Cuba-Venezuela. Parte la campagna di solidarietà “Amor con amor se paga”. Intervista a Johnny García Calles, coordinatore generale del Moviment nazionale di amicizia e solidarietà mutua
di Geraldina Colotti per l'AntiDiplomatico
“Amor con amor se paga”. Prende il nome da una frase di José Martí la campagna di solidarietà con Cuba, lanciata in una conferenza stampa introdotta e coordinata dalla giornalista Anahí Arismendi. Per Martí- ha ricordato Arismendi - l'amore non era un sentimento astratto, ma un impegno politico e umano: per significare come la dedizione totale alla causa degli oppressi generi un debito di gratitudine che può essere ripagato solo con altrettanta dedizione.
Cuba lo ha dimostrato al mondo fin dal primo giorno della rivoluzione, proponendo un modello di inclusione sociale che non è mai venuto meno, a dispetto del bloqueo imposto dagli Stati Uniti, reso oggi più feroce dall'amministrazione Trump. Nelle parole di Trump oggi, come in quelle di Obama ieri contro il Venezuela, Cuba è “una minaccia inusuale e straordinaria contro la sicurezza degli Stati uniti”: la minaccia dell'esempio, che manda negli altri paesi medici e non bombe, che condivide quel che ha e non quel che le avanza.
Chi non ha ricevuto aiuto da Cuba in Venezuela durante tutti gli anni in cui la rivoluzione bolivariana ha messo in atto l'interscambio solidale mediante le misiones medico-scientifiche o educative? Non per niente, il comandante Chávez ripeteva spesso la frase di José Martí: amor con amor se paga.
Ora – ha suggerito Anahí – è il momento di dimostrarlo: con video, testimonianze, e con la partecipazione a una campagna di solidarietà in tre tappe, illustrata dal Coordinatore del Movimento nazionale di solidarietà Venezuela-Cuba, Jhonny García Calles.
Al lancio della campagna hanno partecipato vari movimenti e istituzioni politiche o accademiche (come l'Università internazionale della comunicazione, diretta dalla deputata Tania Díaz), che fanno vita nella rivoluzione bolivariana, presenti alla conferenza o in collegamento virtuale da una ventina di stati: dal Frente Francisco de Miranda, a Alba Movimientos, alla Plataforma dei media alternativi e comunitari Rompiendo Fronteras.
La conferenza ha avuto luogo negli uffici della Commissione di Participación ciudadana, diretta da José Perales. A nome dell'Istituto Simon Bolivar, presieduto dalla deputata Blanca Eeckout, Vladimir Castillo ha ricordato la relazione storica fra Venezuela e Cuba, dai tempi del Libertador, passando per la campagna “Un bolivar por la Sierra Maestra”, una delle pagine più belle e significative della solidarietà internazionalista tra Venezuela e Cuba. Un precedente storico fondamentale che spiega perché oggi si parli ancora di “Amor con amor se paga”.
Allora, mentre Fidel Castro, il Che e i rivoluzionari cubani combattevano sulla Sierra Maestra contro la dittatura di Batista, il Venezuela stava vivendo il proprio processo di liberazione dopo la caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez (23 gennaio 1958). In quel clima di fervore rivoluzionario, nacque un legame spontaneo tra la lotta venezuelana e quella cubana.
La campagna fu lanciata nel 1958 (principalmente tra ottobre e dicembre) da diverse organizzazioni studentesche, sindacali e politiche venezuelane. L'idea era semplice ma potente: chiedere a ogni cittadino venezuelano di donare un bolívar (che all'epoca era una moneta d'argento con un forte potere d'acquisto) per sostenere l'acquisto di armi, medicinali e provviste per l'Esercito ribelle a Cuba. La campagna fu guidata da figure come Fabricio Ojeda (che era allora il presidente della Giunta Patriottica che aveva rovesciato Pérez Jiménez) e da intellettuali e giornalisti che vedevano nella Sierra Maestra la speranza per tutto il continente.
La raccolta avvenne nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche e nelle università (soprattutto all'Ucv). I venezuelani vedevano nella vittoria di Fidel la garanzia della propria libertà appena riconquistata. Vennero raccolte somme ingenti che furono inviate segretamente o portate direttamente a Cuba. Si dice che parte di quei fondi servì a finanziare la spedizione di armi che arrivò a Cuba proprio alla fine del 1958, facilitando l'offensiva finale.
Quando Fidel visitò Caracas nel gennaio del 1959, appena dopo il trionfo della Rivoluzione, pronunciò un discorso storico in cui ringraziò il popolo venezuelano, dicendo che il Venezuela era “la patria del Libertador, che ci ha aiutato quando ne avevamo più bisogno”.
Con lo stesso spirito, oggi il Venezuela lancia "Amor con amor se paga" per aiutare Cuba a resistere al blocco, nonostante l'inedito assalto subito con il sequestro del suo presidente e della “primera combatiente”, la deputata Cilia Flores. Con la loro voce o con la loro presenza, la deputata Noris Herrera, figura storica del lavoro nelle comunas, Jimmy Gudiño, deputato e consigliere municipale della capitale, accompagnati dagli interventi dei rappresentanti politici del Psuv nei vari stati, hanno spiegato come, in Venezuela, la solidarietà dei popoli non sia un "commercio", ma una reciprocità di amore e sacrificio per il bene comune.
Ha concluso la conferenza Lidice Altuve, vicepresidenta dell'Istituto Simón Bolívar, con un appassionato discorso sulla necessità della campagna, sull'importanza di diffondere e moltiplicare il messaggio di Cuba, “faro di dignità e esempio per i popoli del mondo”, come momento di unità internazionalista e antidoto contro i veleni della propaganda mediatica dominante, sintetizzato nell'hastag #SolidaridadIndestructible.
Al riguardo, abbiamo intervistato
Johnny García Calles, coordinatore generale del Movimento Nazionale di Amicizia e Solidarietà Mutua Venezuela-Cuba.
Qual è l'obiettivo di questo incontro alla vigilia di una nuova fase per la solidarietà internazionalista?
Siamo qui, presso la Commissione di Partecipazione Cittadina dell’Assemblea Nazionale, per dare il via a una videoconferenza con i principali movimenti sociali del Paese. L’obiettivo è fornire gli elementi operativi per lo sviluppo della campagna nazionale "Amor con Amor se Paga" (L’amore si paga con l’amore). È una frase di José Martí che il Comandante Chávez citava sempre per ringraziare il popolo cubano per la sua ammirazione e solidarietà verso il Venezuela. Oggi quella solidarietà deve tornare indietro: vogliamo che ogni venezuelano e venezuelana sappia come contribuire a questa campagna per sostenere l'isola di fronte all'asfissia energetica e al rafforzamento del blocco criminale.
Avete strutturato la campagna in tre fasi. Può spiegarci quali sono e come si svilupperanno?
Certamente. Abbiamo definito un percorso in tre tappe: cominciamo con Corazón por corazón salvando vidas (Dal 25 febbraio al 15 marzo). Questa prima fase è dedicata alla raccolta di medicinali prioritari. Sappiamo che il blocco impedisce a Cuba di acquisire farmaci, materie prime e attrezzature mediche. I frutti di questa raccolta convergeranno all'Avana il 21 marzo, insieme ad altre esperienze di solidarietà del continente come la "Flotilla" e il "Convoy Nuestra América". La seconda fase riguarda la sovranità energetica e si intitola Luz y esperanza para nuestros hermanos. Cercheremo donazioni da organismi, partiti politici e cittadini per acquistare sistemi di pannelli solari. Sarà il governo cubano a indicarci come e dove installarli: ospedali, scuole o laboratori. È un modo per ricambiare chi, per 26 anni, ci ha inviato medici, ci ha ridato la vista o ci ha insegnato a leggere. L'ultima fase riguarderà la sovranità alimentare e si chiamerà Maíz de la Patria Grande. Abbiamo deciso di lasciarla per ultima perché richiede una logistica più complessa per garantire che gli alimenti arrivino in ottime condizioni. Stiamo già lavorando per garantire le navi necessarie per il trasporto marittimo verso l'Avana. Invieremo prodotti come la Nutrichicha, che sono fondamentali perché nutrienti e non deperibili.
Johnny, la storia tra i due paesi non inizia con Chávez e Fidel, ha radici molto più profonde. Qual è il legame che unisce questi due popoli?
È una fratellanza eroica e storica. Non dimentichiamo che fu una cubana la prima ad allattare il Libertador Simón Bolívar e che la famiglia del Maresciallo d'Ayacucho, Antonio José de Sucre, proveniva da Santiago di Cuba. Molti cubani combatterono per la nostra indipendenza: il colonnello José de la Era fu decorato da Bolívar proprio sul campo di Carabobo e morì poi a Maracaibo per la libertà del Venezuela. E ricordiamo Carlos Aponte, assassinato a Cuba mentre lottava per la nostra libertà. Oggi onoriamo anche i 32 caduti il 3 gennaio nell'assalto criminale e genocida dell'imperialismo contro il Venezuela. Se l’impero blocca, noi abbracciamo; se l’impero asfissia, noi liberiamo. Perché con Cuba, l'amore si paga con l'amore.
C'è una "campagna sporca" condotta a livello internazionale secondo la quale il Venezuela bolivariano avrebbe abbandonato Cuba, e non le invierebbe più petrolio. Cosa rispondete a chi, all'estero, crede a queste notizie?
Questa è pura guerra cognitiva, sono fake news lanciate da figure come Donald Trump per rompere l'unità del popolo venezuelano e isolarci dalla solidarietà mondiale. Al contrario, oggi il popolo venezuelano è più unito che mai. Lo abbiamo visto ieri a San Antonio del Táchira dove abbiamo ricordato la Battaglia dei Ponti, quando l'imperialismo ha tentato di invaderci con il pretesto di introdurre “aiuti umanitari”, e lo vediamo ogni giorno nel consolidamento del potere comunale, che è la nostra transizione al socialismo come annunciato dal presidente Nicolás Maduro. Nonostante le aggressioni, siamo concentrati su tre linee strategiche: mantenere la pace e l'unità; esigere la libertà immediata del presidente Nicolás Maduro Moros e della "primera combatiente" Cilia Flores; e approfondire il processo rivoluzionario. Ai popoli del mondo diciamo: non credete alle menzogne. Siamo qui, stiamo difendendo la nostra sovranità e non abbandoneremo mai i nostri fratelli, perché difendere Cuba significa difendere l'onore e la patria indipendente che ci ha lasciato Simón Bolívar.

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