FAMIGLIE PALESTINESI A ROMA ACCOLTE, FOTOGRAFATE E POI ABBANDONATE: L’APPELLO DI UN GRUPPO DI VOLONTARIE

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FAMIGLIE PALESTINESI A ROMA ACCOLTE, FOTOGRAFATE E POI ABBANDONATE: L’APPELLO DI UN GRUPPO DI VOLONTARIE

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un’urgente segnalazione da parte di un gruppo di volontarie per famiglie palestinesi sfollate a Roma: minori e talvolta genitori accolti nella Capitale che dopo le foto con i ministri e le cure ospedaliere, vengono abbandonate a sé stesse, senza alcun tipo di assistenza, impegno di integrazione e sostegno nella ricerca di un lavoro.

*I nomi sono abbreviati per la tutela della privacy e della sicurezza dei minori

 

“Segnalazione sulle criticità del sistema di accoglienza e gestione dei minori a Roma

A Roma numerose famiglie si trovano ad affrontare criticità rilevanti legate ai percorsi di accoglienza, alla gestione amministrativa e all’integrazione tra strutture sanitarie e centri di accoglienza. Alcuni bambini arrivati nell’ottobre 2025 risultano ancora oggi in condizioni di grave incertezza nonostante abbiano completato o stiano completando percorsi ospedalieri complessi.

Caso A.S. A. S. ha trascorso circa cinque mesi in terapia intensiva e attualmente si trova presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Palidoro, dove ha proseguito il percorso di cura, terapia e riabilitazione. Le sue condizioni cliniche risultano migliorate e il percorso di dimissione era già stato predisposto. Tuttavia, il giorno stesso della dimissione il trasferimento è stato bloccato dal centro di accoglienza Hotel Cassia, presso il quale si trovano i suoi familiari. Questo ha impedito la conclusione del percorso ospedaliero e sospeso di fatto la dimissione del minore.

Caso A. Q.

A.Q. è stato inizialmente ricoverato presso l’Ospedale Umberto I, successivamente ha trascorso circa tre mesi in terapia intensiva ed è stato poi trasferito all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Anche in questo caso le condizioni cliniche risultano significativamente migliorate e il bambino è in buono stato di salute. La sua dimissione era prevista per l’8 giugno, ma è stata anch’essa bloccata dal centro di accoglienza Hotel Cassia, impedendo il ritorno del minore a una normale condizione di vita fuori dall’ospedale.

Caso A. A. K.

Si segnala inoltre il caso del piccolo A. A.K. , di soli sei mesi, arrivato a Roma il 9 febbraio 2026 e tuttora ricoverato in terapia intensiva. La sua famiglia è ospitata presso l’Hotel Mercure di Spinaceto. Nonostante la dimissione fosse prevista già da circa un mese, il bambino non è stato ancora dimesso a causa dell’assenza di una struttura adeguata in grado di accogliere lui e la sua famiglia e di garantire la continuità assistenziale necessaria. Una fase fondamentale della sua crescita e del suo sviluppo si sta quindi svolgendo interamente in ambiente ospedaliero. A supporto di quanto dichiarato esiste documentazione ospedaliera e impegnativa medica che verrà allegata alla presente segnalazione.

Rischio per altri minori: il caso J.

Una situazione analoga riguarda J., bambina oncologica collegata allo stesso sistema familiare ospitato presso l’Hotel Cassia. Una volta concluse le cure, dovrebbe essere inserita nello stesso centro di accoglienza. Tuttavia, da quanto riferito, esiste il concreto timore che anche il suo ingresso possa essere bloccato al termine delle cure, con la motivazione che si tratti di una minore immunodepressa.

Dinamica comune delle criticità

I casi di A. S., A. Q., A. A. K. e J. evidenziano una problematica comune. La criticità principale riguarda il blocco o la sospensione delle dimissioni ospedaliere non per motivazioni cliniche, ma per problematiche legate alla presa in carico da parte dei centri di accoglienza o all’assenza di soluzioni abitative adeguate. Il rischio concreto è che bambini che non necessitano più di ricovero ospedaliero rimangano di fatto intrappolati in un sistema di attesa senza alternative appropriate, con la possibilità di essere indirizzati verso strutture di lunga degenza non adeguate alle loro reali necessità.

Criticità nella gestione amministrativa delle famiglie

Alle famiglie non viene fornita una guida chiara e strutturata per la gestione della propria documentazione. Non viene indicato:

* a quale ufficio rivolgersi

* quali procedure seguire

* dove presentarsi

* quali documenti preparare

* come completare correttamente i passaggi necessari

Le famiglie risultano quindi prive di un reale accompagnamento amministrativo e vengono lasciate sole nella gestione di procedure particolarmente complesse. Secondo quanto riferito, i responsabili delle strutture risultano poco collaborativi e non accompagnano concretamente le famiglie nei percorsi burocratici e amministrativi. Tutto viene gestito in maniera frammentata e casuale, senza una programmazione chiara e senza indicazioni operative. Questo comporta ritardi significativi nella regolarizzazione documentale e rallenta ulteriormente i percorsi di integrazione.

Gestione delle informazioni sanitarie

Un’ulteriore criticità riguarda la gestione delle comunicazioni sanitarie relative ai minori. Le comunicazioni provenienti dagli ospedali vengono generalmente trasmesse ai centri di accoglienza, ma non sempre vengono inoltrate tempestivamente alle famiglie.

Di conseguenza:

* gli appuntamenti medici vengono comunicati in ritardo

* le famiglie talvolta vengono informate il giorno precedente alla visita

* in alcuni casi vengono informate soltanto dopo la data prevista

* numerose visite devono essere riprogrammate

Questo sistema genera continui ritardi, appuntamenti persi, documentazione incompleta e interruzioni dei percorsi di cura, con conseguenze dirette sulla salute dei minori. Le famiglie si trovano di fatto prive di un accesso reale alle informazioni che riguardano i propri figli, sia sul piano sanitario sia sul piano amministrativo.

Criticità strutturali nei centri di accoglienza

Sono inoltre segnalate problematiche ricorrenti nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), tra cui:

* ritardi nella prescrizione e nella consegna dei farmaci

* difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari

* insufficiente supporto alle famiglie

* condizioni abitative inadeguate

* carenze nei servizi essenziali

Per ottenere una prescrizione medica possono essere necessari anche 4 o 5 giorni, mentre la consegna dei farmaci richiede ulteriori 6 o 7 giorni, nonostante si tratti spesso di medicinali essenziali e in regime di esenzione. Di conseguenza, le famiglie rimangono per diversi giorni senza terapia e sono costrette a rivolgersi ai volontari per ottenere un supporto urgente nell’acquisto dei medicinali. Particolarmente critica risulta la situazione del CAS di via Paolo Savi, dove durante il periodo invernale l’acqua calda è disponibile esclusivamente quando sono in funzione i termosifoni. Quando il riscaldamento viene spento, le famiglie restano prive anche dell’acqua calda necessaria per l’igiene personale e per le normali esigenze quotidiane. Presso l’Hotel Cassia, inoltre, gli ospiti sono rimasti senza riscaldamento fino alla fine del mese di dicembre. Solo a seguito di numerosi solleciti da parte dei volontari e dopo la prospettazione di possibili segnalazioni alle autorità competenti è stata fornita una stufa per affrontare l’emergenza. Sempre presso l’Hotel Cassia, alle sette famiglie ospitate non era stato fornito alcun frigorifero, nemmeno di piccole dimensioni, per la conservazione del latte destinato ai bambini e degli alimenti deperibili. La situazione è stata risolta esclusivamente grazie all’intervento di volontarie che hanno acquistato a proprie spese un mini-frigorifero. In molti centri le condizioni abitative risultano estremamente critiche. In una sola stanza possono vivere interi nuclei familiari composti da padre, madre e figli, fino a un totale di otto persone. L’assenza di spazi adeguati e di privacy genera ulteriori condizioni di stress e disagio.

Conseguenze sul percorso di integrazione Le criticità descritte producono conseguenze dirette sui percorsi di inclusione delle famiglie. Il ritardo nella gestione documentale e amministrativa comporta infatti una permanenza prolungata nei CAS, senza prospettive concrete di uscita. Molte delle famiglie coinvolte provengono dalla Striscia di Gaza e si trovano di fatto bloccate in strutture di prima accoglienza senza ricevere gli strumenti necessari per costruire un percorso di autonomia. Si tratta di nuclei familiari che hanno già affrontato situazioni di estrema vulnerabilità e che necessiterebbero di un accompagnamento adeguato per poter intraprendere un reale percorso di integrazione sociale e amministrativa. Più si ritarda il completamento della documentazione, più si prolunga la permanenza nei CAS. Una volta completato correttamente l’iter documentale, le famiglie possono infatti accedere al sistema SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), che garantisce percorsi più strutturati di inclusione, maggiore stabilità abitativa, supporto sociale, orientamento lavorativo e opportunità concrete di integrazione. Il ritardo nelle pratiche amministrative blocca inoltre l’accesso ai progetti di inclusione, ai percorsi GOL e alle opportunità di inserimento lavorativo, impedendo qualsiasi reale miglioramento della condizione delle famiglie.

Considerazioni finali Il quadro complessivo evidenzia una gestione profondamente inefficace della presa in carico delle famiglie e dei minori, caratterizzata da carenza di coordinamento, insufficiente accompagnamento amministrativo, ritardi nelle comunicazioni sanitarie e gravi criticità strutturali. L’assenza di informazioni chiare, di un supporto concreto e di una responsabilità definita nella gestione dei percorsi impedisce alle famiglie di esercitare pienamente i propri diritti e di accedere correttamente ai servizi previsti dal sistema di accoglienza. In queste condizioni non si realizza un reale percorso di integrazione. Al contrario, le famiglie vengono lasciate in una situazione di dipendenza e immobilità, senza strumenti adeguati per uscire dalla condizione di vulnerabilità in cui si trovano. L’accoglienza non può limitarsi a fornire un alloggio temporaneo, ma deve garantire accompagnamento, informazione, tutela dei minori e condizioni di vita dignitose. In assenza di questi elementi, il rischio concreto è che l’accoglienza si trasformi in una semplice permanenza passiva all’interno delle strutture, senza reali prospettive di inclusione sociale, sanitaria e lavorativa”.

VOLONTARIE PER FAMIGLIE PALESTINESI SFOLLATE A ROMA

 

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