Dividere i musulmani in buoni e cattivi a seconda della vicinanza al "modello occidentale": il caso Tunisia
Per i gelsomini la strada da percorrere è ancora molto lunga
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di Augusto Rubei
L'assalto al museo di Bardo ha sancito il prezzo della libertà per un Paese che troppo presto aveva creduto di aver intrapreso la via della democrazia. Perché se è vero che oggi la Tunisia è l'esperimento di maggior successo chiusa la stagione delle primavere arabe, è anche vero che da quando il giovane ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protestare contro il carovita molto è cambiato sul piano politico, meno su quello terreno. Con la caduta di Ben Ali e il trionfo del partito islamico moderato Ennahda alle elezioni del 2011 i tunisini hanno aperto una difficile fase costituente, che lo scorso anno è culminata con l'entrata in vigore di una nuova Costituzione contenente garanzie di libertà ed uguaglianza.
Le elezioni legislative di ottobre, prive di incidenti e rispettose delle tradizioni democratiche parlamentari e multipartitiche, hanno rappresentato la bollinatura finale ad un percorso socio-culturale complesso. Ma la realtà spesso viene ridotta a una dimensione pedissequamente divinizzata, per cui, come in questo caso, la Tunisia sia stata considerata in questi quattro anni la culla di un islam sano e giusto. Ma soprattutto in pace con il mondo.
Fermo restando il valore discriminatorio di questa precisa forma mentis che si ostina a dividere i musulmani in buoni e cattivi a seconda della loro vicinanza al modello demcoratico occidentale, la Tunisia continua ad essere un paese a forte rischio radicalizzazione.
Non è ancora chiaro se ci sia l'Isis dietro la strage al museo, e a dire il vero le modalità dell'assalto lasciano pensare nuovamente ad al Qaeda. Le similitudini con Charlie Hebdo sono diverse: luogo chiuso, armi "low tech", basso impiego di risorse. Considerato il processo di apostasia apertosi dalla proclamazione del Califfato in Iraq e in Siria, è probabile che si parli di soggetti addestrati in cellule qaediste e poi passati al libro paga di al Baghdadi.
Tuttavia, da tempo sappiamo che nelle fila dello Stato Islamico sono arruolati circa 3 mila combattenti tunisini e le possibilità che questi rientrino in madre patria, o che non lo abbiano già fatto, non sono poi così remote.
I segnali di un incremento dell'attività terroristica c'erano stati: solo due anni fa un giovane di 23 anni aveva tentato inutilmente di entrare nella lobby del rinomato Riadh Palm hotel di Susa, 140 chilometri a sud di Tunisi, e si era fatto esplodere sulla spiaggia sotto gli occhi degli 800 clienti dell’albergo.
Più recentemente, a dicembre 23 agenti di sicurezza sono stati uccisi da militanti islamici. Nello stesso periodo, almeno 30 jihadisti sono morti ed oltre 1.000 arrestati in operazioni anti-terrorismo. Alcuni analisti locali parlano di circa 400 cellule attive in Tunisia e collegate, ideologicamente o materialmente, allo Stato Islamico.
In alcuni paesi del Nord Africa è stato dimostrato che la democrazia, nella sua forma più esclusivamente embrionale, rischia di concedere nuove libertà di reclutamento ai gruppi fondamentalisti. E' accaduto in Egitto dopo la deposizione di Mubarak, così come in Libia dopo la morte di Gheddafi, ed è quel che sta accadendo in Tunisia.
Ciò non significa che le popolazioni arabe debbano rinunciare al proprio futuro nel timore di cadere preda del radicalismo. La peggior democrazia e’ sempre preferibile alla migliore delle dittature. Ma chi in questi anni ha creduto che un paese chiuso nella morsa di Libia ed Algeria fosse in grado di glorificare la pace per il resto dei suoi giorni ha commesso un grosso errore di valutazione. Per i gelsomini, purtroppo, la strada da percorrere è ancora molto lunga.
fonte: Micromega

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