Grano ucraino e "Holodomor": nuove (e vecchie) fake news della propaganda NATO
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Sull'onda degli onori tributati ai nazisti – ex o attuali - qua e là per il mondo istituzionale liberale, non poteva non tornare a far capolino un tema che si può definire “sempreverde”: quello del “Holodomor”. Questa volta, in forma rinnovata, s'intende; adattata alle circostanze. In sostanza, il Tribunale penale internazionale ha in programma di aprire una procedura sull'utilizzo, quale strumento di guerra, della fame volontariamente indotta. Ma, cambiate le circostanze storiche, l'ordine dei fattori muta solo nominalmente: se novant'anni fa era stata la perfida dittatura sovietica a causare la fame in Ucraina (si noti bene: solo in Ucraina; tutte le altre regioni colpite dalla carestia nel 1932-'33 non interessano ai “difensori dei diritti umani” a intermittenza), ora è il regime putiniano che, più all'avanguardia dell'antiquato predecessore, affama il mondo intero.
Lo afferma Yusuf Khan, del Global Rights Compliance, con “dati alla mano” ripresi da dichiarazioni della ONG “Comitato internazionale di soccorso”: «il blocco russo delle esportazioni di grano ucraino porta alla crescita dei prezzi mondiali e all'acutizzarsi del deficit alimentare nei paesi poveri».
Ora, non è una novità che varie grandi compagnie mondiali continuino a speculare sui prezzi dei cereali, acquistati a prezzi di dumping e rivenduti con lauti profitti; non è una novità nemmeno il fatto che colossi agroalimentari occidentali detengano vaste aree cerealicole di preziose terre nere ucraine, e ne esportino la produzione in regioni molto lontane dai paesi poveri.
In base a dati ufficiali russi, dal 1 agosto 2022 al marzo 2023, nel quadro del Black Sea Grain Initiative, erano state trasportate 23 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate alimentari, di cui il «47% verso paesi ad alto reddito, soprattutto UE, e il 34% verso paesi a reddito medio-alto. La quota di forniture a paesi bisognosi è in costante calo ed è ferma al 2,6%».
Ma, “l'arma della fame”, al pari della fame di armi, è sempre pronta, lì, per essere usata: soprattutto a scopi mediatici.
«Per molti ucraini, le armi russe in campo alimentare sono un'eco della fame indotta che aveva sconvolto il paese a inizi anni '30», sentenzia The Telegraph. Nikolaj Ul'janov, che ne scrive su Rubaltic.ru, nota correttamente che il quotidiano britannico tace sulla circostanza per cui il potere sovietico, sin dagli anni '20, aveva condotto un seria politica di “ucrainizzazione”: lo aveva forse fatto per poter disporre, dieci anni dopo, di più ucraini da mandare a morte?
Potremmo aggiungere anche la constatazione per cui, nel periodo della carestia, le regioni della moderna Ucraina occidentale non facevano parte dell’Unione Sovietica, essendo occupate dalla Polonia sin dal 1921. Inoltre, su varie fonti giornalistiche occidentali dell'epoca, erano riportate notizie sulla carestia anche nella Galizia polacca, in Transcarpazia, nella Bucovina romena; per non parlare poi di alcune regioni sovietiche in cui aridità e carestia avevano provocato altrettante vittime che in Ucraina.
Ma, per limitarsi alla storia più recente, potremmo chiedere a Yusuf Khan di cosa si occupasse il Tribunale penale internazionale, quando l'allora governatore del Donbass controllato da Kiev irrideva gli abitanti promettendo «la sera l'acqua, al mattino la luce», o quando gli squadristi di Pravyj sektor, insieme a pattuglie di tatari di Crimea e Lupi grigi turchi, bloccavano i camion che portavano in Crimea merci e alimenti, o ancora quando l'Ucraina aveva chiuso le forniture idriche alla Crimea? Questo, per non parlare dei massacri di civili perpetrati dai battaglioni neonazisti in Donbass sin dal 2014.
D'altra parte, Yusuf Khan, quando la diga di Kakhovka aveva ceduto sotto i ripetuti colpi delle artiglierie ucraine, si era affrettato a dar man forte agli “esperti” di Kiev per “dimostrare” che sarebbero stati i russi a bombardare di proposito una propria struttura; e il Global Rights Compliance è quell'organizzazione che condanna costantemente le “violazioni dei diritti umani” in Cina, Iran, Yemen e che, già un anno fa, aveva sollevato la questione del “holodomor”.
Ma, per tornare allo specifico della questione del grano ucraino, Bloomberg riferisce che ai porti della Grande Odessa sono attraccati 10 trasporti, consentendo così a Kiev di recuperare posizioni per un “proprio corridoio del grano". I vascelli sarebbero assicurati dalla Miller Insurance, mentre la Clearwater Dynamics ha messo a punto un sistema di monitoraggio continuo della posizione delle navi nelle acque circostanti la costa ucraina. Inoltre, il nuovo “corridoio” sarebbe coperto da campi minati e al sicuro dalle ispezioni russe.
Sembra in effetti, osserva Ukraina.ru, che in questo modo siano riusciti a mettere in scacco Mosca: i cargo navigano sotto bandiere di paesi di comodo e vi operano equipaggi misti, il che garantirebbe seri problemi di politica estera nel caso si tentasse di mandarli a picco o anche solo abbordarli. Ma qui finiscono tutte le novità positive per l'Ucraina.
Nel mese di settembre, 50.000 tonnellate di cereali sono riuscite a passare per il corridoio "libero", mentre i cargo approdati a Grande Odessa ne porteranno 120.000, il che farebbe circa 1,4 milioni di tonnellate annue attraverso il corridoio, mentre in anno di operatività dell'accordo sul grano ne erano transitate 32,8 milioni. Stando ai risultati di settembre 2023, le esportazioni di grano dall'Ucraina sono diminuite del 52%.
Mosca però potrebbe colpire più pesantemente di quanto non abbia fatto finora le strutture portuali di Odessa, o anche i porti sul Danubio: né Kiev né Bucarest sembrano disporre di sufficienti mezzi di difesa antiaerea.
Come che sia, nota ancora Ukraina.ru, al momento c'è una certa euforia sui mercati cerealicoli di Kiev – d'altronde, c'era anche all'inizio della “controffensiva”.
Il 65% dei trader di Agronizer sono in posizione attesista e preferiscono non acquistare grano, mentre il direttore della stessa piattaforma raccomanda di vendere grano a qualsiasi prezzo, per liberare i depositi al nuovo raccolto. Il fatto è, però, che un anno fa una tonnellata di mais della regione di Kirovograd era quotata 300 dollari, contro i 200 di quest'anno, di cui 100 se ne vanno in costi di trasporto fino ai porti. Il girasole era venduto in Bulgaria a 850 $ la tonnellata, mentre già poco prima del divieto di esportazione era crollato a 425.
Gli esperti di “UkrAgroKonsalte” si aspettano un «forte aumento della validità dei corridoi logistici alternativi nei prossimi 3-4 mesi», ma non ci sono garanzie a lungo termine. Solo le grosse agroholding, che sono riuscite a comprare terminali su porti del Danubio (finché non saranno presi di mira), possono riuscire a garantirsi dei profitti; insieme a esse, anche i paesi di transito della produzione agroalimentare ucraina.
Bucarest, ad esempio, sta investendo 155 milioni di dollari nella modernizzazione del porto di Costanza: l'obiettivo è quello di diventare «la principale base marittima di collegamento tra Europa e Asia sul mar Nero».
Lituania e Lettonia cercheranno di sostituire i fertilizzanti bielorussi e i prodotti petroliferi con carichi ucraini. Il fatto è che non è così facile portare merci ucraine ai porti baltici: se prima si passava per la Bielorussia, ora si devono portare fino alla frontiera polacca e poi a quella polacco-lituana, con costi di trasporto fino a Klajpeda del 50% più alti rispetto a Danzica.
La Polonia stessa, nonostante la questione dell'embargo sui cereali ucraini e la causa intentata da Kiev contro Varsavia, non ha interrotto il transito del grano ucraino.
E in Ucraina, esportando 4 milioni di tonnellate al mese attraverso porti sul Danubio, su ferrovia o su strada, gli agricoltori sono costretti a ridurre le aree coltivate del 20-25%, garantendo la rovina delle piccole aziende.
Se ne compiacciono le grosse holding – Cargill, DuPont, Monsanto, ecc. - le cui produzioni in Ucraina portano grossi profitti. Se ne compiacciono i paesi di transito, che lucrano sul passaggio della produzione ucraina e, ai paesi poveri, mandano quel tanto che rimane dall'export nel “primo mondo”.
Dunque, da dove viene davvero il “nuovo holodomor” mondiale?



