Gaza rasa al suolo, ma il vero scudo di Israele è l'Occidente: i numeri di 1.000 giorni di conflitto

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Gaza rasa al suolo, ma il vero scudo di Israele è l'Occidente: i numeri di 1.000 giorni di conflitto

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A mille giorni dall'inizio del conflitto scoppiato il 7 obertore 2023, il bilancio strutturale e umanitario nella Striscia di Gaza descrive un'enclave quasi interamente cancellata. Secondo i dati ufficiali diffusi dall'ufficio stampa del governo locale, oltre il 90% del territorio risulta distrutto, mentre le forze israeliane mantengono una stretta militare sull'80% delle aree assediate.

Un'operazione su vasta scala che ha strappato al territorio almeno 73.066 vite palestinesi, tra cui oltre 21.500 bambini e un migliaio di neonati. I feriti superano quota 173.000, mentre circa 9.500 persone restano formalmente disperse sotto i 68 milioni di tonnellate di detriti. La forza d'urto dei bombardamenti israeliani ha raggiunto le 223.000 tonnellate di esplosivo: un potenziale distruttivo sedici volte superiore a quello dell'ordigno nucleare sganciato dagli Stati Uniti su Hiroshima nel 1945.

Lo scudo diplomatico e l'invio di armi: la posizione di Washington e Bruxelles

I numeri della catastrofe riaccendono inevitabilmente il dibattito sul ruolo della comunità internazionale. Secondo numerosi osservatori internazionali e analisti sul campo, l'estensione temporale e l'intensità della campagna militare israeliana sono state rese possibili dal sostegno strategico, militare e diplomatico dell'Occidente.

Gli Stati Uniti hanno continuato a garantire a Tel Aviv un flusso costante di forniture belliche e coperture cruciali in sede di Consiglio di Sicurezza dell'ONU, mentre l'Unione Europea e le principali cancellerie occidentali si sono mosse lungo una linea di sostanziale immobilismo politico, limitandosi a formali richiami umanitari senza mai attivare sanzioni economiche o vincoli commerciali stringenti.

Questo sbilanciamento emerge con chiarezza nell'azione del Board of Peace, l'organismo istituito proprio da Washington a inizio anno per sovrintendere al cessate il fuoco e alla ricostruzione. A sei mesi dalla sua nascita, il tavolo negoziale è di fatto paralizzato: il consiglio non è riuscito a imporre a Israele il rispetto del piano di ritiro graduale approvato dalle Nazioni Unite. Al contrario, il controllo israeliano sull'enclave si è esteso, il flusso di aiuti umanitari è stato ridotto a un terzo del volume pattuito e oltre 1.000 palestinesi sono stati uccisi dopo l'entrata in vigore della tregua teorica dello scorso autunno.

"Il consiglio si è allontanato dal suo scopo principale", commenta ad Al Jazeera l'analista Iyad Jouda, evidenziando il vuoto politico lasciato dai mediatori internazionali. "Mancano politiche condivise e i miliardi di dollari promessi per la ricostruzione non sono mai arrivati".

Il collasso civile e la regressione dello sviluppo umano

Mentre la diplomazia occidentale tentenna, le condizioni di vita all'interno di Gaza rasentano l'invivibilità assoluta:

  • Emergenza alimentare: L'intera popolazione è esposta al rischio imminente di carestia, con circa 400.000 persone che sopravvivono consumando un solo pasto al giorno.

  • Deprivazione sanitaria: Il 62% dei farmaci salvavita e dei presidi medici essenziali risulta completamente introvabile.

  • Arresto storico: I report delle Nazioni Unite certificano che l'indice di sviluppo umano nell'enclave ha subìto una battuta d'arresto di 77 anni, con un'aspettativa media di vita crollata a 40 anni.

La rimozione delle macerie procede a un ritmo inferiore allo 0,5% del totale: una velocità che richiederebbe più di 140 anni per completare la bonifica. "Abbiamo perso l'85-90% delle nostre infrastrutture ed edifici", denuncia il sindaco di Gaza City, Yahya al-Sarraj. Le autorità locali hanno strutturato il "Piano Fenice" per una ricostruzione dal basso guidata dai residenti, ma ogni piano strutturale rimane ostaggio del veto politico. Israele esige il totale disarmo preventivo di Hamas prima di sbloccare i cantieri, mentre le rappresentanze locali pretendono la fine immediata dell'occupazione militare come prerequisito fondamentale.

Nuovi insediamenti sul confine e le proteste in Israele

A confermare la volontà di un cambio geografico permanente sono le stesse dichiarazioni dei vertici politici israeliani. Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha tracciato una linea netta per il futuro post-bellico: completare la conquista della Striscia e istituire una cintura di insediamenti ebraici permanenti lungo il perimetro di Gaza, convertendo l'area in un cuscinetto di sicurezza. "Non torneremo alla realtà precedente al 7 ottobre", ha ribadito.

In questo scenario di totale asimmetria, i territori israeliani immediatamente adiacenti al confine registrano un fenomeno opposto di ripopolamento: i dati del Times of Israel indicano che circa 5.000 nuovi residenti israeliani si sono trasferiti nel sud dall'inizio delle ostilità. Il 90% della popolazione originaria (che prima della guerra si attestava sui 62.000 abitanti) è rientrata nelle proprie comunità, e l'esecutivo punta a raddoppiare la densità abitativa dell'area fino a 124.000 residenti entro il 2030.

Nel frattempo, all'interno del Paese la stabilità del governo israeliano è scossa dalle proteste interne. Nel millesimo giorno dal massacro del 7 ottobre 2023, il Consiglio d'Ottobre – il movimento composto dai familiari degli ostaggi e delle vittime – ha guidato imponenti marce di protesta a Gerusalemme, bloccando gli accessi alla Knesset. Accusando l'esecutivo di "abbandono, insabbiamento e fallimento sistemico della sicurezza", i manifestanti chiedono a gran voce l'apertura immediata di un'inchiesta indipendente sulla gestione governativa della crisi.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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