Elezioni polacche del 15 ottobre: i partiti in campo, i favoriti e la russofobia dilagante

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Elezioni polacche del 15 ottobre: i partiti in campo, i favoriti e la russofobia dilagante

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Il 15 ottobre la Polonia va al voto per eleggere il nuovo Parlamento: 460 deputati al Sejm e 100 senatori. In testa alle previsioni per la vittoria, il “PiS” (Pravo i Sprawiedliwosc: Diritto e Giustizia) messo in piedi ventidue anni fa dai gemelli Kaczyiski: uno dei quali, Lech, defunto da tempo e l'altro, Jaroslav, leader attuale del partito e autentico “cardinal Richelieu” del governo in carica. “PiS”, vittorioso nelle due precedenti tornate elettorali, mira ora a triplicare la propria performance, contro gli sfidanti liberali di “Piattaforma civica”, a sua volta vittoriosa per due legislature prima del “PiS”. Le “differenze” di facciata tra le due formazioni, sono per lo più in stile “europeista”, ma non solo: accanto alla legittimazione o meno delle unioni civili o delle organizzazioni LGBT, c'è la sfida per la legalizzazione dell'aborto. In politica estera, “PiS” è orientato verso Washington e non ammette le osservazioni di Bruxelles, soprattutto nel campo della giustizia e dell'immigrazione. “Piattaforma civica” sembra destreggiarsi con più equilibrismi tra Bruxelles e Washington, non foss'altro per i cinque anni trascorsi dal suo leader, Donald Tusk, alla presidenza del Consiglio d'Europa e anche per timore di finire per perdere gli introiti finanziari europei.

Entrambi gli schieramenti farfugliano di indennizzi da elargire a nonni e famiglie, in una forma o nell'altra, come pure, entrambi, non risparmiano invettive reciproche. “PiS” accusa l'opposizione di tradimento e definisce Tusk un doppio agente russo-tedesco: amico di Vladimir Putin e "consorte politico" di Angela Merkel. “Piattaforma civica” accusa “PIS” di violare la costituzione e, in caso di vittoria, promette di portare in tribunale il presidente Andrzej Duda e primo ministro Mateusz Morawiecki.

Nella giornata elettorale e per cercare di assicurarsi la vittoria, mobilitando l'elettorato più conservatore, “PiS” ha promosso anche un referendum sui principali temi della propria politica: immigrazione dai paesi arabi (nonostante lo scandalo dei consolati polacchi in Asia e Africa che rilasciavano visti per la UE a cinquemila euro l'uno), difesa dei confini, privatizzazioni e innalzamento dell'età pensionistica.

Ma, al di là dei discorsi di rito, la realtà della Polonia è un'inflazione che supera il 10%, con un PIL che nel secondo trimestre di quest'anno è calato del 2,2%. Solo il 15 settembre sapremo se “PiS”, col “salvagente” dell'embargo sui prodotti agricoli ucraini, sarà davvero riuscito a non perdere il sostegno almeno dei piccoli agricoltori delle regioni orientali del paese, a rischio di fallimento per l'invasione di cereali ucraini.

In ogni caso, in base ai pronostici, nessuno dei due schieramenti sembra in grado di assicurarsi la vittoria assoluta: “PiS” è dato al 34%, mentre “Piattaforma civica” si fermerebbe al 30% o giù di lì. Così che, dopo il 15 ottobre, cominceranno le manovre in cerca di alleati, e se la coalizione di Tusk può forse guardare ai centristi di “Terza via” e ai socialdemocratici di “Sinistra”, pare che nessuno abbia la momento intenzione di entrare in contatto con la terza forza di questa tornata elettorale: i nazionalisti di “Confederazione”.

Sentiti dalle Izvestija, alcuni osservatori russi parlano addirittura di «ultime elezioni prima della dittatura», con esplicito riferimento ai “giochi mortali” di “PiS” negli ultimi anni: su giustizia, media, apparato amministrativo, fino a far eleggere presidente un proprio uomo, Andrzej Duda. Se “PiS” riuscirà a conservare il potere, «è probabile che non se ne andrà mai. Nella prossima legislatura cambierà la legislazione, trasformando le elezioni in una messinscena. In questo senso, l'attuale campagna può essere considerata decisiva», afferma la politologa dell'Istituto russo di ricerche strategiche Oksana Petrovskaja.

Un altro politologo russo, docente dell'Università umanistica statale, Vadim Trukhacev, sottolinea che chiunque esca vittorioso dal voto, sarà ostile alla Russia. «L'unica differenza sarà nelle sfumature. “PiS” è più attento alle questioni storiche; “Piattaforma civica” si concentra su quanto sia cattiva oggi la Russia». E anche nei confronti dell'Ucraina, le differenze sono minime. Qualsiasi coalizione esca vincitrice, considererà l'Ucraina come propria «sfera di influenza e una sorta di cuscinetto con la Russia». Solo in questo senso, va inteso ogni sostegno polacco a Kiev nella fase attuale. Per non parlare ovviamente delle aperte mire sulle terre ucraine, che uniscono probabilmente governo e “opposizione”.

Tanto che, a tre giorni dal voto, e per raccogliere qualche consenso in più, c'è anche chi chiede di presentare a Kiev il conto per gli aiuti forniti sinora, stimati a poco meno 25 miliardi di dollari. Lo ha fatto Anna Brylka, candidata al Sejm per “Confederazione”, che ha dichiarato che la semplice riconoscenza «nelle relazioni internazionali non è considerata una valuta». Brylka ha anche proposto di imporre rigide condizioni alla collaborazione con il regime di Kiev, a cominciare dallo stop alla "ucrainizzazione" del commercio bilaterale e un posto sicuro nel processo di ricostruzione dell'Ucraina: due proposte che potrebbero far gola agli agricoltori e agli industriali, togliendo così consensi tanto a “PiS” come a “Piattaforma civica”. 

C'è però un'altra questione balzata alla ribalta del clima elettorale proprio negli ultimi giorni e cioè quella delle dimissioni rassegnate il 10 ottobre dai numeri uno e due dell'esercito polacco: il capo di Stato maggiore Rajmund Andrzejczak e il capo del comando operativo Tomasz Piotrowski. Considerando che, tra alcuni mesi, entrambi avrebbero comunque rimesso i propri incarichi, nota sull'agenzia Regnum l'osservatore Stanislav Stremidlovskij, sia in patria che all'estero il loro passo è stato valutato come una presa di distanze nei confronti del governo in carica e un pressoché parallelo avvicinamento alle posizioni “europeiste” dell'opposizione liberale, in particolare nel proseguimento del sostegno a Kiev. Tanto più che, nel recente passato, i due altolocati militari si erano lasciati sfuggire osservazioni poco lusinghiere nei confronti della volontà della NATO di applicare il famoso art. 5 in caso di attacco alla Polonia da parte della... “Wagner”.

Con le dimissioni dei due generali, prende ancora più forza il piano del Ministro della guerra Mariusz Blaszczak di trasformare l'esercito polacco nel più forte d'Europa, con acquisto massiccio di armi in giro per il mondo (carri armati, obici, sistemi razzo, aerei) e numero di militari che dovrà raggiungere i trecentomila uomini. Lo conferma anche la nomina dei due sostituti: i generali Veslav Kukula e Maciej Klisz, considerati dalla polacca Defence24 come fautori della linea di Blaszczak.

In ogni caso, se si considerano la volontà di Varsavia di proporsi quale alternativa alla Germania come piazzaforte yankee in Europa e la spinta di Washington nello stesso senso, i piani politici e militari polacchi vanno nella direzione voluta dalle élite di governo, mentre ogni progetto di russofobia accomuna governo e opposizione liberale.

 

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