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Ecco perché il discorso di Mattarella è peggiore di quelli di Napolitano

 


di Carlo Formenti*

Non essendo un ragazzino, nel corso della mia vita ho avuto modo di ascoltare decine di discorsi presidenziali di fine anno. Ho quindi fatto l’abitudine a quelle melense esternazioni infarcite di luoghi comuni, appelli all’unità e alla concordia, attestati di solidarietà per le vittime di eventi catastrofici, nonché sistematicamente prive di riferimenti a temi scottanti come i conflitti sociali, le disuguaglianze e le ingiustizie che in questo Paese non scarseggiano. Devo tuttavia riconoscere che il discorso di Mattarella è riuscito a sorprendermi, nel senso che si è posizionato persino al di sotto della media di quelle deludenti sequenze di parole vuote. 

Discorso banale e scontatissimo, ma per niente innocuo. L’invito a tornare a coltivare i buoni sentimenti, che ha introdotto l’esaltazione delle pratiche di volontariato, no profit e consimili, è sfociato nella celebrazione del ruolo di una società civile chiamata a fare opera di supplenza e sussidiarietà per sanare i limiti e i ritardi delle pubbliche istituzioni. Come se questi limiti e ritardi fossero dovuti all’essenza stessa del pubblico e non al suo progressivo indebolimento da parte degli interessi privati.
Interessi che trovano la loro massima espressione nelle istituzioni e nelle procedure della Ue, alla cui benedicente protezione (!?) nei confronti del nostro Paese Mattarella ha dedicato buona parte della sua breve concione.

Così come ha dedicato ampio spazio alle allusioni dirette e indirette alla necessità di contrastare il populismo, insistendo ovviamente sui temi del razzismo e del nazionalismo, senza accennare minimamente alle cause dell’insorgenza di tali fenomeni, né tanto meno alla sfida della “vera” crisi delle istituzioni, che è crisi di legittimità e rappresentanza in un contesto di progressivo restringimento di democrazia e diritti sociali. 

Il tutto condito con i canonici appelli allo spirito di comunità, concordia e solidarietà, retaggio di una cultura democristiana di cui il nostro coltiva solo gli aspetti formali ed esteriori, non certo il senso dello stato dei suoi grandi precursori. Insomma: un discorso da curato di campagna che ammanta di falsa bonomia la propria adesione ai valori, agli ideali e agli interessi dei padroni del vapore.

*post Facebook del 01/01/2019
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