"Gli Usa lascino che sia l'Europa a gestire la crisi in Ucraina". Anne-Marie Slaughter
Non è nell'interesse americano perseguire una nuova Guerra fredda
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Anne-Marie Slaughter, Presidentessa della New America Foundation e Professoressa Emerita di Politica e affari internazionali all’Università di Princeton, nonchè una voce molto influente nel dibattito americano e molto ascoltata nel Dipartimento di stato ha offerto la sua visione in un'analisi per The Project Syndicate tradotta da Matteo Thormann
Ora proviamo a tornare con la mente alle reazioni dell’Occidente alle incursioni russe in nazioni strategicamente importanti: Ungheria nel 1956, Cecoslovacchia nel 1968 o Georgia nel 2008. Ogni volta, gli Stati Uniti si sono rifiutati di ingaggiare militarmente lo Stato che possiede il più grande arsenale di armi nucleari del mondo.
Ricordare la storia non significa approvarla, ma serve per comprendere come i russi potrebbero capire la legittimità delle azioni di Putin. Senza dimenticare la dinamica politica universale attraverso cui una minaccia straniera (o una crisi) rafforza un leader in casa propria. Putin sta ricevendo dalla sua avventura in Crimea lo stesso incremento di popolarità dell’ex primo ministro britannico Margaret Tatcher dalla guerra per le Isole Falkland nel 1982. Gli stessi intellettuali di sinistra si sono schierati in supporto a Putin per proteggere i cittadini russofoni da ciò che il Cremlino e suoi media alleati dipingono come nazifascismo ucraino.
In questo contesto, il Segretario di Stato americano John Kerry fa bene a chiarire che la NATO non sta contemplando alcun intervento militare. E farebbe ancora meglio se cedesse la responsabilità di negoziatore capo e portavoce ad un gruppo di leader europei: l’Alto Rappresentante UE Catherine Ashton, la Cancelliera tedesca Amgela Merkel, il Primo Ministro britannico David Cameron ed il Primo Ministro polacco Donald Tusk.
L’UE nel suo complesso ha legami economici molto più estesi – e quindi influenza – con la Russia rispetto agli Stati Uniti. L’UE è il principale partner commerciale della Russia – gli Stati Uniti sono al quinto posto, alle spalle di Cina ed Ucraina. Nel 2012, approssimativamente metà degli investimenti esteri diretti della Russia è andata in Olanda, a Cipro ed in Svizzera (che non è un membro dell’Unione europea, ma è soggetta alla sua pressione), mentre si stima che il 75% degli investimenti diretti in Russia provenga da paesi dell’Unione europea. Infine, gli oligarchi russi possiedono molte più proprietà a Londra e nel sud della Francia che non a New York o Miami.
Inoltre, è meno probabile che la pressione EU sulla Russia stimoli il nazionalismo russo più di un’interferenza degli Stati Uniti nel suo territorio. Per cominciare, anche l’Ucraina si trova nel vicinato dell’UE. Ma soprattutto, al contrario degli Stati Uniti, l’UE non ricorda quotidianamente ai russi le loro perdite post-sovietiche e l’umiliazione sulla scena globale. Infine, gli Stati Uniti hanno oggi molti meno esperti di politica russa di quanti ne abbia avuti due decenni fa, perché i politici americani hanno prestato molta più attenzione alla Cina, all’India ed al Medio Oriente. Nessun paese, tanto meno un’ex superpotenza, ama essere ignorata.
Infine, se gli Stati Uniti facessero un passo indietro, l’UE, l’ONU e anche la Cina potrebbero ricordare ai russi le conseguenze politiche di una palese violazione del diritto internazionale e di un’annessione di territori impoveriti ed irrequieti, che si riveleranno molto più difficili da gestire rispetto a ciò che il risultato netto del referendum potrebbe far supporre. I tartari musulmani – circa il 15% della popolazione di Crimea – si sono sempre fortemente opposti all’ingresso nella Federazione russa e potrebbero quindi diventare una permanente spina nel fianco, assieme al 25% di lingua ucraina che è stato messo a tacere negli ultimi dieci giorni.
La decisione degli Stati Uniti e dell’Unione europea di imporre alcune sanzioni economiche ora, con la possibilità di adottare sanzioni più severe e più ampie in seguito, non è un segno di debolezza, ma di calcolo strategico. Ci sono armi diplomatiche più pesanti nell’arsenale diplomatico per dissuadere Putin dal tentativo di ritagliarsi ulteriori sezioni di Ucraina. Nel frattempo, i mercati stanno imponendo costi economici aggiuntivi su tutti i russi.
Ora è altrettanto importante rafforzare i membri moderati del nuovo governo ucraino, per ridurre l’influenza dei nazionalisti di destra che avrebbero calpestato i diritti degli ucraini russofoni. Dalla Rivoluzione francese all’Egitto ed alla Siria, gli estremisti hanno sistematicamente sopraffatto i moderati, per poi finire ad imitare le tattiche e la politica dei governi che si sono impegnati a rovesciare.
Questo non vuol dire che gli Stati Uniti, l’Unione europea e gli altri attori interessati non debbano fare tutto il possibile per garantire che il popolo ucraino, di qualunque lingua o religione, ottenga i diritti e il benessere che sta cercando disperatamente. Per gli Stati Uniti, la difesa dei valori universali è, secondo la Strategia di Sicurezza Nazionale del presidente Barack Obama, un interesse americano fondamentale.
Ma in questo caso, il modo di perseguire quell’interesse non è quello di ingaggiare una nuova Guerra Fredda, ma è quello di proteggere i Paesi che hanno la maggiore influenza sulla Russia e che rischiano di più – strategicamente ed economicamente – per risolvere questa crisi.


