Da cittadini a consumatori: Adriano Segatori e le verità nascoste nel libro di Angela Fais

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Da cittadini a consumatori: Adriano Segatori e le verità nascoste nel libro di Angela Fais

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di Adriano Segatori

Il titolo del libro di Angela Fais, saggia studiosa e preziosa amica, lo avrei usato in uno di quei cicli di incontri che facevamo anni fa definiti come “percorsi di consapevolezza”. Erano settimanali appuntamenti durante i quali le persone esprimevano le proprie percezioni, definivano le personali interpretazioni, motivavano i soggettivi giudizi su eventi e su figure di particolare valenza simbolica – il padre, la madre, l’acqua, la montagna, il buio, la luce ed altri spunti dai quali trarre un qualche elemento di interiorità.

In questo titolo, essenzialmente due elementi sarebbero e sono di significativa importanza dal punto di vista psicologico e simbolico: le pietre, quale materia di stabilità e di compattezza; il popolo, come elemento dinamico di storia e di destino.

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Con questo incipit, Angela Fais analizza, con precisione e approfondita conoscenza, il cambiamento che ha subito Palermo nel corso di diversi decenni. La cosa in sé potrebbe intendersi come un’analisi circostanziata e peculiare di un luogo specificamente circoscritto, se non emergessero all’interno della sua meticolosa osservazione e rigorosa ricerca dei meritevoli suggerimenti per ampliare il discorso, secondo le nostre due competenze condivise: la psiche e la filosofia.

Scrive l’Autrice come “il neoliberismo agisce proprio su un doppio fronte, materiale e immateriale”. Cominciamo da qui.

Era il 12 maggio del 1972 quando il grande psicoanalista francese Jacques Lacan, all’Università Statale di Milano, tenne un discorso magistrale dal titolo “Il discorso del capitalista” nel quale denunciava il capitalismo, quale fenomeno ideologico e culturale che andava ben oltre le considerazioni di carattere economico, che si credevano di sua limitata interferenza, ma che infiltrava in maniera subdola e pervasiva la stessa psiche individuale e collettiva, intervenendo pesantemente alla distruzione di ogni legame e riducendo l’uomo ad un essere desoggettivato, dipendente dal consumo, senza radici, senza vincoli, senza desideri.

Proprio grazie – o a causa – di questa decostruzione dell’umano, “risuona inquietante il moto thatcheriano: ‘La società non esiste, ci sono solo gli individui’”. Ma la Thatcher non era una psicologa, e neppure una appassionata di filosofia, per cui confuto il suo motto con cognizione di causa, e mi rivolgo invece ad una interpretazione più soddisfacente al criterio analitico di Angela Fais.

È proprio alla ‘più società’ che si indirizza il sabotaggio capitalista. La società, unione collettiva basata sul contratto tra soci – ‘gesellschaftsvertrag’, contratto societario – è il terreno di coltura del capitale, che per attecchire e incrementarsi necessita di fare piazza pulita di ogni dovere, ogni legame, ogni alleanza tra gli uomini legati in comunità – “gemeinschaftsgefühl”, sentimento comunitario, spirito di solidarietà.

Una volta colpito l’uomo, e il senso stesso di umanità, è stato ed è molto più facile colpire il ‘luogo’ dell’appartenenza stessa. Pensiamo, per inciso e rapida diffusione, allo sviluppo abnorme dei centri commerciali, dove all’interno sono stati sistemati degli slarghi, dei centri di ristoro, degli spazi per i bambini, dei punti di riposo, così sostituendo in maniera artificiale – esattamente come la luce e l’aria che si respira – la piazza, le trattorie, i parchi giochi, le panchine che hanno sempre costituito i punti di riferimento per gli incontri, gli scambi e le relazioni autentiche e naturali.

“La proletarizzazione del ceto medio ha gettato nella precarietà”, osserva giustamente Angela Fais riferendosi specificamente alla dimenticanza delle periferie e al cittadino “declassato a mero consumatore, utilizzatore della città”. Ma, a mio avviso, l’operazione liberalcapitalista ha raggiunto un obiettivo ancora peggiore: la ‘proletarizzazione delle voglie’, distribuendo a basso costo tutti i possibili surrogati ai desideri. Mi spiego meglio. Il desiderio ha in sé lo spirito del progetto, il senso di una vocazione magari inespressa e difficile da identificare, la chiamata di un destino al quale rispondere. La voglia, invece, ha l’immediatezza di soddisfacimento e, di conseguenza, la rapidità della delusione e della frustrazione. Con questo artefatto psicologico, l’operazione indicata ha prodotto una vera e propria sedazione della massa e rassegnazione ad ogni evento, ad ogni eventualità non desiderata, quindi la presentificazione di una vita sempre fluida e inconsistente.

La “vera e propria trasformazione antropologica che vede il cittadino, titolare di diritti fondamentali e inalienabili, declassato a mero consumatore, utilizzatore della città” è stata la causa e l’effetto simultaneamente del “divorzio tra ‘urbs’ e ‘civitas’, tra le pietre e il popolo”.

Con i piani regolatori delegati a personaggi discutibili per interessi personali e per scadenti capacità tecniche, è venuta meno l’idea simbolica di città, fatta di storia, di memoria, di vita comunitaria, e quando va bene sostituita da estemporanei turisti, quando invece va male da presenze allogene e inquietanti realtà.

Il popolo, poi, ridotto drasticamente a popolazione, a conteggio di entità reciprocamente avulse, fluide, sradicate, a conferma, come annota Roger Scruton, che “Le società moderne sono società di estranei”.

Questo saggio di Angela Fais offre degli spunti di analisi e di discussione difficili da contenere in un semplice articolo, ma è per un mio interesse personale che intendo chiudere questo scritto. Quando parla di città e delle necessità di mantenere, di tutelare, e di valorizzare le opere e i manufatti, per la mentalità capitalista di cui si è parlato, quindi con il trionfo della quantità, del materialismo, della praticità, dell’utilitarismo, della comodità e della fruibilità funzionale – fattori preminenti e prioritari del discorso indicato – queste istanze non hanno alcun valore.

Dall’“opera d’arte di un grande autore, [come] anche la stradina anonima” perdono di ogni significanza, così come ogni forma di artigianato viene considerato sempre meno, elementi inutili dal punto di vista commerciale.

Scrive Javier Ruiz Portella, eccellente critico della contemporaneità, che “Quel che si è spento tra noi non è il ‘senso estetico’: e la capacità di lasciarci trasportare dall’oscura luce del sacro”. Non è più il solco a tracciare i confini, né le indicazioni simboliche per strutturare il luogo scelto, ma la praticità della semplice esistenza. Del resto, se il capitale si fonda sul denaro, e “il denaro è sterco del demonio”, è scontato che il sacro venga rinnegato, con esso la pietra e il popolo, così come può considerarsi scontata una risposta allo stesso Portella quando si chiede in maniera retorica “Perché il nostro mondo è l’unico capace di piazzare insieme cadaveri e merda nello stesso luogo in cui gli altri mondi mettevano un ‘David’ di Michelangelo o una ‘Nike di Samotracia’”?

Un fatto, però, è di fiduciosa rilevanza: quello di incontrare persone come Angela Fais, animatrice di un pensiero e di un “Appello a moltiplicare di fatto i focolai locali, trasformando la città in un campo di resistenze capace di interrompere i replicarsi del totalitarismo omologante del virus neoliberale”. Approfitto e mi accodo, con la speranza di combinare magari qualcosa di utile insieme.

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