"Disperato è il bisogno di soldi". Per Volpi, la mossa di Trump sul Venezuela salva Wall Street

L’analisi dello storico: con l'economia Usa in crisi e il mondo che non finanzia più il debito, l’intervento militare serve a creare una "bolla delle aspettative" per i mercati

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L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela ordinato da Trump non è una dimostrazione di forza, ma una mossa dettata dalla necessità. È questa l’analisi di Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, che in un’intervista al Fatto Quotidiano lega la strategia venezuelana alle profonde fragilità dell’economia americana.

Secondo Volpi, autore del saggio “La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale”, gli Stati Uniti si trovano in una condizione oggettiva di debolezza. Con un debito federale che sfiora i 38 mila miliardi di dollari e interessi annuali da 1.200 miliardi, il paese non può permettersi di far esplodere la gigantesca bolla finanziaria che lo sostiene. Il resto del mondo, a parte gli europei, non è più disposto a finanziare il debito USA, e con un dollaro debole non si può ricorrere semplicemente alla stampante monetaria.

In questo scenario, la mossa sul Venezuela appare come “una scelta quasi obbligata”. L’obiettivo immediato non è il petrolio, la cui industria nel paese sudamericano richiederebbe anni e ingenti investimenti per essere ripristinata, ma il segnale finanziario. “Basta dare il segnale di aver ‘preso possesso’ del Venezuela per far salire i titoli delle grandi major petrolifere”, spiega Volpi. All’apertura delle borse, infatti, le azioni di colossi come Chevron ed ExxonMobil sono schizzate, insieme a quelle delle società legate alla ricostruzione e alla sicurezza degli impianti.

Trump, in sostanza, sta già “vendendo” l’idea del petrolio venezuelano, finanziarizzandone le aspettative. È lo stesso meccanismo visto con le tensioni nello Stretto di Hormuz o nel Mar Rosso: annunciare il controllo militare di un’area strategica serve ad attirare capitali verso Wall Street, capitali che altrimenti potrebbero dirigersi altrove, ad esempio verso il riarmo europeo.

L’operazione ha un duplice beneficio interno. Da un lato, le plusvalenze dei titoli energetici vanno a ingrossare i portafogli dei grandi gestori del risparmio statunitensi come BlackRock e Vanguard, che sono oggi i principali compratori del debito statunitense. Dall’altro, poiché questi stessi colossi amministrano i fondi pensione e i prestiti agli studenti, Trump punta a una ricaduta economica diffusa in grado di generare consenso attorno alla sua politica aggressiva.

Anche l’ingresso di figure come Elon Musk, che con Starlink ha offerto internet gratis in Venezuela, e di altre realtà della “finanza alternativa” come Palantir di Peter Thiel, rientra in questa logica. Il Venezuela diventa così un’occasione per ricompattare il capitalismo finanziario di Washington, coinvolgendo sia i tradizionali colossi petroliferi che i Big Tech legati alle commesse del Pentagono.

Da valutare, conclude Volpi, è la reazione della Cina, che ha costruito importanti hub logistici e commerciali in America Latina e non può essere considerata un semplice spettatore. La domanda cruciale, per lo storico, è proprio questa: fino a quando Pechino osserverà senza intervenire questa strategia che usa la forza militare per alimentare la bolla finanziaria a stelle e strisce?

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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