Direttore di Al-Manar a Roma: "La nostra informazione viene censurata, anche in Europa, perché scomoda"
Intervista al direttore di Al-Manar dell'Antidiplomatico: "Ma stiamo vincendo. Quindici anni fa eravamo soli a combattere, a resistere, oggi ci sono 40 canali che trasmettono seguendo il nostro stesso orientamento politico, quello dell’asse della Resistenza"
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In occasione del sedicesimo anniversario della liberazione del Sud del Libano dalla occpuazione israeliana, è in visita a Roma Ibrahm Farhat, direttore generale di Al Manar, TV libanese vicina a Hezbollah. La redazione dell'AntiDiplomatico ha avuto la possibilità di rivolgergli alcune domande sull'attuale situazione nel Mediterraneo orientale.
L'Intervista
L'Intervista
- In Occidente viene decantato l’operato delle forze d’interposizione dell’Onu (Unifil) in Libano, visto come un modello di “peacekeeping”. Ma le truppe dell’Onu hanno effettivamente la capacità di impedire una nuova invasione israeliana del Libano? Dove sono posizionate esattamente queste forze? È vero che non sono presenti in Israele, sul territorio dell’occupante?
Far: L'Unifil, voluta dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, esisteva già dal 1978, sin dai tempi della prima invasione israeliana del sud del Libano. È stata poi rinnovata con la risoluzione 1701, dopo l’invasione del 2006, rafforzandone la presenza. In effetti, le forze dell’Unifil si trovano tutte all’interno del territorio libanese, nessuna in Israele. E hanno il solo compito di monitorare il cessate il fuoco, con la collaborazione dell'esercito libanese. Non fanno altro. Pertanto non è detto che possano impedire una futura invasione da parte d’Israele.
Perché dall’avvento delle famigerate primavere arabe, paradossalmente la questione palestinese, invece di acquistare maggiore rilievo nelle agende e nei media internazionali è stata praticamente oscurata?
Le tipologie delle cosiddette primavere arabe sono diverse per movimenti e popolazioni coinvolte. Ciò che è successo in Tunisia, ad esempio, ha creato un nuovo sistema politico. Mentre quello che è accaduto in Libia, in Siria e in Iraq ha visto la presenza di altri Stati che si sono infiltrati in questi movimenti per deviarne le idee originali. Nel caso della Siria non possiamo certo parlare di una rivolta popolare che vuole cambiare un regime al governo. Si tratta di una guerra quasi universale contro uno Stato, con la complicità e il silenzio di molti Paesi. Non è, in altre parole, una ribellione popolare genuina, ma una guerra camuffata da rivolta popolare. Ecco perché la questione palestinese non ha trovato alcuno spazio in questi processi.
- E ancor prima della Siria, la Libia: un Paese devastato in pochi mesi dall’aggressione della Nato, che praticamente tutti hanno sostenuto, anche la rivoluzionaria Tunisia… Oggi la Libia è un non Paese, completamente sfigurato e fuori controllo.
Questo progetto è consistito nello smembramento di tutte quelle entità statuali con un'idea di nazione forte per poi consegnarle ai Fratelli musulmani. Non si tratta del mio punto di vista, ma di un'analisi oggettiva. Queste azioni sono state compiute con una chiara complicità della Turchia e il silenzio assenso degli Stati Uniti. Nell’annientamento della Siria poi si sono trovati tutti d'accordo: l’Arabia Saudita (wahabita) e la Turchia (Fratelli Musulmani), correnti storicamente antagoniste tra loro. L’obiettivo è stato l’immediata distruzione di tutte le infrastrutture dello Stato. Come l'Arabia saudita sta facendo con lo Yemen.
Lo scorso marzo i curdi siriani hanno proclamato la nascita del Kurdistan federale (che comprende l’area nord orientale della Siria), lo Stato siriano come accoglie questa dichiarazione unilaterale?
Come principio, lo Stato siriano non accetta nessuna federalizzazione in nessuna porzione del suo territorio. D’altro canto, è un fatto che il governo siriano e i curdi collaborino per combattere il fenomeno Daesh.
Mettiamo il caso che Raqqa (roccaforte di Daesh in Siria) fosse liberata dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf) con il sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Usa. Secondo lei i curdi siriani avrebbero qualche speranza che l’Occidente li includa nel tavolo del negoziato di Ginevra e che interceda per loro con la Turchia sul riconoscimento dell’area curda al suo confine?
Oggi il punto focale della crisi siriana è il controllo della zona di Raqqa. Si tratta di una situazione molto complicata perché lì confliggono gli interessi di tutti gli attori di questa guerra: la Siria, la Russia, gli Usa, la Turchia, i curdi ecc. L'operazione è molto complicata e non possiamo al momento prevedere uno scenario certo. La Turchia fa parte della Nato, ma il capo di quest'ultima (gli Usa) oggi collabora con i curdi. Si tratta di un equilibrio molto delicato.
In questo contesto i curdi siriani sono ingenui nel pensare che gli Stati Uniti li proteggeranno dalla Turchia?
Forse sì. La posizione ufficiale di Washington fino ad oggi è di non federalizzare la Siria, perché in quel caso dovrebbe scontrarsi con Iraq e Turchia. Tutti discorsi teorici che non è detto però trovino riscontro nella pratica. Per fare un esempio, gli Usa hanno costruito un'alleanza internazionale contro Daesh, ma in realtà, per molto tempo non hanno fatto nulla contro questo. Quando sono arrivati i russi hanno bombardato le carovane del petrolio creando danni enormi all'economia di Daesh. Perché la coalizione a guida Usa non ha fatto lo stesso sin dall’inizio? Perché non colpisce le forniture strategiche che provengono dalla Turchia?
E' possibile prevedere una cristalizzazione della situazione in Siria, con una divisione de facto e una situazione stile guerra fredda con i due “blocchi” divisi a Raqqa, tipo una nuova Berlino?
Sì, è una delle tante ipotesi possibili, non possiamo escluderlo.
Da più di un anno nello Yemen è in corso un massacro ad opera della coalizione saudita, totalmente censurato in occidente.
La popolazione yemenita oggi vive una situazione devastante. Non c'era motivo di aggredire lo Yemen. Le parti in causa del Paese avevano deciso di fare un passaggio dei poteri. Probabilmente, l'Arabia Saudita, che ha subito pesanti sconfitte altrove, doveva trovare il modo di “rifarsi” da qualche parte. Ma al momento non è riuscita a recuperare niente. Né la guerra potrà risolvere alcunché nello Yemen. Per i sauditi la fine di quell’aggressione sarebbe un risparmio di denaro enorme, ma Riyad forse ha in testa l’idea di dover arrivare a una “vittoria” a tutti i costi, sulla pelle della popolazione yemenita.
Lo scorso aprile Al Manar è stato oscurato dalla piattaforma egiziana e prima ancora da quella saudita (Arabsat). Israele si è compiaciuto di questa gravissima violazione del diritto all’informazione. Al Manar come risponde a questo?
Al Manar viene censurato perché scomodo. La nostra informazione è un peso per molti Paesi. Le popolazioni di paesi nostri avversari ci ascoltano con molto interesse. Per questo siamo un pericolo. Il popolo israeliano segue le nostre trasmissioni e anche i discorsi dei nostri leader Hezbollah. Si fidano di più di Al Manar che del regime israeliano. Questa è l'importanza della nostra informazione. Oggi Al Manar trasmette su altri satelliti, via internet. Si trova in molti Paesi del mondo. E' vero che ci troviamo sempre di fronte a nuovi ostacoli, ma noi siamo abituati a superarli. Non dimentichiamo che nell’aggressione del 2006 Israele ha bombardato il nostro edificio, ma le trasmissioni si sono interrotte solo per due ore, durante gli altri 33 giorni di guerra d'invasione abbiamo continuato a trasmettere ininterrottamente. Non ce l’hanno fatta a fermarci.
Quindici anni fa eravamo soli a combattere, a resistere, oggi ci sono 40 canali che trasmettono seguendo il nostro stesso orientamento politico, quello dell’asse della Resistenza: canali palestinesi, iracheni e siriani. Prima, quando Nasrallah (leader di Hezbollah) parlava eravamo soli a trasmetterlo, oggi viene trasmesso in diretta da quasi trenta canali. Questo ostracismo nei nostri confronti non ha funzionato. Noi siamo aperti a ogni tipo di collaborazione, soprattutto in Europa. Il nemico che noi combattiamo in prima persona in Medio Oriente, il terrorismo, è anche il vostro in Europa. È triste vedere che la Francia ostacola Al Manar che favorisce un Islam di cooperazione tra i popoli, e poi chiude gli occhi sui canali che trasmettono il pensiero folle di Daesh.
La Redazione dell'AntiDiplomatico
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