Contro il neoliberismo ma a favore di Israele: chi è davvero Andy Burnham?
Parole anti-austerità, fatti filoisraeliani. Il "camaleonte" Burnham conquista il Labour, ma lascia aperti tutti i dubbi
La crisi politica britannica ha trovato il suo ennesimo, fulmineo epilogo. Keir Starmer, il primo ministro più impopolare della storia del paese, ha gettato la spugna dopo appena due anni di governo. Con una maggioranza schiacciante di 174 seggi ottenuta nel 2024, il laburista lascia Downing Street da sconfitto, tradito da un'impopolarità che i sondaggi di maggio avevano ormai certificato come irreversibile.
Al suo posto, il partito guarda ad Andy Burnham. Reduce dalla vittoria nelle suppletive di Makerfield, il sindaco uscente della Greater Manchester si prepara a raccogliere l'eredità di Starmer. Ma chi è davvero il sessantenne di Liverpool, cresciuto politicamente ai tempi di Gordon Brown?
Burnham si presenta con un'arma che a Starmer è sempre mancata: il carisma. Il "re del Nord", come lo chiamano i media britannici, ha costruito la sua popolarità lontano da Westminster, governando Manchester dal 2017. Lì ha sfidato Londra sulle restrizioni pandemiche, ha rilanciato il trasporto pubblico e ha coltivato un'immagine di laburista autentico, vicino alla gente. Esattamente quello che il partito, dissanguato dalla crisi di fiducia, cerca disperatamente.
Eppure, il problema non è solo l'assenza di speranza. La Gran Bretagna che Burnham eredita è un paese in declino strutturale. La crescita prevista per il 2026 si ferma all'1%, la disoccupazione giovanile sfiora il 14% e il debito pubblico ha raggiunto i 2,9 trilioni di sterline, quasi il 95% del PIL. Un quadro desolante che ha affondato Starmer e che rischia di travolgere chiunque si sieda sulla poltrona di Downing Street.
Burnham promette di invertire la rotta. "Quarant'anni di neoliberismo" devono finire, ha dichiarato in campagna elettorale. Parole che suonano come un pugno nello stomaco per l'establishment finanziario della City, e che riscaldano il cuore della sinistra laburista. Ma i fatti, per ora, sono solo parole. The Economist, evidentemte spaventato da queste dichiarazioni, ha bollato il suo programma come un esercizio di nostalgia: riconquistare il controllo dei servizi pubblici e riportare posti di lavoro industriali nel Nord. Un'operazione che, secondo il settimanale, assorbirà tempo e denaro senza risolvere i problemi strutturali del paese, finendo per alimentare ulteriore populismo. Un classico della propaganda neoliberista.
Il vero problema, però, è un altro. Burnham è un camaleonte, evidenziano i suoi critici. Nel corso della sua lunga carriera politica, ha cambiato posizione così spesso che persino i suoi colleghi faticano a definire una linea coerente. "Tre membri di tre diverse fazioni laburiste entrano in un bar e il cameriere dice: 'Ciao, Andy'", scherzano a Westminster. Un aneddoto che racconta meglio di ogni analisi la natura duttile e opportunistica, quasi liquida, del suo profilo politico.
E qui il discorso si fa spinoso. Burnham ha costruito la sua reputazione di uomo di sinistra, ma su un tema cruciale come il conflitto in Medio Oriente le sue posizioni rivelano una continuità scomoda con i predecessori. Dopo il 7 ottobre ha condannato gli attacchi di Hamas, ha parlato del diritto di Israele a difendersi e ha definito il movimento BDS "spiteful". Ha evitato di usare la parola genocidio per descrivere le operazioni israeliane a Gaza, rifugiandosi dietro il ruolo di sindaco di Manchester: "Non posso giudicare cose di tale enormità da dove mi trovo". Una prudenza calcolata che ha deluso l'ala progressista del partito.
I fatti parlano chiaro. Burnham ha sostenuto la linea del governo laburista, lo stesso governo che ha continuato a fornire sostegno militare e diplomatico a Israele mentre la Striscia di Gaza veniva ridotta in macerie. Ha partecipato a cerimonie di commemorazione dell'Olocausto, ha stretto la mano alle comunità ebraiche, ha condannato l'antisemitismo nel suo partito. Tutto giusto, tutto doveroso. Ma non ha mai messo in discussione l'alleanza strategica con Tel Aviv, non ha mai sfidato apertamente la narrazione dominante che vuole Israele vittima e non carnefice. In questo, Burnham si rivela erede di Starmer, che pure era stato tra i più accaniti critici di Jeremy Corbyn proprio sull'antisemitismo.
La contraddizione è evidente. Lo stesso uomo che promette di rompere con quarant'anni di neoliberismo, che si presenta come il leader capace di restituire speranza ai diseredati del Nord, si allinea senza riserve alla politica estera dell'establishment. Denuncia l'austerità, ma non il commercio di armi con un paese accusato di genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia. Sfida la City, ma non l'alleato statunitense.
I critici più radicali, come il Partito Comunista Britannico, non hanno dubbi: "Il governo di Starmer ha continuato la complicità vergognosa della Gran Bretagna nel genocidio in Palestina e nelle guerre imperialiste degli Stati Uniti". E Burnham, con le sue ambiguità, rischia di essere esattamente la stessa medicina, solo con un involucro più attraente.
La sua ascesa è comunque probabile. Il partito laburista, disperato e frantumato, si aggrappa a chiunque possa restituire un'illusione di unità. Ma gli avvertimenti degli analisti sono chiari. Burnham, come Starmer, come i suoi predecessori, si scontrerà con i muri della realtà. L'economia non si aggiusta con i cliché, la giustizia sociale non si costruisce sostenendo guerre altrui. "La sua popolarità comincerà a calare dopo l'insediamento", prevede il giornalista Graham Hryce, "tra 12 mesi si troverà nella stessa situazione di Starmer: profondamente impopolare, con un governo in frantumi e sull'orlo di un altro colpo di mano".
Resta da vedere se le sue promesse di rottura con il neoliberismo saranno mantenute o se, come spesso accade, si riveleranno vuota retorica. Di certo, la storia insegna che il potere trasforma. E Burnham, il camaleonte che ha saputo essere tutto per tutti, dovrà presto scegliere da che parte stare.


