Come il resto del mondo vede gli Stati Uniti d’America (e la Cina)

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Come il resto del mondo vede gli Stati Uniti d’America (e la Cina)

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di Paolo Arigotti

Gli anni Novanta del secolo scorso e i primi del nuovo millennio sono oramai passati alla storia come il momento unipolare, caratterizzato dall’egemonia dell’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, in grado di imporre la propria volontà a quasi tutto il mondo. Tra fine della storia e unica nazione indispensabile, le definizioni si sono sprecate.

In realtà, sempre per restare alla storia, nessun impero è eterno. E se la potenza a stelle e strisce è ancora in piedi, quel che sta venendo scalfito sempre di più, specie agli occhi dei “non occidentali”, è il prestigio e la percezione globale degli Stati Uniti. In una ricerca condotta tra marzo e aprile di quest’anno è emerso che nell’opinione di decine di migliaia di persone, sparse per oltre ottanta paesi, Washington viene avvertita come la più grande minaccia alla pace e sicurezza mondiale, specialmente dopo le recenti aggressioni contro Venezuela e Iran, per non citare le minacce e guerre dei dazi rivolte perfino nei confronti degli “alleati” (o presunti tali). Al contrario, risulta in crescita il prestigio della Cina, che vede la sua popolarità in costante aumento.

In base all’Indice per la percezione della democrazia per l’anno 2026, un’indagine effettuata ogni anno su decine di stati in tutto il mondo, per conto dell’organizzazione Fondazione Alleanza delle Democrazie, gli USA sarebbero la nazione percepita come una delle maggiori minacce alla stabilità, assieme a Russia e Israele. La percezione netta degli Stati Uniti è precipitata da un +22 per cento a un meno 16, collocandosi dietro alla Russia (-11%) e alla Cina (+7%).

Impossibile accusare la rilevazione di parzialità o di essere tendenziosa. Parliamo di un organismo che ha sede in Danimarca, fondata da Anders Fogh Rasmussen, ex primo ministro danese e già segretario generale della NATO, finanziata, tra gli altri soggetti, dall’Unione europea e dallo European Partnership for Democracy, che vanta collegamenti con il governo degli Stati Uniti, oltre che da colossi americani come Microsoft e Palantir.

Naturalmente il dato non è uniformemente distribuito. Tra le aree del mondo nelle quali la minaccia USA viene maggiormente avvertita vanno annoverate quelle del cosiddetto sud globale – America Latina, Asia, Africa – mentre in Europa, prevale una sorta di zoccolo duro, specie tra coloro che, a causa del conflitto in Ucraina, seguitano a vedere nella Russia un grave pericolo. In Asia occidentale e nel nord Africa lo “scettro” passa a Israele, non servono tante parole per spiegarne le ragioni.

Interessante il passaggio dedicato alle basi e installazioni militari statunitensi, circa settecento sparse ai quattro angoli del pianeta: i numeri mostrano una crescente impopolarità per questa ingombrante presenza, con pochissime eccezioni: Polonia, Israele, Corea del Sud e Portorico, quest’ultima non annoverabile come nazione sovrana. Evidentemente persino tra gli europei non mancano coloro che non vedono con favore la presenza di questi asset strategici, e la recente esperienza dei paesi del Golfo potrebbe aver aumentato questa opinione.

Come accennavamo, il calo del prestigio statunitense sembra andare di pari passo con la crescita di quello cinese, una tendenza rilevabile praticamente dappertutto, forse con la sola eccezione del Giappone, dovuta a ragioni storiche. Nell’Africa subsahariana, la Cina è avanti di trenta punti percentuali rispetto agli USA, ma anche in Europa, nel cosiddetto Indo pacifico e nel continente americano Pechino registra tassi di consenso crescenti.

Un dato ancora più significativo è quello che mette a confronto il gradimento tra Stati Uniti e Iran in occasione del recente conflitto: il sondaggio ha rilevato una certa propensione per la Repubblica islamica, per quanto nel cosiddetto Occidente la bilancia continui a pendere in favore di Washington.

Su Israele e Palestina la polarizzazione in favore della parte araba si fa più marcata, non solo nel sud globale, ma anche tra gli europei: restano ancorati su posizioni pro-Israele solo gli Stati Uniti, alcuni paesi dell'America Latina e l’Ucraina.

Un altro quesito interessante, specie per le risposte che sono state date, chiedeva agli intervistati se il loro paese stesse andando nella giusta direzione. E nella maggior parte dei casi (e dei paesi) la risposta è stata negativa, compreso il Nord America e l’Australia. L’eccezione più vistosa è quella della Cina, dove la popolazione si è espressa favorevolmente; altri esempi sono rappresentati da El Salvador e Nicaragua, retto dal governo rivoluzionario sandinista.

E poi la domanda forse più interessante, quella su cosa l’intervistato intendesse per “democrazia”. La maggioranza delle risposte si concentra non tanto su processi elettorali o sulla pluralità delle parti politiche, quanto sul fatto che il loro governo persegua effettivamente gli interessi del proprio popolo, a cominciare dal miglioramento del tenore di vita e del benessere delle persone. In subordine, per democrazia ci si riferisce a una forma di governo che promuova una società giusta e pacifica e quella in cui sia data l’opportunità di scegliere liberamente il proprio governo. In sostanza, i cittadini di molti stati latino-americani, africani o euroasiatici indicano come democratici assetti di potere – pensiamo solo a quello cinese – che in occidente vengono tradizionalmente etichettati come autoritari, semplicemente perché l’idea stessa di democrazia differisce enormemente dai nostri paradigmi.

Il che non dovrebbe sorprendere, se consideriamo che agli occhi di queste popolazioni molte democrazie intese in senso occidentale sarebbero nulla di più che delle oligarchie dominate da una ristretta cerchia di personaggi, in grado di condizionare i processi elettorali e decisionali, in funzione degli interessi di cui sono espressione, e che spesso confliggono con quelli della maggior parte dei cittadini. Il caso statunitense che vede una classe dirigente espressione per lo più di grandi corporazioni resta emblematico.

In sostanza, il sondaggio restituisce l’immagine di un mondo sempre più spaccato in due, ciascuna con visioni molto diverse, a tratti opposte. Il maggiore difetto che potremmo addebitare alla parte nella quale siamo collocati noi rimane l’incapacità di voler comprendere l’altro da sé, specie quando questi è portatore di un punto di vista che, pure non si volesse condividere, meriterebbe pur sempre rispetto ed attenzione. E su quest’ultimo aspetto si frappone l’altro grave limite (e ostacolo): si chiama suprematismo.

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