Charlie Hebdo: la strategia della tensione per la fine della sovranità della Francia

L'evento catalizzatore per convincere il popolo francese, storicamente il più geloso in Europa delle proprie conquiste sociali

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Charlie Hebdo: la strategia della tensione per la fine della sovranità della Francia


di Cesare Sacchetti

Il massacro compiuto a Parigi contro la redazione di Charlie Hebdo, i fatti successivi alla fuga dei due terroristi accusati della strage,  i fratelli Cherif e Said Kouachi, e la sparatoria avvenuta a Montrouge, nel sud della città, compiuta secondo gli inquirenti francesi da Amedy Coulibaly, sollevano diversi dubbi e interrogativi sul modo di agire dei terroristi e su quello delle autorità investigative. Il complottismo è una categoria spesso usata indistintamente per tacciare di paranoia o assurdità, chiunque abbia l’ardire di porre questioni legittime, che appaiono non solo un diritto-dovere da parte dell’ opinione pubblica e della stampa, troppo spesso dimentica del suo ruolo di controllo e divenuta ormai cassa di risonanza dell’ufficialità delle voci governative, ma è quantomeno sempre più necessario approfondire una sequela di eventi e fattualità la cui matassa appare sempre più difficile da sbrogliare; sia per il susseguirsi incessante degli accadimenti, sia per lo shock traumatico a cui è sottoposta la pubblica opinione, disposta ad accettare nei momenti di smarrimento e terrore come questi qualsiasi verità che individui in un nemico spesso costruito ad hoc, l’obbiettivo contro il quale sfogare la propria ira e potersi rifugiare tra le braccia di un potere solo apparentemente rassicurante, che non esita a ricorrere alle categorie dell’autoritarismo e della limitazione delle libertà personali per mettere in atto quelle politiche e quelle riforme che altrimenti in altri tempi e in altri modi non sarebbero state accettate, considerate restrittive e privative di quei diritti costituzionali fondamentali la cui tenuta scricchiola ogni giorno sempre di più.  Si è giunti ad un soffio dal cedere definitivamente alla rinuncia della libertà d’espressione e di parola, necessità voluta e blandita dalle tecnocrazie per non mettere a rischio quel disegno di progressiva distruzione degli stati nazionali, con tutto il loro contenuto dei diritti di prima,seconda e terza generazione.  Fu così con il crollo delle torri gemelle l’11 settembre, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare le guerre in Afghanistan e in Iraq; accadde lo stesso con il delitto di Aldo Moro,malvisto e inviso all’establishment di Washington per le sue politiche filoarabe e più vicine ad un ruolo indipendente e autonomo dell’Italia nella politica internazionale. L’evento catalizzatore e spartiacque si dimostra necessario per poter poi mettere in atto quelli che sono i veri obbiettivi del potere autolegittimantesi, camuffati dietro la patina della sicurezza nazionale e del segreto di stato. Charlie Hebdo e i massacri compiuti dagli attentatori di Parigi potrebbero essere l’evento catalizzatore e traumatico in grado di spingere il popolo della Francia e degli altri paesi europei a compiere quelle rinunce e virare su un percorso inedito, che potrebbe condurre ad una strada ancora più lastricata di sangue, in una continua escalation di violenza e paura. Non si hanno ancora a disposizione tutti gli elementi per poter dire se effettivamente la strage di Parigi sarà il pretesto di comodo, utilizzato per creare un clima di terrore e paura nelle menti dei cittadini europei, ma non sono passate poche ore dalle uccisioni che già si sente mettere in relazione i massacri avvenuti con il processo di integrazione europea, apparentemente estraneo alle motivazioni che avrebbero spinto i terroristi a compiere i massacri, dettati da una rivalsa e un fondamentalismo contro coloro che hanno dissacrato la figura del profeta Maometto. Si vuole demonizzare, screditare e nel peggiore dei casi criminalizzare chi contesta quelle politiche europee, o l’idea stessa che l’UE e la moneta unica possano continuare a esistere, mettendo su un piano capzioso e antidemocratico il legittimo dissenso. Nasce così una nuova forma di totalitarismo, più subdolo e meno riconoscibile di quelli del XX secolo. Il tempo saprà dare una risposta più chiara, su chi sono i reali beneficiari di questo clima di terrore e paura. Per il momento ci limitiamo ad analizzare gli elementi a disposizione e sollevare delle domande.
 
Charlie Hebdo aveva già subito attentati
 
Charlie Hebdo è un settimanale satirico, conosciuto principalmente per le note vignette satiriche contro la religione islamica e cristiana. Il suo stile è controverso, appare di cattivo gusto, ma la libertà d’espressione finora ha prevalso sempre sulle logiche di censura. La redazione del settimanale aveva già subito attacchi e incursioni per le aspre polemiche sulle vignette contro l’Islam. Il 2 novembre 2011 la sede della rivista aveva ricevuto il lancio di diverse bombe molotov, che avevano danneggiato la facciata dell’edificio, quindi non è certo imprudente affermare che il settimanale era  un obbiettivo sensibile, fortemente a rischio di subire un attentato. Su questo poniamo un interrogativo: 
 
- Perché non sono state previste misure di sicurezza per tutelare l’incolumità del personale della redazione, e una sorveglianza armata all’ingresso dell’edificio?
 
I fratelli Kouachi e la strage 
 
La mattina del 7 gennaio scorso, gli attentatori arrivano a bordo di una Citroen Nera in rue Nicolas Appert,6  dove si trovano gli archivi del settimanale satirico, scendono dall’auto e gridano:” è questa Charlie Hebdo?” Secondo gli inquirenti, i fratelli Said e Cherif Kouachi, responsabili della strage, stavano preparando da tempo l’agguato alla sede del settimanale,  e appare quantomeno singolare che dopo mesi e mesi di studio del luogo dell’attacco, i terroristi scendano dalla macchina, con il volto coperto da un passamontagna , armati di un AK-47 , di un fucile a canna liscia, di un lanciagranate RPG e chiedano informazioni ai passanti. Accortisi dell’errore si portano in rue Nicolas Appert, 10, nella sede di Charlie Hebdo, dove quel giorno si stava svolgendo la riunione di redazione. Erano ben informati su un dettaglio che poteva conoscere solamente chi lavorava all’interno dell’edificio, però non sanno bene dove si trova l’indirizzo. Pare che i fratelli Kouachi agiscano quasi ostentatamente, non vogliono passare inosservati ma al contrario gridano nella fasi dell’agguato, secondo quanto riportato dai testimoni, “Allah akbar” o “ siamo di Al Qaeda”, quasi ansiosi di far capire a tutti chi sono e per cosa stanno agendo. Arrivati all’ingresso dell’edificio, incontrano una delle vignettiste Corinne Rey, minacciando di uccidere lei e la sua bambina piccola che aveva con sé, se non avesse digitato il codice di ingresso per aprire la porta d’entrata. Entrati nell’edificio, comincia il massacro e uccidono prima Frédéric Boisseau, un operaio addetto alla manutenzione, dopo salgono al primo piano dove era in corso la riunione di redazione e aprono il fuoco uccidendo in totale 11 persone. Si salva solo Laurent Leger, nascotosi sotto una scrivania al momento dell’ingresso del commando e non visto dagli attentatori e Sigolene Vinson, riconosciuta dagli aggressori ma risparmiata, secondo la testimonianza della giornalista, perché “ è una donna e noi non ammazziamo le donne, ma devi convertirti all’Islam, leggere il Corano e indossare un velo” e se ne sono andati gridando di nuovo “ Allah akbar”. Poco prima invece avevano sparato a Elsa Cayat, anche lei una donna, ma in questo caso gli uccisori dimenticano la regola di rispettare il sesso femminile. Quando lasciano l’edificio i terroristi ingaggiano una sparatoria con l’agente di quartiere Ahmed Morabet, che si trovava nel marciapiede di fronte all’entrata della sede del settimanale, lo feriscono e poi attraversano la strada per dargli il colpo di grazia sparandogli alla nuca con un colpo di fucile. L’intera scena è stata ripresa dal telefonino di  Jordi Mir, un ingegnere spagnolo di 50 anni che ha assistito alle fasi della sparatoria tra Morabet e i due fratelli Kouachi dalle finestre della sua abitazione.  Se si guardano attentamente le fasi della sparatoria, quando uno dei due terroristi si avvicina per sparare il colpo di grazia, non c’è alcuna fuoriuscita di sangue o di tessuti. L’arma imbracciata dallo sparatore è un AK-47 e l’effetto che ha questa sulla nuca di una persona a quella distanza così ravvicinata, è devastante. Il colpo sparato pare colpire l’asfalto, e non Morabet. Non si vuole mancare di rispetto alla famiglia di Morabet o alla sua memoria, semplicemente ci si domanda il perché di questa palese incongruenza. Gli attentatori rientrano poi nella Citroen, raccolgono una scarpa posata a fianco della vettura e ripartono. Gli inquirenti inizialmente mettono nel commando tre persone, accusando di essere l’autista della Citroen un giovane studente di 18 anni, Hamyd Mourad, che quel giorno si trovava a scuola, come testimoniato dai suoi compagni di classe e dai professori. Non è mai esistito un terzo uomo, come si vede nel video, quindi non si comprende il coinvolgimento di Mourad da parte degli inquirenti. I terroristi abbandonano la Citroen, dove gli investigatori ritrovano i documenti dei fratelli Kouachi. A questo punto proponiamo una serie di interrogativi:
 
- Come facevano gli attentatori a sapere che quel giorno sarebbe avvenuta la riunione di redazione e perché sbagliano dapprima indirizzo scendendo e chiedendo indicazioni?
 
- Perché i fratelli Kouachi si premurano di coprirsi il volto con un passamontagna, chiaro indizio di non voler essere identificati, e poi maldestramente lasciano i loro documenti d’identità nella Citroen?
 
- Gli attentatori, risparmiando la Vinson, volevano forse lasciare una testimone che potesse raccontare tutto questo agli inquirenti e far sapere che la matrice dell’attentato è islamista e gli attentatori sono legati al fondamentalismo islamico?
 
- Perché non c’è alcuna fuoriuscita di sangue e/o tessuti dal corpo di Ahmed Morabet, dopo che questi aveva ricevuto un colpo di AK-47?
- Perché gli inquirenti collocano sul posto una persona estranea ai fatti, assegnandole un ruolo preciso, che poi si rivelerà essere completamente estranea?
 
- Come è possibile spiegare il suicidio, avvenuto la notte successiva alla strage di Charlie Hebdo,  del vicedirettore ufficio federale di Limoges, che stava indagando sull’agguato, senza alcuna  motivazione apparente? 
 
I fratelli Kouachi erano già noti alle forze dell’ordine e appartenevano al Buttes Chaumont Terror Group, gruppo terrorista che prende il nome dal parco Buttes Chaumont, nel quale i due fratelli assieme al senegalese Coulibaly, responsabile dell’agguato di Montrouge con l’uccisione di una vigilessa e del successivo massacro al supermarket kosher,  erano soliti sottoporsi ad addestramento militare. Erano venuti in contatto tra il 2005 e il 2006 con Djamel Beghal, condannato a 10 anni di carcere in Francia nel 2001, per aver fatto parte di un complotto volto ad attaccare l’ambasciata statunitense a Parigi. Cherif Kouachi aveva inoltre già ricevuto una condanna nel 2008 per terrorismo a tre anni di prigione, con l’accusa di aver reclutato militanti per al-Zarqawi.Nel 2010 , vengono sospettati assieme a Coulibaly, di aver partecipato ad un piano per far evadere dal carcere Smaïn Aït Ali Belkacem, responsabile dell’attentato alla metro di Parigi nel 1995, ma verranno rilasciati per insufficienza di prove. I servizi segreti algerini avevano segnalato il rischio di azioni estremiste in Francia, ma i servizi di sicurezza francesi avevano ignorato questo allarme. Su questo punto sorgono altri interrogativi:
 
- Perché i servizi di sicurezza francesi non hanno preso in considerazione la segnalazione dei servizi di sicurezza algerini?
 
- Perché le autorità francesi hanno sospeso la sorveglianza dei fratelli Kouachi nella primavera del 2014, considerati i loro precedenti di terrorismo? 
 
Molti altri interrogativi e lati oscuri sono presenti in questa vicenda, sulla quale ci ripromettiamo di tornare successivamente per analizzare gli altri aspetti che ancora meritano di essere approfonditi, e non affastellare troppi punti finora irrisolti.

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