Governo SYRIZA: quattro scenari possibili per il futuro della Grecia (e della zona euro)

"Se Tsipras sarà l’ennesimo specchietto per le allodole oppure l’inizio della fine per l’eurozona, sarà il tempo a dirlo"

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Governo SYRIZA: quattro scenari possibili per il futuro della Grecia (e della zona euro)


di Cesare Sacchetti
 
La chiamata alle urne nei tempi che stiamo vivendo non viene vista di buon occhio. Considerata un intralcio, una perdita di tempo con la quale si deve fare i conti malgrado il volere dei mercati. Lo sappiano bene anche in Italia, dove in nome della stabilità e della tranquillità (dei mercati finanziari ovviamente) le urne sono state sospese ad libitum, in attesa che qualcuno o qualcosa dall’alto degli indici di borsa, giudichi opportune le consultazioni elettorali.

La Grecia, il 25 gennaio, sarà chiamata a decidere il prossimo governo, dopo che si è rivelato impossibile eleggere il Capo dello Stato a maggioranza assoluta, e, come la costituzione ellenica prescrive, è necessario una nuova chiamata alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Secondo i sondaggi il partito che gode della maggioranza relativa e uscirebbe vincente dal voto, sarebbe Syriza conosciuta in Italia più per il nome del suo leader Alexis Tsipras, divenuto noto al pubblico nostrano nelle ultime elezioni per il Parlamento Europeo, dopo l’alleanza tra la lista di Sinistra e Libertà e quella del partito greco. Syriza si è proclamata come il partito antiausterità, ha invocato una fine delle politiche economiche procicliche di Bruxelles e una ristrutturazione del debito. Fin qui, nulla di straordinario. I partiti che chiedono la fine dell’austerità sono molti, ma nessuno sembra voler tenere conto che i vertici della Commissione Europea e della Bce sono sordi a qualsiasi richiamo o modifica in corso d’opera delle loro politiche. Al contrario si sono dimostrati indifferenti, quasi noncuranti delle conseguenze folli che stanno distruggendo le civiltà dei popoli europei, in nome di un sogno che appare tale solo per coloro che appartengono a quell’uno per cento che sta facendo profitti sulle speculazioni della crisi.

La Grecia è il paese europeo che ha ricevuto l’attacco più violento dai mercati, da tre anni a questa parte si trova sotto l’egida della Troika  che ha portato il paese ad uno stato di recessione drammatica; porti,isole, acquedotti sono stati venduti, in omaggio alle privatizzazioni che hanno reso la Grecia una colonia. La sanità pubblica non riesce ad assistere dignitosamente una larga parte della popolazione e la disoccupazione giovanile è la più alta d’Europa con un tasso del 53%. Tsipras ha dichiarato che non accetterà ulteriori politiche di austerity e invocherà una sospensione del debito. Cosa vuol dire esattamente? La Grecia in questo momento ha un debito pubblico pari al 175% del PIL ed i tassi di interesse sui bond decennali sono in crescita, già oltre la soglia del 9% e quasi vicini al 10%. Chi possiede un titolo greco probabilmente teme quella ristrutturazione del debito paventata da Tsipras,  che congelerebbe il pagamento degli interessi sui titoli, e sta cominciando a vendere i titoli sul mercato finanziario. Questo fa aumentare i tassi di interesse, che stanno raggiungendo soglie pericolose e sempre più difficili da ripagare.

L’attore assente sul palcoscenico e che avrebbe il potere di calmierare prontamente i tassi di interesse, è la Banca Centrale Europea, la quale potrebbe tranquillamente comprare carrettate di bond greci, far abbassare i tassi di interesse e dare un po’ di respiro al debito greco, ma questa operazione è proibita espressamente dai Trattati che vietano il finanziamento del deficit da parte della banca centrale. Quindi il peso del debito grava completamente sulle spalle dei greci, chiamati a ripagare il debito di tasca propria e l’unico modo per farlo è l’aumento della pressione fiscale e il taglio della spesa pubblica, politiche che non fanno che aggravare la recessione greca e a rendere ancora più pesante il debito, poiché se  il PIL non cresce, dalla deflazione non si esce e questo ovviamente è un vantaggio per il creditore.

Il 60% del debito greco è in mano all’ EFSF, fondo di stabilità europeo (l'EFSF) e il Meccanismo europeo di stabilità (l'ESM). La Germania possiede il 27% del MES, ed è una delle prime creditrici. Questa situazione al momento rispecchia gli interessi dei creditori. Fin quando sarà presente un governo ligio alle disposizioni di Bruxelles, loro potranno continuare a percepire il pagamento degli interessi e i greci saranno condannati all’estinzione per ripagare un debito iniquo e ingiusto moralmente che li ha privati delle condizioni minime per le quali uno Stato deve esistere, come l’assistenza sanitaria ai suoi cittadini e la protezione dei salari.

Gli argomenti, ai greci, di carattere giuridico non mancherebbero per opporsi alla restituzione di un debito che sta compromettendo l’esistenza stessa dei servizi essenziali, ma il vantaggio in una fattispecie di questo tipo è, seppur possa apparire un paradosso, nelle mani del debitore. Tanto più grande è il debito, tanto maggiore sarà il potere del debitore sul creditore. A Bruxelles lo sanno bene, e si sono affrettati a sottolineare l’impossibilità che la Grecia esca dall’euro e anzi hanno ribadito la piena stabilità della moneta unica. Sanno benissimo che non è così, e temono che la Grecia possa essere il primo paese a compromettere seriamente la sopravvivenza dell’euro.

La Germania, nonostante le indiscrezioni di Der Spiegel, non appare intenzionata a lasciare andare la Grecia così facilmente e ha ribadito anche per bocca del suo Ministro delle Finanze Schauble che chiunque uscirà vincente dalle urne, dovrà rispettare i patti. Non è dato sapere a cosa andrà incontro chi non oserà rispettare i patti, ma la Germania appare restia per il momento a qualsiasi ipotesi di ammorbidimento delle condizioni, tanto da ostacolare per mezzo del presidente della Bundesbank Weidmann, qualsiasi tentativo di Quantitative Easing, un’operazione che alleggerirebbe i costi del debito. Se Tsipras sarà coerente con le sue affermazioni e invocherà una sospensione del pagamento del debito, da ripagare fino a quando il PIL non torni a crescere intorno a soglie del 3%,  potrebbero delinearsi alcuni possibili scenari: 
 
la BCE e il FMI sospendono completamente il piano di finanziamenti alla Grecia, i fondi alle banche greche vengono bloccati e a questo punto Tsipras o fa retromarcia accettando le condizioni imposte da Bruxelles oppure è costretto ad emettere moneta sovrana per ripagare non solo il debito ma anche per rifinanziare il suo sistema bancario. Questa ipotesi non comporta un default della Grecia, ma una riconversione del suo debito in dracme. 

Bruxelles accetta le condizioni della Grecia, il pagamento degli interessi sul debito viene sospeso e nuove condizioni vengono discusse. Questa ipotesi non annulla i problemi di sostenibilità del debito greco, li posticipa solamente a data da destinarsi, poiché le condizioni che rendono insostenibile il debito sono create dalla stessa BCE che non garantisce il suo pagamento e non finanzia il deficit degli stati membri, e della deflazione figlia delle politiche di tagli alla spesa.
 
la Grecia esce unilateralmente dall’euro, decide di riconvertire il suo debito sovrano in dracme e garantisce il pagamento del suo debito in una moneta certamente meno valutata, con un’inflazione più alta ma che le consentirebbe di porre fine all’austerità che l’ha ridotta in macerie.
 
 la Grecia  dichiara default denunciando l’impossibilità o la mancanza di volontà nel ripagare gli interessi sul debito, la permanenza dentro l’euro rimane e  Atene dovrebbe ricominciare a rifinanziarsi sui mercati di capitali, a questo punto decisamente più diffidenti dopo che hanno visto non onorati i loro crediti. 
 
A dover temere un’uscita dall’euro da parte della Grecia, sono i creditori che vogliono essere ripagati in valuta pregiata al tasso di interesse più conveniente possibile. Se Tsipras sarà l’ennesimo specchietto per le allodole oppure l’inizio della fine per l’eurozona, sarà il tempo a dirlo. Non si comprende perché mai tutti coloro che hanno chiesto un ripensamento o una modifica dei trattati, abbiano fallito e debba riuscirci proprio Tsipras. Per ottenere una crescita del 3% di PIL, sarà necessario violare i parametri di Maastricht e  superare necessariamente le soglie di indebitamento raccomandate da Bruxelles.  Un fatto è certo: chi ha concepito l’euro farà di tutto per difenderlo fino all’estrema ratio. La vera rivoluzione sta nel rigettare il giogo di un debito detestabile che impedisce alla Grecia di pensare agli interessi dei suoi cittadini, e tutelare quelli dei mercati. Dire no all’euro è il modo più semplice per ricominciare a farlo. 

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