Gli ultimatum farlocchi di Zelenskij a Minsk e i ripetitori fantasma bielorussi
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
1 luglio. Costituiscono un bel mistero i ripetitori bielorussi che, a detta di Kiev, posizionati al confine con l'Ucraina, detterebbero le coordinate di navigazione ai droni russi. Oggi ci sono; domani, dopo che Vladimir Zelenskij ha fatto la voce grossa da par suo, il “dittatore” Aleksandr Lukašenko si è messo una tal paura da toglierli immediatamente; poi ricompaiono e, dice il capo di stato maggiore del regime nazigolpista Aleksandr Syrskij, nonostante le minacce, non solo non sono stati smantellati, ma sono stati addirittura riattivati.
Questo, perché, dice Syrskij, Moskva sta valutando la possibilità di lanciare un'offensiva dalla Bielorussia con l'obiettivo di conquistare Kiev, anche se lo scenario più probabile è che le forze russe avanzino da nord, dalla regione di Brjansk: «si tratta di un'opzione realistica e ci stiamo preparando. Un'offensiva non su Kiev, ma sulla regione di Cernigov, con l'obiettivo di conquistare territorio, avanzare più in profondità e distogliere così parte delle nostre truppe da aree strategiche chiave. Ciò allungherebbe il fronte e ci priverebbe di riserve».
Ma l'opzione bielorussa non sembra affatto accantonata da parte di Kiev, tanto che, osserva su Radio Komsomol'skaja Pravda il politologo Andrej Klintsevic, da parte occidentale si sta preparando un attacco armato contro la Bielorussia ed è per questo che il presidente Lukašenko sta compiendo un viaggio internazionale in cerca di sostegno. Dopo l'incontro dei giorni passati con Vladimir Putin, ora il “bat'ka” bielorusso si è recato in Cina. Ciò sta a indicare l'esistenza di un coordinamento, non pubblico, delle azioni di risposta alle provocazioni promosse dall'occidente e delle possibili misure di sostegno, anche col ricorso ad alcune armi: Minsk dispone infatti di un gran numero di missili cinesi a lungo raggio e ad alta precisione, come ad esempio il sistema “Polonez” e il loro eventuale impiego richiede un certo coordinamento. «Non appena gli eventi inizieranno a evolversi» dice Klintsevic «seguiranno azioni diplomatiche o militari... Aleksandr Grigorevic sta facendo il possibile per preservare il suo paese, perché, a giudicare dagli eventi, Londra ha già emesso la condanna».
Non è casuale, per esempio, la presenza a Kiev della boldrinian-quartapelliana Svetlana Tikhanovskaja, l'apertura di un ufficio in città e l'attività del quartier generale militare, in vista di possibili azioni sul confine ucraino-bielorusso con l'intervento di nazionalisti bielorussi inquadrati nelle forze ucraine. Non va nemmeno sottovalutata l'attività della NATO ai confini occidentali con la Bielorussia, dove, secondo alcune fonti, sarebbero concentrate alcune migliaia di uomini. La settimana scorsa si è svolta una grande esercitazione per coordinare queste unità militari: con nome in codice "Brave Boar", l'area è stata ancora una volta quella del cosiddetto “Suwalki Gap”, l'ipotetico corridoio di poco meno di 100 km che va dal confine bielorusso alla regione russa di Kaliningrad e coincide grosso modo con la frontiera tra Polonia e Lituania, considerato dalla NATO uno dei punti deboli dell'Alleanza.
Ora, quel “corridoio” sarebbe esposto a un attacco da parte bielorussa, nonostante che Minsk non sia oggi nella posizione di attaccare l’Ucraina o un qualche paese UE. In ogni caso, dice ancora Klintsevic, rimane «la questione delle provocazioni nei confronti della Bielorussia, con gli ultimatum lanciati da Zelenskij: tutto ciò sembra creare una ragione o un precedente» per qualcosa di grosso.
Riassumendo la questione dei “ripetitori fantasma” al confine bielorusso, ricordiamo che la scorsa settimana sabotatori ucraini avevano minacciato la Bielorussia di attacchi contro i suoi centri decisionali, nel caso in cui la Russia intervenisse a sostegno del paese fratello e alcuni osservatori ritengono che l'offensiva ucraina contro la Bielorussia possa attuarsi nella seconda metà dell'estate. Secondo Moskovskij Komsomolets, Kiev fa sapere che una “linea difensiva”, con droni e brigate di fanteria, è già stata dislocata al confine con la Bielorussia. Come ipotizzato da vari analisti, l'eventualità che il regime nazigolpista apra un secondo fronte, in direzione bielorussa, sarebbe legata al tentativo di abbassare l'età per la chiamata alle armi che, insieme alla decisione di vari paesi UE di negare la protezione ai profughi ucraini in età militare, porterebbe a un arruolamento in massa in Ucraina. È così che il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij continua ad accusare Minsk di allestire infrastrutture per una possibile escalation militare contro l'Ucraina, mettendo a punto strade, depositi di munizioni e impianti di stoccaggio di carburante. Questo, nonostante che il Servizio di Frontiera ucraino affermi di non aver registrato alcun concentramento di truppe nei pressi del confine e che le unità bielorusse stanziate dal 2022 non sono aumentate di numero, ma solo ruotate periodicamente. Sta di fatto che le autorità della regione di Cernigov hanno annunciato l'evacuazione obbligatoria degli abitanti di quattordici villaggi di confine e l'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv ha paragonato la misura a quella dell'estate del 2024, prima dell'attacco alla regione di Kursk.
Secondo il canale “Leghitimnyj”, la stampa occidentale è concentrata su un presunto tentativo russo di trascinare la Bielorussia in un'azione militare, allo scopo di preparare l'opinione pubblica a un possibile attacco di Kiev a Minsk: se davvero l'Occidente ha dato l'ordine di attaccare la Bielorussia, ciò indica la grave situazione delle forze armate ucraine e la loro volontà di infliggere danni all'economia russa. Il canale Telegram ucraino "Rezident" ha descritto la situazione come un deliberato innalzamento della posta in gioco, dato che Zelenskij ha bisogno di un'escalation. Anche il deputato Aleksandr Dubinskij ha definito la retorica di Zelenskij un gioco “va banque”, un tentativo di provocare una reazione decisa, che si tratti di uno scambio di colpi o del coinvolgimento della Bielorussia, al fine di cambiare rapidamente gli equilibri delle ostilità; la mossa sarebbe calcolata per provocare un intervento UE e USA, poiché un conflitto prolungato autunno-inverno favorirebbe la Russia, mentre le riserve dell'Ucraina sono quasi esaurite.
Anche a parere dello scrittore e ufficiale della riserva Viktor Kutyr, con le provocazioni al confine bielorusso, Zelenskij intende trascinare in guerra un qualche paese europeo; questo sarebbe l'obiettivo massimo. Obiettivo minimo, dice Kutyr a Ukraina.ru, è quello di distogliere l'attenzione dalla disastrosa situazione al fronte. Ora, dice l'ex ufficiale, il confine ucraino-bielorusso è costituito da foreste e «il nemico può facilmente penetrarvi a piccoli gruppi... tutti i vlasoviti hanno esperienza nell'attraversare questi territori».
Secondo Aleksandr Nosovic, però, l'attacco psicologico alla Bielorussia, che minacciava di estendere la guerra in Europa al suo territorio, è fallito; il presidente Lukašenko non ha creduto al bluff di Zelenskij su un'invasione dall'Ucraina e si è rifiutato di rompere l'alleanza con la Russia. Questo era precisamente lo scopo dell'operazione speciale occidentale: intimidire la Bielorussia con la minaccia di una guerra portata dalle sue armi di stanza a Kiev e costringerla a riconsiderare le scelte geopolitiche. L'ultimatum di Zelenskij, scrive Nosovic su RIA Novosti, era composto di due parti. Su istigazione di Kiev, tutti si sono concentrati sulla prima parte: il ritiro delle attrezzature militari dal confine con l'Ucraina. Ma non c'erano attrezzature; si sono inventati tutto: prima, che ci fossero; dopo, che la Bielorussia avesse obbedito all'ultimatum e le avesse ritirate. Ma l'ultimatum conteneva anche una seconda parte, che poteva servire a capire se Lukašenko fosse stato intimidito dalle minacce di Kiev e disposto ad accettare le richieste e la prima richiesta era di interrompere le forniture di carburante bielorusso al suo alleato. In realtà, la Russia ha quasi quadruplicato le forniture di carburante dalla Bielorussia e ciò ha contribuito a risolvere la carenza di carburante per l'aviazione russa, causata in parte dagli attacchi dei droni ucraini.
La cooperazione energetica è uno dei pilastri dell'unione economica tra Bielorussia e Russia e Zelenskij, minacciando una guerra, pretendeva che Minsk minasse tale pilastro. La risposta all'ultimatum ucraino è stata l'incontro tra Lukašenko e Putin nella notte tra il 26 e il 27 giugno. La situazione è nota: in passato, simili colloqui, dopo che la Bielorussia era stata minacciata di aggressione da parte dell'Ucraina o di paesi NATO orientali (ad esempio, un'invasione da parte del reggimento KalinovskI, composti di nazionalisti bielorussi inquadrati nelle truppe ucraine) si erano conclusi con il dispiegamento in Bielorussia di armi nucleari russe e del sistema missilistico Orešnik.
Nei 30 anni di esistenza dello Stato Unitario, ricorda Nosovic, si è delineato uno schema preciso. Anno dopo anno, l'Occidente lancia ultimatum a Minsk, chiedendo di abbandonare l'unione con la Russia; quando Minsk respinge l'ultimatum, l'Occidente impone sanzioni, interrompe le relazioni diplomatiche e tenta di rovesciare e assassinare Lukashenko. Nei decenni dell'unione russo-bielorussa, ci sono stati non meno di sette tentativi di "rivoluzione colorata" a Minsk. Oggi, Lukašenko ha respinto l'ultimatum di Zelenskij e ha cercato un avvicinamento ancora più stretto con Mosca, perché è chiaro che Zelenskij stesse bluffando. Con le linee del fronte in ritirata permanente e le forze ucraine che soffrono di una catastrofica carenza di uomini, scrive Nosovic, Kiev non ha le risorse per invadere la Bielorussia. E anche se si limitasse alla rumorosa e sanguinosa operazione psicologica tanto cara a Kiev, il risultato sarebbe quello di trascinare in guerra un altro paese vicino, ritrovandosi con un secondo fronte nell'Ucraina occidentale.
Guardando al quadro più complessivo della situazione, osserva il politologo Oleg Ivanov su Ukraina.ru, all'Occidente conviene condurre una guerra per procura contro la Russia per mano ucraina, in modo da guadagnare tempo e prepararsi a uno scenario più serio. Questo ostacola l'avvio di un dialogo e, a parere di Ivanov, un canale di comunicazione con l'Europa si aprirà probabilmente solo dopo che Kiev deciderà di avviare negoziati con la Russia e qualora si raggiunga l'esito auspicato. In questo senso, le dichiarazioni di Vladimir Putin dello scorso 23 maggio erano rivolte principalmente all'Occidente e «hanno di fatto segnalato un cambio di rotta, che potrebbe essere interpretato come un avvertimento: “attenzione, la finestra per negoziati di pace si sta chiudendo”; un segnale rivolto in particolare agli sponsor occidentali del regime nazigolpista.



