Democrazia diretta vs. portaerei: la risposta del Venezuela bolivariano alle minacce USA

Mentre la minaccia della USS Gerald R. Ford si addensa sui Caraibi, Caracas risponde potenziando i suoi 5.334 circuiti comunali, dove il popolo gestisce in autonomia il budget e le decisioni

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di Fabrizio Verde

Mentre il ponte di volo della USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei al mondo, non conosce sosta nelle acque del Mar dei Caraibi, da Caracas il presidente Nicolás Maduro brandisce la spada di Simón Bolívar in un appello alla resistenza. Lo scontro, però, non è solo militare e diplomatico, ma si profila sempre più come una contrapposizione tra due modelli antitetici di potere e sovranità. Da un lato, la potenza di fuoco di Washington, giustificata dietro il fasullo pretesto dalla lotta al narcotraffico; dall'altro, la risposta di un Venezuela che, denunciando un'aggressione imperialista, propone la propria visione di democrazia partecipativa come alternativa globale.

Il dispiegamento militare statunitense, inquadrato nell'operazione "Lanza del Sur", procede a ritmo serrato. Le operazioni di volo notturno dalla gigantesca portaerei si accompagnano alla visita del capo di stato maggiore congiunto USA, Dan Caine, a Trinidad e Tobago, ufficialmente per rafforzare la stabilità regionale e la lotta al crimine transnazionale. Visti da Caracas, questi movimenti sono descritti come l'ultimo atto di una "guerra psicologica" e di un'“aggressione imperialista” iniziata alla fine dello scorso agosto, finalizzata a un cambio di regime per impadronirsi delle immense ricchezze energetiche del paese. Una circostanza che ormai dagli USA non nascondono nemmeno più, si vedano a tal proposito le recenti dichiarazioni della congressista repubblicana Maria Elvira Salazar, la quale ai microfoni di Fox Business ha dichiarato che un cambio di regime in Venezuela sarebbe "un giorno di festa per le compagnie petrolifere statunitensi". 

In questo contesto di tensione, la risposta del leader venezuelano non si limita alla mobilitazione popolare. Maduro sta portando avanti con forza un contro-narrativa politica, esaltando il modello di democrazia venezuelano come un esperimento innovativo e di portata mondiale. In un recente incontro con l'architetto giapponese Riken Yamamoto, Maduro ha elaborato la sua visione di una "democrazia diretta e permanente", che supera il modello rappresentativo delle élite, da lui definito "esaurito". Un modello di democrazia esclusivamente formale che si esaurisce nel mettere una scheda in un’urna ogni quattro o cinque anni, senza praticamente alcuna possibilità di incidere sulle decisioni politiche oppure ottenre cambiamenti sostanziali. 

Il cuore di questo sistema, ha spiegato il presidente bolivariano, è il "potere popolare", ovvero un popolo a cui viene consegnato direttamente il controllo dell'economia e delle decisioni pubbliche. "In Venezuela la gente ha imparato a fare moltissimo con le risorse che le sono state assegnate", ha affermato, sottolineando come l'amministrazione diretta da parte delle comunità garantisca il successo e la qualità delle opere pubbliche.

Il meccanismo operativo di questa democrazia quotidiana - e sostanziale - si basa su una struttura precisa a livello nazionale: i 5.334 "circuiti comunali". Questi circuiti, spazi di autogoverno locale, sono i destinatari diretti dei budget statali. "È una democrazia permanente, di tutti i giorni", ha sottolineato Maduro, "una democrazia quotidiana, che è la comunità che lavora insieme in assoluta armonia". Un modello, ha ricordato, che trae ispirazione dal budget partecipativo nato nel sud del Brasile negli anni '90, ma che in Venezuela viene portato a una scala e un'intensità senza precedenti, attraverso consultazioni popolari regolari.

Questa enfasi sulla democrazia partecipativa non è un mero esercizio retorico, ma un pilastro centrale della risposta di Caracas alla minaccia esistenziale portata dagli Stati Uniti. Mentre Washington accusa il governo venezuelano di autoritarismo, Maduro contrappone l'immagine di un paese in cui il potere emana organicamente dalle comunità organizzate. È una risposta molto potente, sia a livello interno che internazionale, diretta a trasformare la minaccia dell'assedio militare in una forza morale e politica.

La crisi nel Mar dei Caraibi si rivela, dunque, uno scontro multidimensionale. Da una parte, le minacciose navi da guerra e le presunte operazioni antidroga di Washington, contestate da organismi internazionali perché realizzate in violazione dei principi basilari del diritto internazionale e di ogni concetto di convivenza tra nazioni. Dall'altra, la spada di Bolivar sguainata dal Venezuela e i circuiti comunali di Caracas, che riaffermano un'irrinunciabile indipendenza e un nuovo paradigma di governo. 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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