Dalla Convertibilità al "grillete fiscal": l'Argentina si consegna ai mercati (ancora una volta)
Il Banco Central svuotato, il "grillete fiscal" e il bluff sull'inflazione
di Fabrizio Verde
Il fanatismo ideologico ha preso il potere in Argentina. Javier Milei, con la sua motosega e il suo delirio presentato come “anarcocapitalista”, sta realizzando un modello economico che non è altro che la riedizione, in versione ancora più estrema, del fallimentare regime della Convertibilità che già negli anni '90 portò il paese al collasso.
La vecchia ricetta che già distrusse l'Argentina
Milei cerca di accreditare il suo progetto come una novità rivoluzionaria, ma le sue ricette economiche con cui assicura di rialzare il paese dalla crisi sono ormai ben note: privatizzazioni selvagge che comprendono asset strategici e sanità, deregulation estrema, cancellazione delle tutele lavorative, austerità, pareggio di bilancio. Insomma, politiche cosiddette di lacrime e sangue annunciate dallo stesso Milei durante il suo discorso investitura, in cui ha praticamente affermava, tra gli applausi scroscianti dei suoi sostenitori, di essere pronto a sacrificare il popolo argentino sull'altare degli interessi capitalistici. Cosa che ha fatto e che continua imperterrito a fare. Tanto che in Argentina si è arrivati a consumare carne di asino.
Già nel suo primo discorso da presidente, Milei tracciava la rotta. Il suo allora portavoce presidenziale Manuel Adorni - oggi non più in carica - annunciava: "Cambieremo il contratto sociale in modo che ci sia rispetto per la legge, le libertà individuali e la proprietà privata". E aggiungeva: "Non si spenderà più in deficit. 'Non ci sono soldi' non è una frase fatta, l'equilibrio fiscale sarà rispettato alla lettera".
Ma la coerenza non è certo un punto forte del fanatico neoliberista. Già nei primi giorni del suo mandato, nel 2023, Milei firmava un decreto per modificare una normativa che impediva la nomina di parenti stretti a cariche pubbliche, piazzando sua sorella Karina come Segretario generale della Presidenza. Un altro provvedimento autorizzava il ministro delle Finanze a intervenire, chiudere, liquidare, privatizzare, fondere o sciogliere decine di imprese statali, compresi i media pubblici. Una scena già vista: lacrime e sangue per il popolo, privilegi per la famiglia.
Un modello che ha già fallito in Cile
I sostenitori di Milei amano citare il Cile come esempio virtuoso. Peccato che la realtà racconti ben altra storia. I cosiddetti Chicago Boys, formatisi all'Università di Chicago, implementarono il neoliberismo durante la dittatura di Pinochet negli anni '70. Ma, invece di promuovere la crescita economica e portare benefici a tutti i settori della società, le politiche neoliberiste hanno fatto esplodere la disuguaglianza e ostacolato lo sviluppo sociale.
La concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi ha permesso a una piccola élite di accumulare grandi fortune, mentre la popolazione generale ha sofferto per i conseguenti prezzi elevati e l'accesso inadeguato ai servizi essenziali. Le tutele del lavoro e i diritti di contrattazione collettiva sono stati annullati, portando a condizioni di lavoro precarie e salari stagnanti per la classe operaia. La privatizzazione dell'istruzione e della sanità ha portato alla mercificazione di questi servizi essenziali, rendendoli accessibili solo a chi può permetterseli.
Il risultato? Un impoverimento della crescita e un'esplosione delle disuguaglianze sociali. Un grande classico del sistema neoliberista.
La Convertibilità: il fallimento che Milei vuole ripetere
Il crollo del neoliberismo in Argentina negli anni '90 è la prova lampante della fallacia di queste teorie. La forte dipendenza dal debito estero e l'attuazione di "misure di austerità estrema portarono a un default e a una grave recessione. Quando gli Stati Uniti aumentarono i tassi di interesse all'inizio degli anni 2000, l'Argentina si ritrovò incapace di far fronte ai propri obblighi di debito.
Roberto Feletti ha ricordato giustamente che "quel modello monetario portò, nel finale, a un'Argentina di economia del ‘trueque’. Ricordiamo la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni 2000, con l'emissione di ‘cuasimonedas’, che fu la risposta di molte province alla mancanza di mezzi di pagamento".
E la storia si concluse con l'allora presidente De La Rua costretto a fuggire in elicottero per sottrarsi all'esplosione della rabbia popolare. Milei sarà il nuovo De La Rua?
La follia del "grillete fiscal" e la distruzione del Banco Central
Il progetto di riforma della Carta Organica del Banco Central presentato da Milei è una follia. L'obiettivo è eliminare la sua incidenza nella politica finanziaria, la quale rimarrà indefettibilmente in mano alle corporazioni finanziarie estere e locali che controllano quel business, come evidenzia il quotidiano Pagina|12.
Il Banco Centrale, nelle intenzioni del governo Milei, perderà quasi tutti i suoi obiettivi essenziali: "elimina dalla Carta Organica il suo impegno con la crescita economica, il pieno impiego, la stabilità finanziaria (distinta da quella monetaria), la supervisione del sistema di pagamenti e il sostegno all'equità sociale". Rimarrà un solo obiettivo: preservare "la stabilità del valore della moneta".
L'ex presidente del Banco Central, Mercedes Marcó del Pont. ha spiegato che "l'indipendenza del Banco Central dal potere politico finisce per essere una dipendenza dalle corporations" che controllano i mercati finanziari.
Milei inventa anche la figura del "grillete fiscal", che "proibirà allo Stato di approvare o sostenere budget deficitari, e se ciò accadrà per diversi mesi, sottoporrà lo Stato a uno spegnimento (shut down), con scarse eccezioni nel suo funzionamento". Milei ha presentato la legge del "grillete fiscal" come una presunta misura di responsabilità. La retorica è studiata a tavolino: se il paese entra in deficit e i politici non lo risolvono, tutto il Congresso e i principali funzionari dello Stato smettono di percepire lo stipendio. Sembra una misura contro la casta politica, ma è tutto fumo negli occhi.
Il meccanismo è semplice e devastante: "Se per diversi mesi consecutivi il risultato fiscale è deficitario, il Congresso avrà alcune settimane per ristabilire l'equilibrio dei conti pubblici. In caso contrario, entrerà in vigore il cosiddetto shutdown e si paralizzeranno le attività non essenziali dello Stato". Attività non essenziali, secondo la definizione di chi? La risposta è agghiacciante: nelle mani del fanatico neoliberista, "non essenziale" può significare tutto ciò che non serve al profitto delle corporation.
La misura, come hanno giustamente sottolineato i deputati dell'opposizione, è "di totale gravità". Significherebbe che l'Argentina si ritrova senza sicurezza, senza salute e senza istruzione. Sono "idee disparate, copiate dagli Stati Uniti", ma adattate al peggio: mentre negli Stati Uniti lo shutdown si attiva per mancanza di accordo politico per approvare il bilancio, nello schema di Milei il grilletto è il deficit fiscale. Un meccanismo che non punisce i politici per la loro incapacità, ma paralizza interamente lo Stato, punendo il popolo e lasciando mano libera ai mercati.
Il deputato socialista Esteban Paulón ha colto il punto: "Milei ha promesso di far saltare in aria il Banco Central e ora spinge una modifica del suo statuto per rafforzare esclusivamente la sua funzione monetaria e, allo stesso tempo, lasciare in modo permanente la propria linea ideologica alla guida dell'istituzione". Il "grillete fiscal" non è quindi una misura di responsabilità, ma un cavallo di Troia per blindare l'ideologia neoliberista anche dopo la fine del suo mandato, come ha denunciato l'ex presidente del Banco Central Alejandro Vanoli: "Vogliono lasciare un cavallo di Troia al prossimo governo".
La misura è grave e pericolosa: impedisce allo Stato di reagire alle crisi, lo condanna all'immobilismo e consegna le sorti del paese ai mercati finanziari.
Il bluff sull'inflazione
Il discorso di Milei sull'inflazione è un'opera di propaganda che non regge all'analisi dei dati. Come ha dimostrato l’economista Alfredo Serrano Mancilla, l'idea che l'inflazione sia causata esclusivamente dall'emissione di moneta è una "sciocchezza" da manuale neoliberista.
Negli Stati Uniti, tra il 2008 e il 2012, "l'emissione monetaria fu di quasi il 160% e l'indice dei prezzi non superò il 10,3%". Nel Regno Unito ci sono stati periodi in cui l'emissione ha sfiorato il 200% mentre i prezzi sono cresciuti del 16,4%. In Brasile con un'espansione monetaria del 123% i prezzi sono cresciuti del 27,6%. Nell'Unione Europea, dopo un'emissione senza precedenti, l'inflazione resta al di sotto del 2%.
"Come si può vedere, la determinazione dei prezzi è molto più complessa di un'equazione riduzionista basata sul denaro in circolazione", spiega Serrano Mancilla. L'inflazione ha radici multiple: il costo di produzione, la struttura oligopolistica dell'offerta, le catene distributive, e persino fattori speculativi come il "Dólar Today" in Venezuela, che "serve come scusa a pochi grandi imprenditori, che possono così fissare prezzi alti".
L'Unione Europea: il simbolo del neoliberismo fallimentare
Non serve guardare lontano per vedere i frutti avvelenati del neoliberismo. Basta osservare lo stato in cui versa l'Unione Europea tecnocratica e neoliberista. Uno dei maggiori fallimenti di questa ideologia è l'esacerbazione della disuguaglianza, poiché le politiche neoliberiste spesso danno priorità agli interessi delle aziende e delle élite ricche rispetto ai bisogni della maggioranza. La privatizzazione e la deregolamentazione dei servizi essenziali si sono rivelate dannose, negando l'accesso a coloro che non possono permettersi di pagare.
Prima di definire Milei un "populista" quasi a voler nascondere il suo vero volto, i media mainstream farebbero bene ad analizzare le sue proposte economiche. Forse si accorgerebbero che si tratta di quelle stesse politiche applicate in Italia ed Europa negli ultimi trenta anni e che hanno affossato un intero continente.
Le somiglianze con Mario Draghi - preso qui come esempio emblematico del neoliberismo italiano ed europeo - sono sorprendenti. Entrambi rifiutano la nozione di un'economia pianificata centralmente e favoriscono i principi del cosiddetto libero mercato (che in realtà non è per niente libero). Entrambi sono forti sostenitori della liberalizzazione del mercato e ferventi sostenitori del raggiungimento della stabilità monetaria.
Milei e Draghi condividono significativi punti di contatto e somiglianze nelle loro convinzioni e azioni economiche. Il loro accordo sulla politica economica, la difesa della liberalizzazione del mercato e la passione per la stabilità monetaria dimostrano il loro agire in un terreno comune, quello del neoliberismo nudo e crudo. Un ambito dominato dalle privatizzazioni selvagge, la svendita dei paesi, la precarizzazione del lavoro sacrificato sull'altare del profitto capitalistico.
Politiche che inevitabilmente conducono a uno scenario catastrofico: economie ferme al palo, salari stagnanti, depressione economica. Casi di neoliberismo di successo non se ne ricordano, eppure gode di ottima stampa al contrario del tanto demonizzato socialismo, in tutte le sue varianti.
L'Argentina non ha imparato la lezione
Evidentemente però l'Argentina non ha appreso la lezione e il paese viene di nuovo messo sulla stessa strada che lo condusse al collasso economico all'inizio del nuovo secolo.
Milei non è un populista. È un fanatico neoliberista che sta applicando all'Argentina le stesse ricette che hanno già distrutto il Cile, che hanno portato al collasso l'Argentina stessa negli anni '90, e che continuano ad affossare l'Europa, Italia in testa. Le sue politiche non sono una cura: sono una condanna a morte economica e sociale.
I dati mostrano già il fallimento totale: miseria, crisi e povertà crescente. Ma il fanatico con la motosega continua a correre verso l'abisso, trascinando con sé un intero popolo.


