Daniele Luttazzi - “Regime change”: cambia il leader e così aumenta il rischio di guerra civile

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Daniele Luttazzi - “Regime change”: cambia il leader e così aumenta il rischio di guerra civile

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Riassunto delle puntate precedenti: stiamo dando un’occhiata a Successo catastrofico: perché il cambiamento di regime imposto da potenze estere fallisce, un saggio scritto nel 2021 da Alexander B. Downes, docente di Scienze politiche alla George Washington University. Il testo dimostra che imporre a uno Stato un cambio di regime è controproducente e spiega perché. La difficoltà dei protettori nel controllare i propri protetti, unita all’opposizione domestica verso le politiche desiderate dal protettore, limita la possibilità che il cambio di regime porti a stabilità interna e a relazioni bilaterali soddisfacenti. Questa dinamica rende il cambio di regime una strategia di solito inefficace e destabilizzante. Nel decennio successivo all’intervento dell’attore esterno, la probabilità di una guerra civile nel Paese bersaglio aumenta in modo significativo. Non sempre, però. Nel cambiamento istituzionale il rischio di una guerra civile aumenta nei Paesi poveri e in quelli con elevata eterogeneità etnica, mentre si riduce se le istituzioni politiche si fanno stabili. Anche le restaurazioni tendono a ridurre il rischio di una guerra civile. Il cambio di leader, invece, lo moltiplica di tre volte. In Cambogia negli anni 80 e in Afghanistan e Iraq dopo il 2001, le invasioni finalizzate al cambio di regime provocarono la disintegrazione delle forze armate statali. I resti degli apparati militari sconfitti si riorganizzarono e diedero origine a insurrezioni armate.

Altrove, come in Nicaragua nel 1912 e in Guatemala negli anni 60, ci furono mobilitazioni violente contro governi percepiti come strumenti di potenze straniere. I leader imposti possono essere rimossi in vari modi. A volte l’attore esterno tollera o favorisce la rimozione del leader divenuto insoddisfacente: nel Vietnam del Sud, ad esempio, gli Stati Uniti non intervennero per impedire la rimozione di Duong Van Minh, la cui politica aveva generato crescente insoddisfazione a Washington. Né è raro un nuovo intervento militare per rimuovere il leader divenuto indisciplinato. In altri casi, il leader viene rovesciato da un golpe o da ribellioni che l’attore esterno non voleva. I cambi di regime falliti aumentano il rischio di ostilità e la divergenza politica: nella Repubblica Democratica del Congo, Laurent Kabila cercò di ridurre la dipendenza dal Ruanda per placare l’opposizione interna, provocando una rottura che sfociò in un conflitto su larga scala; in Cina, nel 1928, il Giappone assassinò Chang Tso-lin e impose Chang Hsüeh-liang: la successiva disubbidienza di questi dimostrò come il timore delle conseguenze domestiche possa spingere un leader imposto a sfidare apertamente il proprio protettore straniero. Il successo del cambiamento di regime è raro e dipende da condizioni eccezionali, come la presenza di una minaccia comune, alti livelli di reddito pro capite e omogeneità etnica. In assenza di tali condizioni, i regimi imposti tendono a essere percepiti come illegittimi e a governare in modo non democratico. Ne deriva instabilità politica. Gli esiti negativi dei cambi di regime, sottolinea Downes, non dipendono da errori contingenti o tecnici, ma dai limiti strutturali dell’operazione stessa.

Il regime change è uno strumento intrinsecamente rischioso, spesso svantaggioso e dai costi sproporzionati rispetto ai benefici strategici, quasi sempre modesti; inoltre tende a fallire proprio nei casi in cui è più facile da attuare, cioè contro Stati deboli. Che lo Stato bersaglio sia una minaccia è in genere un’esagerazione propagandistica. Perché dunque gli Stati persistono in una strategia che non risolve i problemi? La spiegazione è disarmante: perché anche le alternative coercitive (sanzioni, ecc.) hanno scarso successo. COMMENTO: Gheddafi cominciò a sudare freddo quando Sarkozy smise di rispondere alle sue telefonate. 

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