Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso

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Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso

 

di Agata Iacono*

Non è la costituzione dello Stato di Israele, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha dato origine al sionismo. Il sionismo come progetto e ideologia esisteva già.

Fu Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico che nel 1896 propose la creazione di “una patria legalmente garantita per il popolo ebraico in Palestina”, e organizzò il primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897.

Il sionismo si prefigurava già, quindi, alla fine del XIX secolo, come colonialismo d’insediamento in un territorio già abitato, fiorente e ricco di secoli di storia, tradizioni, cultura interreligiosa, dove pacificamente vivevano mussulmani, cristiani, ebrei. Ma l’Italia non è nuova a questa equiparazione spuria e antistorica.

All’indomani della giornata della memoria nel gennaio del 2007, ad esempio, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accogliendo un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto e di studenti di ritorno da una visita scolastica ad Auschwitz, tuonò “contro ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo”. E non solo.

Nel novembre 2016, lo stesso Napolitano, non più in carica, si sentì in dovere di scrivere una lettera aperta all’Osservatorio antisemitismo, per ribadire che l’antisionismo è una forma di antisemitismo.

“Negare le ragioni storiche della nascita dello Stato di Israele è una forma di antisemitismo. Vale anche per l’Unesco. Lottiamo insieme per l’indipendenza e la sicurezza di Israele” (https://share.google/P9Mmog9JHfWXoXpGL)

E menomale che la Costituzione italiana è nata proprio dalle lotte partigiane, dell’antifascismo…

Negare il diritto di un popolo alla resistenza, e reprimere chi solidarizza con gli oppressi,  significa minare e mettere in discussione le stesse basi della nostra “costituzione più bella del mondo”.

L’equiparazione dei termini antisionismo e antisemitismo non è da ascrivere ad un obbrobrio semantico. È fondamentale precisare che la manipolazione cognitiva ha una specifica origine storica.

La definizione di antisemitismo, cui si rifanno sia la proposta di Gasparri che quella di Graziano Del Rio, è stata elaborata nel non lontano 2016, dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), nata nel 1998, su impulso del Primo Ministro svedese Göran Persson, per promuovere l’educazione, la ricerca e il ricordo della Shoah (Olocausto) a livello internazionale.

Questa sorta di “task force” promuove la definizione di antisemitismo (non giuridicamente vincolante) come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Include anche le critiche allo Stato di Israele quale “negazione del diritto di Israele all’esistenza”, atti contro proprietà ebraiche o accuse collettive agli ebrei.

In altri termini, fa coincidere lo Stato di Israele con la comunità ebraica nel mondo.

La definizione di IHRA è quindi estremamente antisemita, poiché non fa alcuna distinzione tra uno Stato colonialista genocidario e qualsiasi persona professi la religione ebraica nel mondo.

Ma questa adozione acritica del parallelismo tra denuncia contro il colonialismo d’insediamento sionista e “l’odio contro l’ebreo”, (che poi semiti sono soprattutto i palestinesi), non è frutto di ignoranza. È funzionale a controllare e reprimere il dissenso, la libera espressione critica, la possibilità di socializzare a livello di massa la protesta. Non solo in relazione alla Palestina.

Le stesse modalità di censura, criminalizzazione e stigmatizzazione vengono messe in atto anche per chi si oppone all’economia di guerra, all’espansione della NATO, all’esportazione di armi in Ucraina e ad Israele.

La metodica repressione di qualsiasi voce critica servirà a giustificare lo stato di polizia contro le inevitabili proteste e manifestazioni “nell’occidente democratico”, quando sarà chiaro plasticamente che il sistema neoliberista e unipolare avrà bisogno di vittime sacrificali, capri espiatori e guerre, pur di cercare di prolungare la sua agonia.

Il primo terribile genocidio in diretta streaming internazionale ha inevitabilmente smosso le coscienze di milioni di cittadini in tutto il mondo. In alcune nazioni la repressione brutale, anche di chi osasse esibire una bandiera con i colori della Palestina, si è subito manifestata con pestaggi e arresti, come in Germania e nel Regno Unito.

In Italia le manifestazioni sono state inizialmente tollerate, nella vana speranza, forse, che si esaurissero facilmente, benché fin dall’inizio è stata esplicita la volontà di dividere i buoni (quelli solo solidali ma pacificamente ecumenici) dai cattivi (quelli che non condannano la resistenza). Con cariche, idranti, manganellate, arresti..

Le azioni più ostacolate avevano obiettivi concreti, non si limitavano a mere espressioni di solidarietà. Tendevano, cioè, al blocco dei partenariati con Israele nella ricerca universitaria, al boicottaggio degli accordi con Israele sulle armi e la cybersecurity, ad impedire che il memorandum Italia Israele non fosse rinnovato automaticamente.

Ci hanno provato a trasformare la protesta in puro esercizio di autoassoluzione del sentimento di impotenza, a rappresentazione vuota di compassione con le “vittime”. Ma non ci sono riusciti.

Ed ecco perché nelle scuole una recente circolare della Regione Lazio vieta di parlare di Palestina. Ecco perché in molti licei romani e nelle Università sono stati annullati i permessi di ospitare israeliani come Ilan Pappè e Moni Ovadia per approfondire la Storia di Israele e del sionismo, senza pregiudizi e manipolazione.

Ed ecco, anche, perché il ministro Valditara ha avviato “indagini” per trasformare in reato la presenza nelle scuole di un rappresentante ONU come Francesca Albanese, che documenta le complicità tra gli Stati, le aziende e i crimini contro l’umanità.

È questo che fa paura, dietro le vane disquisizioni concettuali: agire e prendere coscienza del sistema colonialista, delle reali connivenze, della propaganda mediatica che trasforma la resistenza in terrorismo.

Il DDL Delrio, (come quello di Gasparri), non combatte l’antisemitismo: limita la critica a Israele. E arriva dal PD, che dovrebbe fare opposizione, non scrivere norme che colpiscono studenti, attivisti e movimenti sociali. Si criminalizza il dissenso politico, trasformando la solidarietà alla Palestina in un potenziale reato. Non guasta sapere che il ddl Del Rio, che equipara le critiche al governo di Israele all’antisemitismo, è stato firmato da 13 senatori del PD su 36. E guai a parlare di resistenza, diritto internazionale di ogni popolo: si rischia di essere accusati di terrorismo.

Ma non è finita qui.  Anzi, non è neppure cominciata così.

Gli obbrobri di Gasparri e Del Rio potrebbero essere ritirati o bocciati. Ma non sarà una vittoria, perché non si tratta di episodi estemporanei avulsi dal contesto politico, nati da iniziative individuali dopo un bicchiere di troppo. La legge che reprime il diritto a qualsiasi forma di contestazione c’è già. Si chiama decreto sicurezza 1660

Ha avuto il via libera della Camera, sarà un discussione al Senato.

Il nuovo Ddl sicurezza riprende tutte le campagne care alla destra in una logica solo repressiva e securitaria per criminalizzare il conflitto sociale e il dissenso in ogni sua forma: dalle manifestazioni per la Palestina alle occupazioni delle scuole, dagli scioperi alle occupazioni abitative, dalle carceri ai Cpr, dalle lotte ambientaliste a quelle contro la militarizzazione dei territori, dagli operai con i picchetti davanti alle aziende che delocalizzano fino alle iniziative solidali verso migranti e i detenuti.

Meraviglia la sottovalutazione della portata di questo ddl da parte di tanti settori della società civile e dei movimenti conflittuali, eppure saranno proprio loro le prime vittime di queste logiche securitarie

Perfino l’Osce, Organizzazione per la sicurezza in Europa a cui aderiscono 57 paesi. ha messo in guardia l’Italia da questo ddl scrivendo: “La maggior parte di queste disposizioni ha il potenziale di minare i principi fondamentali della giustizia penale e dello Stato di diritto”.

*Articolo pubblicato sul mensile micropolisumbria.it

Agata Iacono

Agata Iacono

Sociologa e antropologa

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