Come siamo arrivati al ddl 1004 per il contrasto all’antisemitismo: la Storia grande e la Storia piccola
di Emanuela Irace
“Poco ama chi poco è stato perdonato”, l’affermazione attribuita a Gesù di Nazareth fa da controcampo a un capitolo di Vita Activa di Hannah Arendt che si apre con il distico di Isak Dinesen, nota come Karen Blixen, che recita:<<Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne si fa una storia>>.
Senza entrare nel dettaglio autobiografico delle autrici quel che emerge è la comunanza con una altra Storia, anzi, di una storia nella storia, quella che ha spinto il Governo della Repubblica Italiana a metter mano a una serie di leggi e decreti lesivi della libertà della persona garantiti dalla Carta costituzionale. Ultimo in ordine temporale il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo, in discussione in questi giorni in Parlamento.
Un impianto normativo che affonda le radici nell’irrisolta questione israelo-palestinese ossia la storia grande. Un conflitto intrattabile che a fasi alterne, e a graduata intensità, permea di sé politica e cultura in Italia, e non. Alle spalle, una idea di intendere il mondo che non si ferma al Vicino Oriente, ma diventa matrice e sistema, modello di un ordine gerarchico esclusivo-escludente, esportato e duplicato, per ignoranza della storia e astuzia della politica, in Europa, continente Latino americano, Africa e Stati musulmani sensibili alle lusinghe del Capitale. Come indicano i canovacci ideologici la Storia ha le sue regole e i suoi scrittori, ma, si avvale del metodo scientifico. Attraverso studio e interpretazione delle fonti crea la tela su cui si posizionano le tessere, piccoli avvenimenti e soggettività con cui ricostruire l’immagine o meglio l’idea di un determinato periodo storico.
La scuola di Braudel e de les Annales smette con le celebrazioni blasonate per concentrarsi sui piccoli fatti, sulle correnti carsiche, le psicologie collettive, la lunga durata; abbandonati i protagonisti entrano sul proscenio popoli e fenomeni sociali con le loro narrazioni - la Nouvelle histoire - trova nelle collettività l’oggetto su cui focalizzare l’interpretazione della realtà. Ed ecco il punto. La Storia, quella grande, che mette al centro il conflitto, la diplomazia e le ritualità, anche piratesche tra gli Stati, trova nella Shoah un terreno di indagine fuori dai canoni storiografi e del tutto inedito. Un campo di indagine basato sulla testimonianza e la ‘ricostruzione’ spesso a pensiero unico. A nulla servono le basi della scienza che per definizione si avvale della ri-scrittura a mano a mano che si presentano nuove fonti da consultare, documenti desecretati, scoperte scientifiche o scavi archeologici.
Abolito il pensiero critico la Storia grande appare ibernata. Senza appello. Nessuna analisi critica è ammessa pena esser tacciati di negazionismo antisemitia e fatti scivolare nel cono d’ombra da sempre indirizzato ai paria. Esauriti e dispersi i manufatti e lasciati alla cenere, la disperazione dei prigionieri, resta la testimonianza dei sopravvissuti alla Shoah. L’orrore non ha numeri è orrore sempre anche quando tocca un singolo essere umano ma è il principio su cui si basa a dover essere preso in considerazione e a diventare oggetto di indagine oggi e domani, per nuovi Foucault che ne tessano una genealogia. I Nuovi storici israeliani, a cavallo tra ‘900 e inizio del terzo millennio hanno proseguito il lavoro pioneristico ed intersezionale di Marc Block e Lucien Lefebre -fondatori della rivista Les Annales - partendo dalla toponomastica delle città palestinesi cancellate dalla prima pulizia etnica del 1948 fino alla lettura degli eventi culminati ne 7 ottobre 2023.
Una azione di guerra compiuta da Hamas che supera i confini giuridici delle lotte di liberazione nazionale dei popoli colonizzati, (vedi Algeria 1954-1962) diventando scontro ideologico radicale che ne ha ampliato l’impatto. Un effetto moltiplicatore difficile da ricostruire tante le poste in gioco e gli interessi in gara in un periodo storico rivoluzionario, di frontiera e riscrittura delle regole e rapporti di forza tra potenze. Rapporti in cui apparentemente è l’hard power ad avere la meglio su un soft power in esilio. Siamo piombati nella cronaca di un mondo in assetto di guerra. E la storia si ritira. Aspetta. Al suo posto scendono in campo le armi della propaganda e del pensiero unico. Armi cinetiche e comunicative sofisticatissime grazie all’IA applicata alla tecnologia double use e al contempo plasmabili, grazie al principio analogico sempre valido, a partire dai test fatti negli stessi anni della guerra in Ucraina.
Ma la cronaca deve depotenziarsi, perdere potere ed entrare nella Storia per mantener lucidità e dare compiutezza alle ricostruzioni analitiche. Siamo ancora troppo contaminati dalla grande Storia per percepire i confini del reale. E continuiamo a metter le braghe alle nudità dell’arte pur di compiacere la politica.
La storia del Film ‘Naza’ è la lettera piccola della Grande storia e la contiene. In concorso per il Leone d’Oro alla 83esima Mostra Internazionale del cinema di Venezia e subito accusato di antisemitismo dal governo israeliano. La pellicola pluripremiata narra, attraverso testimonianze dei soldati dell’esercito israeliano le tecniche utilizzate dall’IDF per uccidere civili a Gaza. Una selezione di obiettivi minuziosa possibile grazie all’AI e al double tap che ha consentito e consente lo sterminio di una intera popolazione compresi giornalisti, personale medico e soprattutto bambini: il futuro.
Non è il primo caso di censura che mette a rischio la vita stessa degli autori, in questo caso i due registi israeliani. A partire dai docenti universitari di Tel Aviv ‘espatriati’ nel Regno Unito e ai professori, anche in Italia, e giornalisti, attivisti, politici censurati o estromessi dalle loro funzioni per aver cercato di comprendere. Imbavagliati. In questo contesto fatto di grandi e piccole storie si inserisce la stretta securitaria impiantata in Italia, testa di ponte in Europa, finalizzata a sottrarre ossigeno al dissenso e parola ai cittadini. Sottomissione.
E’il ddl 1004 per il contrasto all’antisemitismo. Un provvedimento che definisce l’antisemitismo in base alla dichiarazione dell’IHRA (e non a quella di Gerusalemme) confondendo l’odio antiebraico con la critica politica. Una limitazione della libertà di espressione che assottiglia lo spazio democratico impedendo cronache e denunce di violazione dei diritti umani e la verità sul genocidio che si sta compiendo a Gaza. Creando una sovrapposizione di concetti che si vogliono assimilare paralizzando ogni qualsivoglia considerazione critica o dissenziente, verso il Governo di Israele, i coloni, l’esercito. Sulla scorta delle derive secuitarie lesive della libertà di pensiero, la Rete Nobavaglio si è posta alla testa di un movimento nazionale di otre 300 sigle. Cittadini, associazioni, sindacati, partiti politici. Un lavoro certosino di attivisti organizzati e senza gerarchie.
Un movimento orizzontale senza gerarchie che ha puntellato l’Italia di presidi e manifestazioni di protesta, il 9 settembre 2026, giorno in cui il ddl 1004 è stato blindato dal muro della maggiornanza nonostante gli emendamenti proposti quel giorno in Commissione. Un movimento che tornerà a dissentire e a lottare per i diritti inalienabili il due ottobre, quando il testo andrà in aula senza che nessuna proposta dell’opposizione, compresa la definizione di antisemitismo di Gerusalemme - che non equipara la critica al governo israeliano all’antisemitismo - sia stata presa in considerazione. A dimostrazione che la cronaca della Shoah non ha perso la sua efficacia e non è ancora entrata nella Storia. Utilizzata come merce di scambio per scopi politici sotto l’egida di categorie etiche e questioni di colpe mai superate dal tribunale di Norimberga.
E intanto il mondo gira nonostante l’asse neo-coloniale di impianto razzista su cui regge l’attuale governo Israeliano che impedisce qualsiasi ipotesi di convivenza pacifica tra due popoli semiti: ebrei e palestinesi. E intanto resta la pena di non poter narrare, fuori dal canone stabilito e cristallizzato, né la Storia grande né quella piccola.


