/

[4] R. Lungarella, F. Vella, Partecipazione dei lavoratori nelle imprese: tanto rumore per nulla?, https://lavoce.info/archives/107905/partecipazione-dei-lavoratori-nelle-imprese-tanto-rumore-per-nulla/

[5] Censis, op. cit., p. 15.

[6] E. Gentili, F. Giusti, La riforma degli istituti tecnico-professionali al suo primo banco di prova, https://giuliochinappi.com/2025/07/13/la-riforma-degli-istituti-tecnico-professionali-al-suo-primo-banco-di-prova/

[7] Censis, op. cit., p. 16.

[8] Cfr., ad esempio, N. Bertuzzi, C. Caciagli, L. Caruso: Popolo chi?. Roma: Futura Editrice, 2019.

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