Dalle spese mediche ai rifiuti: perché i turisti usano i nostri servizi senza pagarli davvero
di Angela Fais
Qualche giorno fa una coppia di turisti americani in vacanza in Puglia, necessitando di assistenza sanitaria per la figlia neonata, si è rivolta a un ospedale locale.
Dunque, la Asl di Bari applicando le tariffe regionali previste per i cittadini stranieri che, non iscritti al SSN, non rientrano tra gli aventi diritto, emette una fattura di 1700euro. Importo di gran lunga inferiore rispetto agli USA, dove 1 giorno di ricovero può arrivare a costare anche 10mila euro e oltre.
I genitori però, sprovvisti di quelle polizze assicurative che proprio nel loro paese invece sono indispensabili per ricevere assistenza sanitaria, non avendo gli USA un servizio sanitario nazionale pubblico e gratuito, si indignano profondamente e si rifiutano di pagare. “Pensavamo a una truffa” hanno dichiarato, annunciando una battaglia legale.
E’ intervenuta anche la CGIL che inspiegabilmente dà loro ragione e torto alla ASL.
Questi fatti ci danno la possibilità di fare alcune considerazioni, dal momento che il turismo di massa stravolge i nostri territori, la vita di chi li abita e le comunità che quotidianamente accolgono i turisti.
Relativamente ai turisti statunitensi, c’è un doppio tema. Innanzitutto ricorre un topos coloniale finanche troppo inflazionato nella nostra storia. Perché mai, infatti, due americani in vacanza in uno dei protettorati dell’ Impero, dovrebbero pagare i servizi erogati?
Questo, in realtà, non lo fa nessun turista. La questione dei servizi qui è centrale.
Il turista durante il suo soggiorno usufruisce ampiamente di tutta una serie di servizi che la Comunità provvede a erogare, sia servizi alla persona che servizi di pubblica utilità, senza però contribuirvi in alcun modo. Ricordiamocene quando sentiamo ripetere il luogo comune del “turista che porta i soldi”. Si badi bene, infatti, che la tassa di soggiorno che il turista paga, come previsto dal DL n.23 di marzo 2011 e secondo quanto ha recentemente ribadito la Corte dei Conti, è un tributo a destinazione vincolata e pertanto destinata esclusivamente agli ambiti turistici e a quelli ad essi correlati ma mai può essere utilizzata per scopi anche solo indirettamente connessi al turismo.
Sulla scorta di queste considerazioni non sembra una proposta peregrina quella di tassare i turisti nella misura in cui usufruiscono dei servizi della Comunità che li ospita.
Molte città italiane intensamente interessate dal turismo di massa, come ad esempio Palermo, Genova, Roma, Firenze, prevedono a breve consistenti aumenti della TARI che, ricordiamolo, è un tributo a carico del possessore e non del consumatore occasionale, che pure produce immondizia e usufruisce dei servizi. Nella fattispecie, i turisti producono molti più rifiuti pro capite rispetto ai residenti. Come dimostrano i dati raccolti da ISPRA, i servizi di pulizia urbana sono messi in crisi dall’overtourism. Si pensi che un turista arriva a produrre 1,2kg di spazzatura al giorno contro i 500gr di un residente. Stessa situazione anche nei piccoli Comuni che arrivano a gestire il doppio dei rifiuti rispetto ai periodi invernali o ordinari.
Sembra coretto, quindi, che si chieda loro un equo contributo fiscale.
Dunque, riformulare la tari o l’imposta di soggiorno e trasformarla in una tassa di scopo legata ai rifiuti o prevedere un suo raddoppio con un vincolo di destinazione specifico per la pulizia urbana, sarebbe una proposta da considerare.
Chiedendo un contributo di questo tipo, tra l’altro, sia chiaro che non si corre il rischio di scoraggiare i turisti dal fare una vacanza nel nostro paese. Infatti, a Venezia a fronte dell’introduzione del ticket turistico non si è riscontrata una riduzione significativa rispetto al numero di visitatori.
Si tratta semplicemente di fare in modo che i turisti corrispondano in maniera equa rispetto ai servizi di cui usufruiscono.
Non salassare i turisti, ma far si che contribuiscano nella giusta proporzione al finanziamento dei servizi pubblici, che partecipino attivamente al benessere collettivo. Far sì che generino un valore per la comunità che vada oltre il consumo di qualche coperto.
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