Gaza come laboratorio politico: il “piano di pace” di Trump tra ambizioni e contraddizioni

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Gaza come laboratorio politico: il “piano di pace” di Trump tra ambizioni e contraddizioni

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Nel presentare a Davos il suo piano di ricostruzione per Gaza, Donald Trump ha voluto legare l’idea di pace a un’immagine di rifondazione totale. Come analizza Julian Borger sul quotidiano britannico The Guardian, il progetto promette una Gaza unificata, amministrata dai palestinesi e finalmente ricostruita. Ma dietro la narrazione ordinata e futuristica emergono nodi politici irrisolti e forti ambiguità strutturali. Il piano rifiuta esplicitamente le proposte dell’estrema destra israeliana, che puntavano allo svuotamento demografico della Striscia e alla costruzione di nuovi insediamenti. In questo senso, Trump si presenta come garante di una soluzione “realistica”.

Tuttavia, la sua attuazione dipende da un fattore chiave: la volontà degli Stati Uniti di forzare la mano a Israele in caso di ostruzionismo politico e militare. La visione illustrata da Jared Kushner a Davos - torri scintillanti, zone industriali, un aeroporto e una fascia cuscinetto lungo il confine occupato - tratta Gaza come una tabula rasa. Un’estetica da smart city che ignora però diritti di proprietà, radicamento storico e rivendicazioni generazionali dei palestinesi, ridotti a spettatori della propria ricostruzione. L’elemento più innovativo è la creazione del National Committee for the Administration of Gaza (NCAG), un organismo palestinese tecnocratico e non partitico incaricato di governare la Striscia nella fase di transizione.

Il suo presidente, Ali Shaath, ha parlato di “una sola autorità, una sola legge e una sola arma”: una formula che implica il disarmo di Hamas e di tutte le altre fazioni armate. Qui si concentra la maggiore contraddizione. Da un lato, il piano tenta di conciliare autonomia palestinese e sicurezza israeliana; dall’altro, affida la riuscita del progetto a un disarmo estremamente delicato, politicamente esplosivo e logisticamente complesso. Hamas avrebbe accettato in linea di principio di cedere le armi pesanti, ma l’attuazione richiede l’ingresso effettivo dell’NCAG a Gaza, accompagnato da una nuova forza di polizia addestrata in Egitto e Giordania. Nei primi 100 giorni, l’attenzione è posta su emergenze immediate: acqua, elettricità, ospedali, panifici e soprattutto la riapertura del valico di Rafah con l’Egitto, chiuso dal maggio 2024.

Questo passaggio dovrebbe simboleggiare il ritorno di Gaza nel mondo, ma rischia di trasformarsi in un campo di scontro politico, con la destra israeliana pronta a bloccarlo. Il piano evita di definire apertamente la statualità palestinese, lasciando una “ambiguità necessaria” per rendere l’NCAG accettabile agli occhi della popolazione. Prevede anche un ritiro graduale israeliano, ma senza criteri chiari: una vaghezza che potrebbe facilmente tradursi in rinvii infiniti. In ultima analisi, osserva Borger, il vero motore del progetto non è una nuova architettura di pace, ma l’investimento personale di Trump. Il successo della ricostruzione di Gaza viene legato direttamente al suo lascito politico. Ed è proprio questa personalizzazione estrema, più che le istituzioni create, a rappresentare la fragilità del piano.


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