Deflazione, salario minimo e stagnazione secolare secondo W. Munchau

Un’inflazione troppo bassa o una deflazione lieve destabilizzano l’economia

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Deflazione, salario minimo e stagnazione secolare secondo W. Munchau

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Articolo di Wolfgang Munchau pubblicato sullo Spiegel Online 

Traduzione di Matteo Thormann
Fonte: La Grotta


Tutto il mondo sta parlando di deflazione, cioè della spirale di calo dei prezzi. Ed ora arriva la notizia che in Germania l’introduzione del salario minimo, dovrebbe spingere in alto i prezzi delle fragole e degli asparagi il prossimo anno. Anche i parrucchieri e i taxi potrebbero pretendere dei rialzi. Quindi, non corriamo più alcun pericolo di deflazione? Ed il Ministro del lavoro tedesco Andrea Nahles, è addirittura in grado di combattere la deflazione più efficacemente del Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi?
 
Prima di tutto: un aumento dei prezzi di beni e servizi essenziali una tantum, aumenterà l’inflazione tedesca. Ma dopo esattamente un anno, l’effetto sarà ancora una volta escluso dell’indice. Per la politica monetaria, il salario minimo è quindi irrilevante. La banca centrale può impedirlo oppure compensarlo. E non deve farlo per forza.
 
Lo stesso vale per gli aumenti dell’IVA. Vari governi, tra cui quello dell’Italia e della Spagna, hanno aumentato le aliquote IVA nel bel mezzo della crisi. Questi aumenti fiscali confluiscono nell’indice dei prezzi. Quando dopo un anno, verranno di nuovo esclusi, i tassi di inflazione nell’eurozona diminuiranno a loro volta. Questo è quello che è successo lo scorso autunno.
 
In altre parole, la pressione deflazionistica è nascosta negli indici ufficiali solo da misure governative. Qualcosa di simile accadrà con il salario minimo, se i prezzi di fragole e asparagi dovessero crescere. L’indice dei prezzi aumenta. La gente comincia a pensare che la pressione deflazionistica è finita. I conservatori sentono confermate le loro tesi. Ma non è cambiato nulla.
 
Buona parte dell’eurozona è già in deflazione
 
Per questo motivo, è meglio considerare un indice dell’inflazione di fondo, per la valutazione degli andamenti dei prezzi: meglio ancora, se si trattasse di uno che tenga conto degli effetti amministrativi. Nell’inflazione di fondo non sono comprese le merci con alta volatilità dei prezzi – come le fragole, gasolio da riscaldamento ed alcolici. Inoltre, le tasse non sono incluse nel calcolo. Alcuni paesi pubblicano tali statistiche. Se si facesse un nuovo calcolo, gran parte dell’eurozona sarebbe già in deflazione.
 
È un problema?
 
Si dice spesso che bisogna assolutamente evitare la deflazione, quindi il calo del livello dei prezzi, perché la gente rinvierebbe i propri acquisti nella convinzione che tutto sarà più conveniente l’anno successivo. Proprio ciò che è successo negli anni Trenta, ma non in Giappone negli anni ’90, per esempio. Nemmeno noi rischiamo questa forma di deflazione.
 
Il vero problema è un altro. Un’inflazione troppo bassa – 0,5 per cento – o una deflazione lieve possono destabilizzare l’economia. In Giappone, per esempio, due problemi sono emersi nello stesso tempo: la deflazione ed una domanda aggregata dell’economia troppo debole.
 
In una tale situazione si avrebbe bisogno di tassi di interesse negativi, per stimolare l’economia e per raggiungere la piena occupazione nel lungo periodo. Questo tasso di interesse negativo è anche chiamato tasso naturale di interesse, così chiamato dal nome dell’economista svedese Knut Wicksell. Tuttavia, poiché i tassi di interesse della banca centrale e di mercato non possono rimanere a lungo negativi, abbiamo un problema. Il tasso di interesse della banca centrale sarebbe quindi stabilmente al di sopra di quello naturale. In una tale economia non è possibile la piena occupazione.
 
Ci sono due vie d’uscita. O interviene lo Stato, o la banca centrale usa degli escamotage per cercare di abbassare i tassi di interesse di mercato. La prima opzione è la più efficace, ma non è fattibile, almeno per noi. Attraverso innumerevoli freni al debito, patti fiscali e patti di stabilità, abbiamo sigillato la porta.
 
L’altra opzione consiste nel tentativo della politica monetaria di spingere verso l’alto i tassi di interesse di mercato, attraverso l’acquisto di obbligazioni. In Germania ed in altri paesi creditori, tali misure sono impopolari. Si sospetta che si tratti di finanziamenti pubblici nascosti, perché le banche centrali dovrebbero sicuramente acquistare una quantità enorme di titoli di Stato, al fine di abbassare i tassi di interesse di mercato. Infatti, non ci sono abbastanza obbligazioni private in Europa.


 
Il pericolo di una stagnazione secolare
 
Prima della seconda guerra mondiale, c’è stata una discussione simile negli Stati Uniti. A quel tempo, l’economista americano Alvin Hansen tenne un discorso alla American Economic Association, il più famoso club di economisti in tutto il mondo. In quel periodo, mise in guardia gli astanti dal pericolo di una “stagnazione secolare”. Hansen descrisse con precisione la situazione in cui il tasso naturale è fortemente negativo. Ma la previsione pessimistica di Hansen non si avverò. Il motivo fu l’inaspettato piano di stimolo economico da parte del governo degli Stati Uniti: l’entrata in guerra. Il discorso di Hansen è caduto nel dimenticatoio da allora, ma ora è tornato di grande attualità.
 
Per fortuna, un programma di stimolo economico di questo tipo non è in vista, almeno per ora. Quindi, si pone la questione su come uscire da una stagnazione secolare. Con lo Stato? Con la stampa di denaro? Con entrambi? O si resta in stagnazione come in Giappone?
 
Il salario minimo tedesco truccherà un po’ i dati pubblici sull’inflazione. Ci darà una conforto statistico che in realtà non esiste. Succederà come in Giappone – solo con un tasso di disoccupazione significativamente più alto. Non vedo come possa finire bene.

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