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Gerusalemme, Palestina: da "minaccia" a "promessa". La truffa semantica degli pseudo-giornalisti

 

Hanno le idee confuse i nostri media radio-televisivi, ma anche i redattori di tanta carta stampata a larga tiratura. Hanno un problemino di confusione lessicale che anche un modesto dizionario potrebbe risolvere, ma forse non usano dizionari. Oppure, pensandoci bene, potrebbe non trattarsi di lessico confuso ma di veline molto chiare. Sì, dev’essere così perché tutti, per giorni, hanno ripetuto proprio la stessa cosa: hanno sostituito il sostantivo femminile astratto  - e inquietante - “minaccia” con un altro sostantivo astratto, sempre femminile ma non inquietante, anzi rassicurante e addirittura onorevole se lo si rispetta: “promessa”.

Abbiamo aspettato giorni prima di scrivere qualcosa circa questa strana confusione di termini.



Abbiamo aspettato, ma inutilmente perché tutti i media che contano, quelli che fanno opinione, hanno ripetuto che Trump, prima del 21 dicembre, data dell’Assemblea Generale ONU, aveva fatto una promessa e poi, al verificarsi dell’evento, ha rispettato la sua promessa. Quindi, diciamo noi, da ciò si deduce che Trump è uomo d’onore, uomo di parola. Un uomo vero, uno di quelli che non devono chiedere mai! E infatti Trump non chiedeva ma ricattava.

Dall’alto del suo scranno, col labbro in fuori e la voce imperiosa, come un pirata dell’isola del tesoro seduto sulla cassaforte che gli dà potere, minacciava di non distribuire più i “suoi” dollari ai Paesi che avessero votato all’Assemblea secondo coscienza e non secondo ricatto. Ma i nostri media più importanti, anche quelli che il biondone non ce l’hanno in simpatia, hanno evitato di utilizzare il termine ricatto tanto quanto il termine minaccia sostituendo il secondo con “promessa” e il primo con “mantenimento della promessa”.

Lasciatecelo dire cari più o meno colleghi, lasciatecelo dire da un giornale libero, libero da ricatti e quindi libero di rispettare l’art. 21 della Costituzione, lasciateci dire che ci vergogniamo per voi.

Lo sappiamo che molti di voi avrebbero il desiderio di parlare liberamente, ma sappiamo anche che la libertà ha un prezzo che non tutti sono disposti a pagare. E sappiamo pure che questa consapevolezza fa male, richiede almeno, almeno l’aiuto di uno psicoterapeuta per assestare un po’ i danni del conflitto interno tra il giusto e il comandato.

E allora che succede? Succede che per placare il conflitto ci si accomoda nella menzogna lessicale, così come ancor più saldamente ci si accomoda nella più ampia menzogna narrativa. Si fa ricorso a ragioni che possano tacitare sia la coscienza che la dignità e, di norma, non si fa fatica a trovarne, basta estrapolare dall’insieme solo l’angolino giusto e coccolarselo con le parole adatte. Il gioco è fatto.

Ma state attenti pseudo-colleghi, state attenti perché se non riuscite a chiuderle bene a chiave la vostra coscienza e la vostra dignità, può darsi che all’improvviso vi saltino addosso e vi facciano molto male, a meno che - come è ben più probabile - voi non abbiate già fatto la fine dei cefali. I cefali sono tra i pochi pesci che riescono a sopravvivere bene nelle acque sporche dei porti, essendosi ben adattati all’inquinamento da idrocarburi. Il petrolio non lo sentono più, è entrato nelle loro fibre e ci convivono beatamente. I pescatori lo sanno, sanno anche che i cefali d’altura sono ottimi, ma i cefali di porto no, quelli di porto sanno terribilmente di petrolio: sono diventati un tutt’uno con ciò che hanno assorbito e sopravvivono così. Del resto è un modo come un altro per superare il conflitto, no? E’ un modo poco dignitoso, è vero, ma i cefali di porto non se ne accorgono, perché quando la dignità si perde non fa più male: non fa male ciò che non esiste più.

Dopo questa lunga riflessione, diciamo a chi ci legge che il genio biondo seduto sulla cassaforte americana, dopo aver “rispettato la sua promessa” ovvero aver messo in atto il minacciato ricatto dichiarando spavaldamente, per bocca della sua nervosetta ambasciatrice, che il voto contrario all’illegale annessione israeliana di Gerusalemme Est avrebbe portato un notevole risparmio nelle casse statunitensi, è andato oltre. Ha arricchito la “promessa” dichiarando che avrebbe chiuso anche i finanziamenti all’ANP, circa 300 milioni di $ che poi non sono davvero un granché nei bilanci statunitensi, ma che di fatto, ripetiamo di fatto, avevano la funzione di ingabbiare la resistenza palestinese.

Come dice il giornalista e scrittore palestinese Abdel Bari Atwan “speriamo ardentemente che Trump metta in atto le sue minacce e allontani il suo calice avvelenato di aiuti finanziari dalle labbra dell’AP”. Quell’aiuto che ha avuto il solo scopo di fiaccare ogni forma di resistenza all’occupazione offrendo la “pace economica” in cambio della resa. Ma perfino l’imbroglio di Oslo, per quanto abbia portato male nella struttura sociale palestinese, non è mai stato rispettato dagli israeliani ed un anno fa Abu Mazen, in accordo col Consiglio Centrale Palestinese ha dichiarato che avrebbe messo fine alla cooperazione per la sicurezza con Israele. Grandi ovazioni e per un attimo i palestinesi ci hanno creduto, ma poi non è cambiato nulla, e Il popolo palestinese ormai non ha più motivo di avere fiducia nella sua leadership. Questo in Palestina si tocca con mano anche chiacchierando al bar o facendo la spesa al suq, ma forse stavolta sarà diverso. Lo vedremo in questi giorni, quando si riunirà il CPC a Ramallah per decidere cosa fare. Intanto le dichiarazioni dell’ANP sono un speranza e un’attesa di riscatto nel popolo palestinese.

Il genio biondo ha fatto una cosa grandiosa! Forse non sapeva che tutto ha un limite, ma proprio tutto! Pensando di comprare Gerusalemme per 30 denari (300 milioni di $ non sono molto di più) è riuscito a far alzare la testa ad Abu Mazen. Gerusalemme non si vende, ha detto. Rifiutiamo i finanziamenti pelosi degli americani. Più o meno sono state queste le parole ripetute dai portavoce dell’ANP.

Sembra quasi un miracolo quel che è successo. Reggerà? Vogliamo sperarlo e non solo per la Palestina, che seguiterà ancora a pagare con  i suoi figli questo moto di dignità, ma anche per noi e per il mondo tutto e non solo perché, come diceva un vecchio canto anarchico “ovunque uno sfruttato si ribelli, noi troveremo schiere di fratelli”, ma soprattutto perché saper dire NO a chi pensa di poter comprare tutto col potere dei suoi soldi, e dire NO nonostante si sappia che quel NO non è e non sarà indolore, ha il potere di riscattare l’inchino servile ai potenti ed ha, al tempo stesso, il potere di dare un esempio da condividere.

Tornerà sui suoi passi Abu Mazen? Speriamo caldamente di no. Speriamo si affranchi dalla brutta immagine che lo fece definire il Karzai della Palestina. Ma qualunque cosa lui faccia c’è un popolo palestinese che solo in parte è stato anestetizzato dai pluriennali tentativi di demolirne la capacità di resistere. Solo in parte, proprio quella parte che è stata risvegliata dall’arroganza di Trump ed è tenuta sveglia dall’esempio di tanti resistenti, anche giovanissimi.

Sappiatelo egregi pseudo-colleghi, voi che forse seguiterete a chiamare “scontri a fuoco” le aggressioni armate dei soldati occupanti e “risposta ai disordini” gli assassinii quotidiani da parte dei soldati e dei coloni quelle poche volte in cui deciderete di parlarne.

Sappiatelo e tenetene conto, se non siete già diventati in tutto simili ai cefali di porto.

Patrizia Cecconi
Milano 12 gennaio 2018
 
 
 
 
 
 
 
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