Effetto Guerra in Iran: il PIL italiano frena mentre la NATO chiede il 3,5% per le armi

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Effetto Guerra in Iran: il PIL italiano frena mentre la NATO chiede il 3,5% per le armi

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di Federico Giusti
 
 Quando la coperta diventa corta qualcuno resta al freddo, con questa metafora potremmo sintetizzare l'analisi degli ultimi documenti governativi in materia di economia.
Se la crescita del paese è rallentata per la guerra in Iran (e per i cronici ritardi tecnologici dei paesi UE)  i dati previsionali del Governo erano per altro erano già deludenti e, dopo i rincari dei generi elettrici  a cascata di tutti gli altri, le previsioni economiche per il futuro non inducono ad ottimismo
 
Quando il Ministro Giorgetti parla di “ride­fi­nire le prio­rità” intende forse ritoccare al ribasso le spese militari?
 
Nel Governo esistono varie sensibilità sull'argomento difesa, siamo tuttavia certi che non ci saranno divisioni e rotture di sorta  all'orizzonte, in seno alla Lega (salvo poi votare ordini del giorno che vanno in direzione opposta) non fanno mistero di pensare al Riarmo con scetticismo pur essendo in politica estera Trumpiani e avendo sottoscritto ogni decisione governativa per accrescere la spesa militare (non volevano inviare le armi all'Ucraina ma poi hanno fatto a gara nel votare gli ordini del giorno suggeriti da Usa e UE).
 
Esisgere coerenza non è mai facile, nel centro sinistra le critiche al Pacchetto sicurezza arrivano anche da chi quei pacchetti, nelle versioni passate, li ha scritti e votati. Prendersela con il superbonus è sbagliato perchè non si valutano anche gli effetti positivi dello stesso, pensare al contempo che sia tutta colpa della Meloni è altrettanto semplicisitico.
 
Per fare una sola domanda al Governo, saranno in grado di portare a compimento i 78 pro­grammi di acqui­sto di armamenti già inviati in Par­la­mento?
 
Per finanziarne l'acquisto dove prenderanno i soldi? Se la Nato chiede di accrescere le spese mili­tari del 3,5 per cento, a cui aggiungere un altro 1,5% per il comparto sicu­rezza, il Governo Meloni obbedirà pur sapendo che la nostra economia non sarebbe in grado di supportare un impegno del genere? Intanto tra previsioni e effettivi stanziamenti registriamo un certo discostamento, le previsioni di spesa sono tutte superate dalla realtà, dai rincari dei metalli rari, delle materie prime, delle varie componenti tecnologiche
 
MILEX analizza le prossime spese militari e gli stanziamenti per dotare l'esercito di una incredibile varietà di armi a beneficio di tutti i corpi miliari, E quasi sempre si scopre che le spese militari superano le previsioni iniziali creando al governo qualche problema per la copertura degli impegni e la realizzazione finale dei progetti 
 
 
Senza fare la classica lista della spesa ci chiediamo se, alla luce del nuovo documento di Finanza Pubblica, ci saranno cambiamenti nelle strategie di spesa militare e di ammodernamento del nostro esercito, se tra le priorità da rivedere si troveranno gli impegni assunti per il complesso industrial militare o se, come crediamo, i tagli riguarderanno altri capitoli di bilancio, ad esempio quelli sociali
 
Il documento consegna al dibattito pubblico qualche dato preoccupante, il deteriorarsi (sono parole usate dal Governo) degli indicatori di finanza pubblica, il rincaro delle materie prime energetiche con effetti a catena su tutta l'economia
 
Il Governo intanto dichiara di voler sostenere i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese il che potrebbe tradursi nella conferma degli sgravi fiscali e di qualche bonus. 
 
Vedremo nelle prossime settimane gli sviluppi sapendo che la crescita dell'economia perde uno 0,1 in percentuale solo come conseguenza delle prime settimane di guerra in Iran, si ritiene invece il 2028 e il 2029 anni nei quali l'andamento economico sarà migliore ma senza fare i conti con l'imprevedibile politica estera degli Usa e la mancanza di autonomia decisionale e programmatica della Ue. Il Governo giudica preoccupante lo scenario internazionale ma al contempo è ampiamente soddisfatto di avere contratto il debito pubblico sfiorando per poco quel 3 per cento che avrebbe permesso di uscire dalla procedura di controllo da parte comunitaria.
 
 La domanda senza risposta è comunque un' altra: se diminuisce il deficit ma l'economia non cresce, se la domanda interna rimane ferma, sarà possibile mostrare tanto entusiasmo per i dati economici per l'abbattimento del deficit? E soprattutto, come scrive Roberto Romano sulle pagine di Domani,  non siamo davanti al mero fallimento del Governo Meloni ma alla inadeguatezza delle norme europee in materia di bilancio e spesa pubblica, alle politiche guerrafondaie della Ue aggiungeremmo noi che impegnano risorse crescenti nel Riarmo.
 
 Sono quindi le regole europee a dover essere ridiscusse e con esse anche le norme che limitano la spesa pubblica, questo problema si presenterà al cospetto di qualunque governo, poi è lecito e necessario entrare nel merito delle deliberazioni dell'Esecutivo Meloni ma senza dimenticare la cornice in cui siamo costretti a muoverci.

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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