Cuba sfida il blocco USA e sperimenta un nuovo farmaco contro il melanoma
Il Centro di Immunologia Molecolare annuncia le sperimentazioni cliniche del 2C12, alternativa al costoso pembrolizumab reso inaccessibile dalle sanzioni
Cuba resiste e rilancia. Non con le armi, che è pronta a imbracciare in caso di aggressione USA, ma con i laboratori. Con i camici bianchi e la scienza. Mentre il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti si stringe come una morsa attorno a ogni settore della vita cubana, L’Avana risponde con un nuovo farmaco contro il melanoma avanzato. Si chiama 2C12. Lo hanno sviluppato gli scienziati del Centro di Immunologia Molecolare (CIM), fiore all’occhiello della sanità cubana. Ed è già pronto per la sperimentazione clinica su pazienti che, altrimenti, non avrebbero alternative.
Non è un caso isolato. È l’ennesima dimostrazione di come la medicina cubana trasformi l’ostacolo in motore per avanzare. Il pembrolizumab, il farmaco di riferimento a livello internazionale per stimolare il sistema immunitario contro i tumori, è fuori portata. Costa caro. Ma soprattutto è inaccessibile a causa delle sanzioni che impediscono a Cuba di acquistarlo. Allora i ricercatori del CIM hanno deciso di crearne uno simile. Con mezzi ridotti. Con la determinazione di chi non si arrende al soffocamento.
El CIM cubano ensaya el fármaco 2C12, similar al pembrolizumab, contra melanoma avanzado en 3 hospitales del país, como alternativa nacional ante el alto costo y el bloqueo. #CienciaCubana pic.twitter.com/to4B1hL8Kb
— Dirección General Salud Cienfuegos (@DPSCfgos) August 25, 2026
La sperimentazione del 2C12 partirà all’Instituto Nacional de Oncología y Radiobiología e all’ospedale Hermanos Ameijeiras, a L’Avana. E presso l’ospedale oncologico di Villa Clara. Saranno coinvolti pazienti con melanoma in fase avanzata. Persone per le quali la chirurgia non è più sufficiente. Persone che oggi possono guardare a questa notizia con un filo di speranza. I loro familiari potranno chiedere informazioni direttamente ai medici coinvolti. Niente segreti. Niente porte chiuse. Solo la volontà di curare pazienti che non sono dei numeri o peggio dei clienti come accade invece nei sistemi sanitari occidentali.
Eppure, il contesto è drammatico. La viceministra della Salute Pubblica, Carilda Peña García, ha denunciato che il blocco aggravato da Washington ha compromesso persino i protocolli assistenziali di base. Manca il carburante. Manca il denaro per comprare materie prime. La produzione di vaccini e farmaci contro le malattie trasmissibili è rallentata. I pazienti oncologici subiscono le conseguenze di un assedio brutale. Ma Cuba non smette di cercare strade proprie. Perché la sovranità sanitaria non è uno slogan: è una necessità quotidiana.
C’è poi un’altra verità che questa vicenda restituisce con forza. Ed è la memoria di una frase pronunciata da Fidel Castro, il 25 maggio 2003, davanti a decine di migliaia di persone a Buenos Aires. «Médicos y no bombas», disse. Medici e non bombe. Quel giorno, il leader cubano rispondeva alla retorica della guerra preventiva lanciata da George W. Bush dopo l’11 settembre. Ma quelle parole echeggiano oggi con un peso ancora più grande.
Cuba non ha mai avuto armi intelligenti. Ha invece migliaia di scienziati e medici educati a salvare vite. E lo fanno dovunque: nei luoghi più remoti, nei contesti più difficili. Durante la pandemia, l’isola ha inviato oltre tremila operatori sanitari in 28 Paesi. Trentacinque brigate internazionali. E si aggiungono ai ventottomila professionisti cubani che già lavoravano in cinquantanove nazioni. Il Contingente Henry Reeve, specializzato in disastri ed epidemie, è stato persino candidato al Premio Nobel per la Pace. Non per caso.
Il paradosso è evidente. Gli Stati Uniti stringono il cerchio. Impediscono l’accesso ai farmaci. Ostacolano gli acquisti. Colpiscono l’energia e i trasporti. Eppure Cuba risponde con un farmaco che cerca di assomigliare a quello che non può comprare perché l’acquisto gli è precluso. Lo fa con la ricerca pubblica, con la dedizione dei suoi laboratori, con una rete ospedaliera che non si ferma. È la prova che la medicina cubana non è un racconto di propaganda. È un fatto concreto. È la dimostrazione che, nonostante tutto, si può ancora produrre conoscenza e speranza.
Ma c’è un’altra verità che emerge da questa storia. Ed è la forza di un paese che, pur soffocato, non smette di pensare alla salute come diritto universale. Non come merce. A Cuba la sanità non è un privilegio per ricchi. Il blocco statunitense è reale. È draconiano. Soffoca l’economia e rende la vita quotidiana un peso insostenibile. Ma Cuba non si piega. Continua a investire nella scienza. Continua a formare medici. Continua a mandarli nel mondo, non per fare guerra, ma per curare.
I messaggi che arrivano dall’Avana sono chiari. Il 2C12 è un’alternativa. Ma è anche un simbolo. Un simbolo di resistenza intellettuale e pratica. Di un paese che trasforma l’isolamento in laboratorio. Che non accetta che il diritto alla vita dipenda dai decreti di un presidente straniero. Cuba rigetta l’idea che la sanità debba essere piegata alle logiche del mercato o alle sanzioni politiche.
Cuba ancora una volta smentisce le narrazioni più superficiali. Non è un paese di soli problemi. È un paese di soluzioni trovate contro ogni previsione. Un paese dove la parola “blocco” non significa “resa”. Dove la medicina è ancora considerata una missione, non un affare.
E mentre il mondo guarda altrove, distratto da altre crisi, l’isola continua a lavorare. Con i suoi limiti. Con le sue risorse scarse. Ma con una determinazione che non si compra e non si vende. I medici cubani non portano bombe. Portano farmaci, esperienza e umanità. E il 2C12, ancora in fase di test, è già un messaggio potente: la salute non si blocca. Neppure con un blocco asfissiante.
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