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Cina e India, un Oceano per due

 

 

Il mercato delle armi va a gonfie vele in tutto il mondo, soprattutto in Asia. Con le tensioni geopolitiche che si stanno diffondendo in tutta il continente la spesa militare nella regione dell’Asia-Pacifico e del Medio Oriente sta salendo. A livello mondiale gli Stati Uniti continuano a svettare su tutti, seguiti da Cina, Arabia Saudita e Russia. Ma c’è un nuovo attore che entra nella top five, l’India.

L’investimento in spesa militare è motivata in parte dalla storica rivalità con il Pakistan, con il quale ci sono contese territoriali e la garanzia della mutua distruzione assicurata dal possesso di entrambi delle armi nucleari.

Oltre alle tensioni con il Pakistan però, l’India è preoccupata anche dal progetto cinese delle nuove vie della seta, la “One Belt, One Road (OBOR).

Durante l’ultimo summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), New Delhi non ha dato il proprio supporto al progetto OBORa differenza del Pakistan, della Russia, del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan e dell’Uzbekistan. La paura indiana è quella di ritrovarsi accerchiata dalla presenza della Cina, che a cose fatte avrebbe insediamenti tutt’intorno alla sfera di proiezione geopolitica indiana. La preoccupazione principale degli indiani è soprattutto la cooperazione tra Cina e Pakistan, che stanno sviluppando insieme il corridoio economico sino-pakistano. Il porto di Gwadar, suo terminale marittimo, consentirebbe alla Cina di accedere all’Oceano Indiano alleggerendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca, passaggio obbligato dal Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala e quindi all’Oceano Indiano.
 


 

 

Gwadar è una cittadina pakistana affacciata sull’Oceano Indiano e situata in un punto strategico fondamentale tra Asia Centrale e Medio Oriente, poco lontano dallo Stretto di Hormuz. La Cina ha in programma di investire quasi un miliardo di dollari per costruire un porto con infrastrutture in grado di triplicare il traffico navale attuale e di ospite le grandi petroliere cinesi. Per Pechino l’approvvigionamento di petrolio rappresenta il motivo fondante dell’interesse per questo corridoio, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) unirà la “la cintura” terrestre (Belt) con “la strada” marittima (Road) nel contesto dell’OBOR. Tra Stati Uniti, Russia e Cina, la Repubblica Popolare è l’unica delle tre potenze la cui sopravvivenza economica è legata in maniera determinante all’importazione di fonti energetiche, ecco perché per Pechino è così importante costruire rotte alternative allo Stretto di Malacca, un passaggio marittimo vincolante che potrebbe essere facilmente bloccato dalla marina degli Stati Uniti.

 

Prendere il controllo del porto di Gwadar permetterebbe alla Cina di approvvigionarsi attraverso il canale terrestre aperto in Pakistan. Anche il percorso del CPEC è vulnerabile, attraversa due aree con forti elementi di instabilità quali il Balochistan e lo Xinjiang, e infatti Pechino sta progettando di costruire anche un base militare a Jiwani, sempre sulla costa pakistana, un’istallazione simile a quella operativa a Gibuti, nel Corno d’Africa.

A quel punto, l’India si ritroverebbe con un insediamento militare cinese sia all’imbocco del Golfo Persico che in quello del Mar Rosso, ma non solo: c’è anche il Myanmar.

 

Per capire quanto è importante per la Cina svincolarsi dalla dipendenza dal passaggio attraverso lo Stretto di Malacca, è emblematica la storia dell’oleodotto che parte dalla città costiera di Kyaukpyu in Myanmar e attraversa tutto il paese fino ad arrivare nello Xinjiang, in Cina. Anche questo è un corridoio dalla geografia infame finanziato completamente dalle industrie cinesi, 2.400 km che attraversano un territorio irregolare, giungla, aree tribali e luoghi quasi inaccessibili ma, come dicevamo prima, costruire alternative all’approvvigionamento energetico vincolato allo Stretto di Malacca è una priorità della geopolitica cinese che giustifica ogni impresa, anche la più audace e costosa.

 

L’India dal canto suo è un Paese che cerca di tenersi un equilibrio di relazioni tra la globalizzazione dell’Occidente e il multilateralismo dei BRICS portato avanti da Cina e Russia.

 

L’esito del recente incontro informale tra il primo ministro dell’India e il presidente della Cina ha confermato le buone relazioni tra i due giganti asiatici del BRICS. I leader si sono incontrati nella città di Wuhan e secondo quanto riportato hanno discusso degli aspetti strategico-militari che avevano portato a incomprensioni. Stiamo parlando del pivot americano chiamato Quadrilateral Security Dialogue (QSD o Quad) tra India, Australia, Giappone e Stati Uniti e del il corridoio sino-pachistano di cui abbiamo parlato prima.

 

Anche se il vertice bilaterale tra Narendra Modi e Xi Jinping è stato un successo e ha aiutato a ristabilire la fiducia reciproca, le problematiche di lungo periodo rimangono sul terreno, inestricabilmente legato alla geopolitica di queste due immense civiltà divenute nazioni continentali dotate di una proiezione internazionale ormai incontenibile. Per adesso le tensioni tra Pechino e New Delhi non risultano tanto gravi da portare a un vero e proprio scontro, ma in prospettiva futura i due giganti asiatici dovranno affrontare interessi geopolitici inevitabilmente in conflitto. La catena dell’Himalaya ormai non è più sufficiente a tener separato il destino dei giganti dell’Asia e l’Oceano Indiano non è abbastanza grande. Gli americani non aspettano altro che la giusta occasione per fomentare e sfruttare le contraddizioni geopolitiche tra questi due due grandi Paesi per impedire il consolidamento di un’alleanza euroasiatica che metta in discussione la supremazia della talassocrazia statunitense.

 

Federico Bosco

 

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