Funerali di Khamenei: il versetto del Corano che l'Iran ha "dedicato" ai sauditi
Secondo un'analisi di Elis Gjevori e Marwa Kocak su Middle East Eye, i solenni funerali di Stato della Guida Suprema Ali Khamenei – svoltisi alla Grande Moschea di Teheran il 3 luglio 2026 – si sono trasformati in un sofisticato palcoscenico geopolitico. Tra le oltre trenta delegazioni straniere giunte a porgere l'estremo saluto al leader assassinato, gli occhi degli osservatori erano puntati soprattutto sui rappresentanti dell'Arabia Saudita. Quando la delegazione di Riyadh si è fatta avanti per rendere omaggio alla bara, la scelta della recitazione coranica che ha riempito le navate della moschea non è passata inosservata: un messaggio in codice, sottile e tagliente, specchio delle tensioni mai sopite tra le due potenze mediorientali.
Una dimostrazione di forza diplomatica
Una delegazione del Ministero degli Affari Esteri saudita è giunta a Teheran per rendere omaggio al defunto leader, ma l'Arabia Saudita non è stata l'unica presente: è stata solo una delle oltre 30 delegazioni straniere accorse nella capitale iraniana. Questa lista di personalità ha offerto all'Iran l'opportunità di una dimostrazione di forza, segnalando che il Paese è ben lungi dall'essere isolato come auspicato da Washington o Tel Aviv.
Khamenei, 86 anni, è stato assassinato il 28 febbraio in un attacco congiunto israelo-americano contro la sua residenza nel centro di Teheran, un raid in cui sono rimasti uccisi anche la nipotina di 14 mesi, il genero e la nuora. La sua salma è rimasta esposta per tre giorni nella Grande Moschea di Teheran, il più grande complesso di preghiera del Paese e sede delle principali cerimonie di Stato.
Il funerale, svoltosi il 3 luglio 2026, è stato un evento religioso ma anche una cruciale messa in scena geopolitica. L'Iran lo ha utilizzato per comunicare alla propria opinione pubblica che lo Stato è ancora in grado di unire il Paese nella vittoria e nel dolore; per rassicurare gli alleati che Teheran non ha ceduto; per dimostrare alle grandi potenze di non essere stato spezzato; e per ricordare ai rivali di tenere il conto delle sconfitte subite. La scelta dei versi sembrava rivolgersi simbolicamente proprio alle delegazioni in visita, sottolineando gli ideali per cui l'Iran ritiene di aver combattuto e chiarendo la posizione di ciascun governo agli occhi di Teheran. Osservando attentamente le recitazioni, emerge una chiara gerarchia.
L'Asse della Resistenza: la narrazione della vittoria
Per Hamas, la Jihad Islamica Palestinese, Hezbollah, gli Houthi, le milizie irachene Hashd al-Shaabi e i talebani in Afghanistan, i versi selezionati condividevano un tema comune: il martirio, la fedeltà incrollabile a Dio e la vittoria finale.
- Hamas è stato accolto con un versetto che descrive un popolo “che si è dimostrato fedele alla promessa fatta a Dio” – dove alcuni “hanno mantenuto la promessa” e altri “aspettano il loro turno”, senza che nessuno “abbia minimamente vacillato nel proprio impegno”.
- Il verso dedicato a Hezbollah prometteva la "supremazia" ai "veri credenti", inquadrando le sconfitte militari come parte di un ciclo divino in cui Dio "sceglie i martiri" e rivela chi rimane fedele.
- Per gli Houthi dello Yemen è stato scelto il versetto 29 della Sura Al-Fath, un passo che parla di lealtà, disciplina e resilienza di fronte alle pressioni. Il testo descrive i compagni del Profeta Maometto come "fermi con i miscredenti" e "compassionevoli gli uni con gli altri", una formulazione che inquadra il movimento come inflessibile con i nemici ma unito da una profonda solidarietà interna.
- Le milizie irachene Hashd al-Shaabi hanno ricevuto la celebre formula secondo cui coloro che sono stati "martirizzati per la causa di Dio" non sono morti, ma vivi, semplicemente al di là della percezione umana.
- Sia alla Jihad Islamica Palestinese che ai talebani è stato letto l'inizio della Sura Al-Fath: "un trionfo chiaro" concesso affinché le mancanze passate e future siano perdonate. Il fatto che lo stesso passaggio sia stato utilizzato per due movimenti così diversi suggerisce una posizione analoga nella gerarchia ideologica di Teheran, o forse il messaggio che la vittoria dei talebani sugli americani può essere replicata dai palestinesi contro l'occupazione israeliana.
Gli alleati statali: toni pacati e istituzionali
La recitazione per i rappresentanti di Russia, Cina, India ed Egitto si è svolta con un tono decisamente più pacato. Si è trattato di versi incentrati sulla giustizia, la rassicurazione e la ricompensa spirituale, privi di retorica bellica.
I versi per la Russia parlavano della “Dimora eterna nell’Aldilà”, riservata a “coloro che non cercano né tirannia né corruzione sulla terra”. La scelta per la Cina è stata ancora più conciliante: "Dio ha voluto questo solo come buona notizia per voi e conforto per i vostri cuori. E la vittoria viene solo da Dio".
L'India ha ricevuto lo stesso versetto ("non vacillare né rattristarti") usato per Hezbollah, ma privato dei passaggi circostanti su martiri e malfattori: una versione decisamente più attenuata. In uno dei testi dedicati all'Egitto, è stato ricordato che "coloro che credono e fanno il bene" sono "i migliori di tutti gli esseri". Questi erano gli Stati che, con la loro presenza, hanno legittimato Teheran senza però essere integrati nella sua narrazione di "resistenza armata". Versi che suonano come ringraziamenti a partner strategici che l'Iran vuole tenere vicini, non come inviti all'arruolamento.
I partner regionali e il rimprovero al Libano
I Paesi come Qatar, Turchia, Pakistan ed Egitto si sono collocati in una posizione intermedia: lodati e benvenuti, ma non inclusi nel nucleo duro della resistenza.
Il Qatar, nel suo ruolo di mediatore, ha ricevuto la stessa formula di "netta vittoria" riservata alla Jihad Islamica e ai talebani, ma in un contesto diplomatico che ne ha stemperato il significato bellico. Il versetto per la Turchia elogiava invece “coloro che lottano con le loro ricchezze e le loro vite” rispetto a “coloro che restano indietro”. Ankara si è tenuta fuori dal conflitto, e il presidente Recep Tayyip Erdogan aveva tempestivamente avvertito la regione che Israele mirasse al dominio totale.
Per il Pakistan è stata scelta una preghiera personale ("Concedimi un ingresso e un'uscita onorevole"). Islamabad e Doha hanno infatti guidato i canali diplomatici, sfruttando i rapporti con il presidente statunitense Donald Trump per mediare tra Iran e Stati Uniti.
Il vero strappo simbolico ha riguardato il governo del Libano, oggetto di un rimprovero neanche troppo velato, specie se confrontato con gli encomi ricevuti da Hezbollah. Per lo Stato libanese, l'Iran ha citato la Sura An-Nisa, versetto 66: "Se avessimo comandato loro di sacrificarsi o di abbandonare le loro case, nessuno avrebbe obbedito, eccetto pochi...".
Nel contesto attuale, il passo suona durissimo. Molti critici hanno accusato il governo di Beirut di non aver fatto abbastanza per opporsi alle operazioni israeliane, pur criticando le risposte armate di Hezbollah. Teheran ha così liquidato le autorità ufficiali libanesi attraverso un passaggio che parla di riluttanza, disobbedienza e incapacità di compiere grandi sacrifici nel momento del bisogno.


