Cose dell’altro mondo. Un reportage dai Territori Occupati di Palestina

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Cose dell’altro mondo. Un reportage dai Territori Occupati di Palestina

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RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO QUESTO REPORTAGE DALLA PALESTINA OCCUPATA

 

di Matteo Carosi*

 

Nell’inverno 2026, con un’amica, siamo partiti per la Palestina tra le fila dell’International Solidarity Movement ISM, un gruppo internazionalista che fa presenza protettiva per le persone palestinesi dall’occupazione israeliana. Ci hanno addestrati, da remoto e in presenza a Ramallah ed assegnati al luogo in cui saremo rimasti per il mese successivo, a Masafer Yatta, tra le colline a sud di Hebron.

Quella che segue è la breve storia della nostra esperienza come attivisti internazionalisti in Cisgiordania.

 

Umm Al Kahir, Cisgiordania

Foto ©Irene De Marco 

La prima notte passata “sul campo” è nel villaggio di Umm Al Kahir, un fragile villaggio di beduini, stabilitisi qui subito dopo la Nakba (‘la catastrofe’ in arabo) del 1948, dal deserto del Negev, ora in Israele. Questo piccolo villaggio con circa duecento abitanti, tra i protagonisti del documentario premio Oscar No Other land, è il centro di una strenua e ramificata resistenza contro l’occupazione israeliana.

Qua incontriamo Khalil,  leader del consiglio autonomo palestinese della zona.

Con lui finiamo per registrare un’intervista a più voci.  Prima di iniziare vado ai bagni del centro comunitario, guardo attraverso la finestrella di vetro, spio seguendo il mio sguardo oltrepassando la rete metallica, fino ad un complesso di caravan, ci sono delle finestre illuminate, due donne parlano con un uomo. A 5 metri dal bagno si svolge tranquilla la vita del recente insediamento di coloni israeliani che minaccia la sopravvivenza delle persone che ci ospitano.

Com'è la vita dei bambini qui? Gli chiediamo. Attorno a noi c’è un via vai costante di bambini e bambine saltellanti e giocose.

“Ci sono 68 bambini e bambine qui nel villaggio. Sfortunatamente 2 bambini e 3 bambine da quest'anno hanno smesso di andare a scuola, a causa delle condizioni di povertà in cui vivono, e a causa delle violenze crescenti dei coloni. Dal 7 Ottobre in poi le strade sono diventate molto pericolose, per la crescente presenza dei coloni, ogni giorno attaccano le macchine, attaccano i bambini, non è sicuro. Non ci sono scuolabus che portino i bambini a scuola, bisogna sempre organizzare l’accompagnamento con la presenza di internazionali.”

Come apprenderemo poi nei giorni seguenti, molte organizzazioni internazionali, compresa la nostra, hanno smesso di fare accompagnamenti a scuola, perché li ritengono ormai troppo pericolosi. Prende sempre più consistenza il termine che da alcuni accademici è stato proposto di ‘scolasticidio’ per la condizione scolastica in Palestina. I bambini e le bambine ormai vanno a scuola per 3 volte alla settimana, sempre sperando di non trovare un colono sulla loro strada, sperando che un bulldozer dell’esercito non l’abbia buttata giù la sera prima, o che l’insegnante non sia stato arrestato sulla via di scuola.

Khalil a ruota libera, in una frenesia narrativa, continua a raccontare la storia recente della sua gente.

“La storia inizia il 28 Luglio 2025, a mattina viene portato un grande bulldozer qui nel villaggio, per tagliare gli alberi e far portare i caravan dei coloni. Gli abitanti si oppongono e tentano di fermarlo. Awdah ( Awdah Hathaleen, fratello di Khalil) era dentro il centro comunitario col figlio di 3 anni a filmare l'accaduto. Yinon Levi, che è il colono responsabile di queste operazioni,  spara ad Awdah, che cade a terra. Ricordo il figlio di 3 anni con la maglia bianca sporca di sangue, le mani sporche di sangue. Nessuna ambulanza è arrivata, nessun primo soccorso. Polizia ed esercito non sono arrivati sul momento. Quando sono arrivati, hanno portato tutta la comunità e gli internazionali a casa di mia madre, quasi 200 persone con donne e bambini in una casa, sparando e lanciando lacrimogeni. Tra di loro arriva Yinon Levi e inizia a scegliere 2,3,4 persone tra la mia famiglia per arrestarli e li arrestano. La persona che aveva ucciso Awdah. Yinon Levi quella stessa notte è stato portato alla stazione di polizia, ed è stato rilasciato dopo 3 ore. Il giorno dopo è tornato qui, a finire il lavoro iniziato.”

Khalil continua e chiude.

“Se chiedi alle persone qui qual è il loro sogno, non ti risponderanno che sognano viaggiare o fare shopping, ti risponderanno una sola cosa, dormire per una notte al sicuro.”

Inizia quella rieducazione emozionale che sarà una costante qui in Palestina. La rabbia, il disgusto, il furore contro un’ingiustizia spesso cadono in un impalpabile torpore. Non ci sono le condizioni materiali per esprimerle, vengono represse, da meccanismi di sopravvivenza interni e da un esterno ostile e schiacciante.

Susya AJ, Cisgiordania

Foto ©Irene De Marco 

La macchina organizzativa, sempre febbrile, che unisce i nodi della rete di autodifesa dei villaggi palestinesi, ci muove ogni giorno, ogni notte.

La presenza in una zona militare chiusa della famiglia da cui andiamo ci costringe a prendere diverse precauzioni per non finire arrestati e deportati dall’esercito israeliano. Prima fra tutte arrivare e ripartire sempre con il buio. Sulla porta, nella penombra, incontriamo l’uomo palestinese che ci accoglie, padre di una famiglia di due adulti e due bambine, in uno spazio piccolissimo.

Mentre una delle sorelle si addormenta col telefono in mano, l’altra rimasta sveglia ci arruola nel suo spettacolo rivolto al mondo,  illuminato dalla luce del monitor delle videocamere poste in giardino. Con un microfono fantasma tra le mani, Ladies and Gentlemen, the Queen of Palestine, the best dancer in the world, parte la coreografia, tra piroette, ponti e salti dei più folli.

Date le premesse, la notte era popolata di fantasmi. Noi eravamo in allerta, sempre vigili, anche i nostri brevi sogni prendevano la forma della sorveglianza.

Poi tutto succede.

L’accusa di aver lanciato una pietra su dei coloni israeliani viene pagata nel piccolo villaggio palestinese con un raid dell’esercito, con l’arresto di un uomo anziano e la confisca della sua macchina. Durante questa operazione militare siamo costretti a nasconderci nel bagno della casa. Da lì sentiamo i rumori e le urla, i pianti e i tonfi, leggiamo i messaggi nelle chat che raccontano la situazione fuori dal bagno. Sono entrati in casa, hanno cercato il giovane palestinese accusato, hanno fatto uscire il padre, hanno spalancato la porta del bagno dietro cui siamo nascosti, si sono fermati sull’uscio e non ci hanno scoperto.

Dallo spiraglio della porta abbiamo sentito la figlia piangere, l’abbiamo vista allo specchio asciugarsi il naso insanguinato per lo spavento, l’abbiamo sentita rispondere al telefono che squillava in continuazione, come fosse la segretaria delle sventure del padre. L’abbiamo vista, sbirciando, sorriderci e farci segno di restare nascosti. Finito tutto, il padre è rientrato, col suo sorriso migliore stampato sulla faccia, ricoperto di terra e polvere. Poi, abbiamo ballato con lei, sforzandoci per tirare via il bianco dalle nostre facce ricoperte di spavento, e le abbiamo detto che avrebbe potuto giocare a tutti i giochi del mondo sui nostri telefoni.

Deir Sharaf, Cisgiordania

Foto ©Irene De Marco 

Ci muoviamo verso nord, tra Tulkarem e Nablus. Staremo qui per 4 notti, da una famiglia composta da 3 persone, decimata nella sua presenza da un grave attacco subito un mese fa da parte di 100 coloni provenienti dall’insediamento sopra la collina. La devastazione, la violenza e la profonda paura, hanno fatto trasferire nella città di Yatta, 200 km a sud, la maggior parte di questa numerosa famiglia, con centinaia di pecore al seguito.

Avvistiamo la presenza dei coloni in alto sopra la collina.

Foto ©Irene De Marco 

Si innesca un gioco di vigilanza reciproca, pensiamo che ci guardino, che sappiano quello che pensiamo. Come in un panopticon perfetto, prendono le altezze, costruiscono e dominano la valle, anche attraverso lo sguardo. Scendono velocemente dalla collina. Raggiungono una casa abbandonata e sprangata dall’ultimo grave e definitivo attacco di circa un mese prima, salgono sul tetto, ci salutano, fanno il segno della vittoria con le dita.

E così siamo gettate tra le pagine di un romanzo storico tipo Guerra e Pace, con l’esercito di Napoleone Bonaparte appostato sulla collina e l’esercito russo in svantaggio giù nella valle, i generali scrutano i movimenti dei vari battaglioni, ogni movimento è significante, e determina la reazione che costruisce la tattica dell’avversario. E così chissà che se li osserviamo con la camera la cosa li farà desistere dallo scendere a valle, o magari accenderà la loro vendetta per averli provocati con la nostra presenza indagatrice.

Subito dopo se ne vanno, e così tutto torna alla normalità, tagliamo la legna, la madre fa il pane.

Iniziamo a cercare i funghi, che sempre crescono dopo i giorni di pioggia. Assieme ripercorriamo i viottoli semi abbandonati della proprietà, ormai piena di rifiuti di vite precedenti e dei segni dell’attacco subito. I rifiuti sono il segno della persistenza densa dell’occupazione, del paesaggio che crea e impone. I funghi si nascondono dietro l'erba alta e i rifiuti sparsi a terra. L’erba è più verde e i funghi più gustosi se strappati all’ombra dell’occupazione.

Una volta tornati, la pace garantita dal Board of Peace sbiadiva sempre di più. Dal cessate il fuoco sono stati uccisi 757 palestinesi. Israele si rifiutava di autorizzare l’ingresso nella Striscia di Gaza del governo tecnico palestinese incaricato di amministrare l’enclave nell’ambito del piano di pace di Donald Trump. 

Il gabinetto di sicurezza nazionale del governo israeliano, annunciava la storica decisione che espande la giurisdizione di Israele su zone di area A e B, controllate dall’Autorità Palestinese e liberalizza la compravendita di terreni e proprietà palestinesi per i cittadini israeliani “per dare ai coloni gli stessi diritti legali e civili e continuare ad uccidere l’idea di uno stato palestinese.”

I media italiani, riportando i commenti del governo italiano sui video di Ben Gvir con i prigionieri della Global Sumud Flottilla, dicevano che lo Stato di Israele stava varcando molte linee rosse del diritto internazionale.

Viene da pensare che ci sia un grosso problema di daltonismo di fondo.

*Lavora nella ONG A Sud. Attivista nella galassia ecologista romana

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