Fino a dove si spingerà la Corea del Nord
Per lo stallo attuale non è da escludere la possibilità di una guerra nucleare
2503
di Alessandro Bianchi
Con la decisione di mercoledì di chiudere anche l'ultimo collegamento con il Sud, l'impianto industriale congiunto di Kaesong, Pyongyang ha dimostrato di voler portare il livello di tensioni nella penisola ad uno stadio sempre più pericoloso per i possibili risvolti futuri.
Con la decisione di mercoledì di chiudere anche l'ultimo collegamento con il Sud, l'impianto industriale congiunto di Kaesong, Pyongyang ha dimostrato di voler portare il livello di tensioni nella penisola ad uno stadio sempre più pericoloso per i possibili risvolti futuri.
Prendendo a riferimento quanto scritto recentemente dall'esperto di Corea del Council of Foreign Relations, Scott A. Snyder, un recente approfondimento dell'Economist sul tema e l'articolo di Keir A. Lieber e Daryl G. Press sul Foreign Affairs, si cercherà di analizzare i rischi concreti di un'escalation di guerra nucleare nella penisola coreana e le migliori opzioni a disposizione di Washington e Seul per risolvere la crisi.
Le possibilità di uno scontro. Gli esperti concordano nel ritenere che al momento il rischio maggiore nella penisola coreana sia quello di un incidente sulla frontiera, nato per un fraintendimento che possa produrre morti tra le parti. A quel punto, la retorica delle settimane passate potrebbe forzare il leader del regime nord coreano, Kim-yong-un, ad entrare in un conflitto convenzionale per non perdere il prestigio interno.
Secondo Snyder, da questo punto di vista, non deve essere prestata molta attenzione alle minacce pubbliche, ma comprendere quali siano le ragioni che sottostano all'escalation dei toni degli ultimi mesi per evitare di spingere il regime al conflitto.
Le ragioni della retorica del regime di Kim. In primo luogo, la Corea del nord sta reagendo alle nuove sanzioni da parte del Consiglio delle Nazioni Unite in seguito al terzo test nucleare del febbraio scorso che sta deteriorando un'economia già al collasso.
In secondo luogo, la retorica di Pyongyang è una risposta alle crescenti esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud, giudicate eccessive per la mole in un momento di crisi come questo da molti esperti.
Infine, il regime di Kim vuole forzare il “nemico dichiarato degli Stati Uniti” all'accettazione del suo status nucleare acquisito e le varie decisioni sempre più intransigenti - interruzione dell'armistizio del 1953, di ogni comunicazione militare con il sud, la dichiarazione di stato di guerra e la minaccia delle basi del Pacifico americane – sono conseguenti alle prese di posizione dell'amministrazione americana. Con il presidente Obama che ha offerto, in una conversazione con Lee Myung-bak, il sostegno totale a Seul e dichiarato pronto ad un intervento armato per evitare il riarmo nucleare di Pyongyang – sostegno più volte confermato dal Segretario della Difesa americano Chuck Hagel e dal suo vice Ashton Carter, dal national security adviser, Tom Donilon e da ultimo nell'incontro di ieri alla Casa Bianca tra Kerry ed il ministro degli esteri sud coreano – Pyongyang è stata costretta ad alzare la posta in gioco per non dimostrarsi debole all'interno, in una fase di alcuni primi cambiamenti nel paese, che iniziano a minare il consenso, una volta assoluto, dei Kim.
Lo stallo con l'amministrazione americana. Da quando Obama si è insediato nel 2009 non c'è mai stata una ripresa delle negoziazioni dirette per il processo di denuclearizzazione della penisola. Vi è stato solo l'accordo del 29 febbraio 2012 quando i due paesi in un comunicato congiunto si impegnavano ad uno scambio di intenti - cibo e aiuti umanitari in cambio di ispezioni nei siti nucleari – che doveva essere la premessa per la ripresa delle trattative, a condizione che Pyongyang non procedesse ad ulteriori test nucleari. Accordo infranto la scorsa primavera all'annuncio di Kim di voler procedere al test missilistico poi compiuto nel dicembre scorso.
In una situazione di stallo totale tra le parti, si è da poco celebrato il terzo anniversario dell'abbattimento della nave sud coreana, la Cheonan, da parte delle forze nord coreane. Questo evento particolarmente sentito a Seul, le esercitazioni militari congiunte tra Washington e Seul e la retorica sconsiderata di Pyongyang rischiano di gettare la penisola nel baratro della guerra. Particolarmente preoccupante è sopratutto l'imprevedibilità di un giovane leader come Kim Yong-un.
Una guerra nucleare è possibile? La Corea del Nord, secondo le ultime note della Casa Bianca, può portare attacchi cibernetici o provocazioni limitati, ma il regime vuole sopravvivere e non rischierà oltre. Secondo Keir A. Lieber e Daryl G. Press, tuttavia, il rischio di una guerra nucleare esiste. Nonostante le minacce di Pyongyang siano sterili, la crisi attuale ha aumentato il rischio di uno scontro convenzionale e paradossalmente la debolezza delle forze militari nord coreane aumenta il rischio di una degenerazione nucleare. In caso di inizio di un conflitto convenzionale, infatti, l'esercito nord coreano poco addestrato ed armato con equipaggio antiquato non potrebbe resistere che pochi giorni all'avanzata congiunta americana e sudcoreana. A quel punto il circolo decisionale di Pyongyang, proseguono nella loro analisi i due autori, potrebbe essere portato a prendere scelte drammatiche per evitare una fine alla Saddam Hussein o alla Gheddafi. In altre parole, di fronte alle truppe americane e sud coreane alle porte di Pyongyang, Kim ed il suo cerchio più ristretto potrebbero arrivare all'opzione drammatica dell'utilizzo degli ordigni nucleari a loro disposizione.
Le opzioni diplomatiche in piedi. Per impedire questo scenario drammatico, Corea del sud e Stati Uniti devono lavorare per evitare l'escalation della retorica attuale fino ad uno scontro armato, studiare, in caso di conflitto scoppiato, come evitare l'uso di armi nucleari da parte di Kim e sviluppare, a tal fine, con la Cina un piano per garantire a Kim e la sua famiglia un paracadute di esilio garantito.
La Cina non ha però ancora chiarito la sua posizione sulla crisi in Corea del Nord. Nel 2009 si è vissuto un'escalation delle tensioni similari nella penisola: con un test missilistico e poi nucleare della Corea del Nord a cui è seguito una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, letta, in modo similare all'ultimo documento di condanna del febbraio scorso, come un nuovo atteggiamento più severo di Pechino verso l'alleato. Ma solo un paio di mesi dopo, la Cina aveva allentato la morsa, impedito nuove sanzioni e continuato a finanziare il regime di Pyongyang. Il nuovo corso di Xi Jinping potrebbe prendere decisioni similari, perché l'obiettivo primario di Pechino resta quello di impedire l'implosione disordinata del regime nord coreano. Aspetto che Seul e Washington non possono tralasciare di considerare nelle loro scelte future per la risoluzione della crisi.
Per un approfondimento:
Per un approfondimento:


