Giorgia Meloni, la Palestina e la politica europea che viola il diritto internazionale

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Giorgia Meloni, la Palestina e la politica europea che viola il diritto internazionale

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di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Quando Giorgia Meloni ha dichiarato che la soluzione dei due Stati rimane “l’unica pace giusta e duratura possibile” tra israeliani e palestinesi, la dichiarazione non era rivoluzionaria. Ha semmai esposto una contraddizione che i governi europei trovano sempre più difficile gestire: continuare a sostenere Israele mentre riconoscono, almeno sul piano retorico, la distruzione progressiva della possibilità stessa di uno Stato palestinese.

La Presidente del Consiglio italiana ha ribadito la propria opposizione all’espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata e ha implicitamente riconosciuto che la continua frammentazione territoriale palestinese minaccia la sopravvivenza di qualsiasi prospettiva statuale futura. Accanto al Primo Ministro irlandese Micheál Martin, le cui dichiarazioni hanno insistito su diplomazia, diritti umani e diritto internazionale, Meloni è sembrata collocare l’Italia all’interno di un consenso europeo sempre più a disagio di fronte alla distruzione quotidiana che si consuma a Gaza e nei territori palestinesi occupati.

Il problema politico centrale dell’Europa non è l’assenza di chiarezza giuridica. La posizione legale è chiara da decenni. Gli insediamenti israeliani violano il diritto internazionale. L’acquisizione permanente di territorio attraverso la forza è proibita dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Quarta Convenzione di Ginevra. La punizione collettiva è illegale. La distruzione sistematica delle infrastrutture civili solleva questioni giuridiche che vanno ben oltre il linguaggio dell’autodifesa.

La contraddizione, dunque, non è tra diritto e incertezza. È tra riconoscimento giuridico e conseguenza politica.

I governi europei parlano sempre più spesso nel vocabolario della legalità internazionale.

La sua applicazione concreta, però, continua a essere trattata come un fatto politicamente opzionale.

I diritti dei palestinesi vengono riconosciuti sul piano retorico ma, finché tale riconoscimento non produce conseguenze materiali, rischia di funzionare come gestione retorica della crisi più che come reale opposizione alla sua prosecuzione.

Questa fase evidenzia una trasformazione più profonda della funzione politica del linguaggio giuridico stesso.

Il diritto non viene più trattato come un quadro istituzionale vincolante capace di limitare gli Stati alleati. Funziona invece sempre più come un linguaggio di legittimazione attraverso il quale i governi segnalano consapevolezza morale senza accettare responsabilità politiche reali. Il linguaggio del diritto sopravvive anche quando le sue conseguenze pratiche vengono sospese.

Il governo Meloni è stato tra i più politicamente allineati a Israele all’interno dell’Europa dopo l’ottobre 2023. Meloni ha ripetutamente interpretato le operazioni militari israeliane attraverso il linguaggio della sicurezza e della difesa occidentale. L’Italia ha mantenuto continuità strategica e diplomatica anche mentre istituzioni internazionali, organizzazioni umanitarie e studiosi del diritto parlavano apertamente di genocidio e di possibili forme di complicità internazionale.

Il cambiamento di tono non rappresenta dunque una rottura con quell’allineamento. Mostra piuttosto quanto stia diventando sempre più difficile sostenere pubblicamente le posizioni precedenti senza riconoscere almeno in parte il costo politico e morale della distruzione in corso.

Ciò che l’Europa offre sempre più spesso non è un’opposizione alla politica israeliana, ma una forma di opposizione dichiarativa priva di resistenza materiale. Le parole non modificano i fatti sul terreno e non interrompono la trasformazione territoriale che continua quotidianamente.

Se gli insediamenti vengono riconosciuti come illegali e si ammette che siano progettati per impedire la sovranità palestinese, ma le relazioni diplomatiche, economiche e militari proseguono senza cambiamenti significativi, emerge una contraddizione istituzionale profonda.

Il riconoscimento giuridico si separa dalla sua applicazione concreta.

In tali condizioni il diritto rischia di trasformarsi in una forma di teatro diplomatico attraverso cui le violazioni vengono riconosciute pur restando politicamente indisturbate.

La distruzione di Gaza si svolge alla luce del sole. L’espansione degli insediamenti viene documentata continuamente mentre continua ad avanzare. Le organizzazioni umanitarie emettono avvertimenti costanti. Le Corti internazionali e le istituzioni giuridiche articolano pubblicamente il quadro normativo di riferimento e discutono accuse relative ai più gravi crimini internazionali del nostro tempo.

Eppure la visibilità non produce conseguenze politiche proporzionate. Viene invece assorbita all’interno della gestione diplomatica della crisi. I governi esprimono preoccupazione e riaffermano il proprio impegno umanitario mentre le relazioni strategiche sottostanti rimangono sostanzialmente immutate.

Non si tratta semplicemente di ipocrisia. Si tratta di un adattamento strutturale all’interno dei sistemi diplomatici occidentali.

La risposta europea dopo l’ottobre 2023 ha rivelato non soltanto incoerenza morale ma anche dipendenze profonde: frammentazione politica interna, subordinazione strategica all’architettura securitaria americana, timore di destabilizzazione politica, interdipendenza economica e incapacità delle istituzioni europee di imporre costi significativi agli Stati alleati persino in presenza di una visibilità pubblica senza precedenti.

Il contrasto tra Irlanda e Italia illustra chiaramente questa tensione.

Il discorso politico irlandese sulla Palestina si è sviluppato all’interno di una tradizione storica più incline a riconoscere occupazione, asimmetria e memoria anticoloniale. L’orientamento sempre più critico dell’Irlanda verso la politica israeliana riflette non soltanto l’opinione pubblica ma anche una cultura politica meno incorporata nelle logiche strategiche dell’atlantismo NATO.

L’Italia di Meloni emerge invece da una traiettoria quasi opposta. Il suo allineamento politico resta profondamente legato alle strutture securitarie transatlantiche, ai calcoli strategici mediterranei e alle narrazioni successive all’ottobre 2023 che continuano a presentare il potere militare israeliano come parte integrante della stabilità occidentale.

La convergenza linguistica tra Roma e Dublino nasconde dunque importanti differenze strutturali e politiche.

Questa convergenza potrebbe rivelare qualcosa di ancora più inquietante: la normalizzazione di un’opposizione dichiarativa priva di resistenza materiale nella gestione europea della questione palestinese.

I governi europei condannano sempre più spesso l’espansione degli insediamenti, il collasso umanitario e le violazioni del diritto internazionale evitando però accuratamente quelle misure coercitive che tale riconoscimento richiederebbe normalmente.

La diplomazia procede. La distruzione procede insieme ad essa.

La coesistenza di entrambe non viene più trattata come contraddittoria.

La crisi non consiste semplicemente nel fatto che il diritto internazionale venga violato. La crisi consiste nel fatto che la violazione è diventata pienamente visibile mentre i sistemi politici si adattano alla visibilità senza modificare il proprio comportamento.

Il riconoscimento stesso viene integrato nel meccanismo di gestione.

Il riconoscimento giuridico diventa politicamente utile proprio perché sostituisce l’applicazione concreta invece di produrla.

Le dichiarazioni di Meloni a Roma sono dunque importanti non perché segnalino una trasformazione radicale della politica europea, ma perché rivelano una trasformazione già in corso nella diplomazia europea stessa: la crescente separazione tra riconoscimento giuridico e conseguenza politica.

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