"Guerra fallita con l'Iran": così l'Arabia Saudita ha voltato le spalle a Donald Trump
L'asse tra Stati Uniti e Arabia Saudita vacilla pericolosamente. Secondo un'esclusiva del New York Times pubblicata il 1° luglio, il regno saudita avrebbe "perso fiducia" nel presidente statunitense Donald Trump in seguito al fallimento della sua strategia militare contro l'Iran, innescando una durissima crisi diplomatica tra le due capitali.
La frattura è consumata nei cieli del Medio Oriente. Riad ha infatti negato a Washington l'uso del proprio spazio aereo durante il lancio del "Progetto Libertà" (Project Freedom), un'operazione d'emergenza orchestrata dagli Stati Uniti per soccorrere alcune imbarcazioni in difficoltà nello Stretto di Hormuz. L'iniziativa americana è arrivata a poche settimane dalla proclamazione di un fragile "cessate il fuoco" tra Washington e Teheran.
Il retroscena: telefonate tese e il rifiuto di MbS
Fonti qualificate hanno rivelato al quotidiano newyorkese che Trump si trovava "in una situazione estremamente complessa" dopo un mese di conflitto aperto contro la Repubblica Islamica. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) stava pianificando raid aerei e navali su larga scala per "respingere" qualsiasi resistenza iraniana durante il Progetto Libertà.
I vertici militari americani sono rimasti però "colti di sorpresa" dal fermo divieto opposto dai funzionari sauditi. Il no di Riad ha innescato una sequenza di telefonate "urgenti e tese" direttamente tra Donald Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS). Nonostante un Trump "indignato", MbS è rimasto irremovibile, mosso dal timore che il piano d'azione statunitense potesse riaccendere una guerra totale nella regione.
Si tratta di un netto cambio di rotta: se in passato il principe ereditario aveva esortato la Casa Bianca a indebolire Teheran, il consolidamento del potere geopolitico dell'Iran ha spinto MbS a chiedere il cessate il fuoco e a ricalibrare le priorità di sicurezza nazionale del regno.
Una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente
L'analisi del New York Times evidenzia come i funzionari statunitensi e sauditi si trovino oggi in profondo disaccordo sulla gestione della sicurezza regionale, in particolare per quanto riguarda i dossier relativi a Israele e all'Iran.
Mentre Washington spinge per il pugno di ferro, Riad tesse una tela diplomatica alternativa. Verso la fine dello scorso mese, diverse fonti hanno confermato che l'Arabia Saudita si prepara a ospitare un vertice di riconciliazione per ripristinare i legami diplomatici tra l'Iran e le monarchie del Golfo. Già a maggio, i media occidentali avevano svelato una proposta saudita per un "patto di non aggressione" sul modello degli storici Accordi di Helsinki del 1975, mirato ad allentare le tensioni ricalcando le strategie della Guerra Fredda.
Il nodo dei risarcimenti e il ruolo degli Stati del Golfo
Il quadro è ulteriormente complicato dalle recenti indiscrezioni della stampa iraniana. Gli Stati del Golfo avrebbero smentito qualsiasi piano di investimento in Iran, nonostante una clausola specifica del memorandum d'intesa israelo-americano preveda la nascita di un fondo regionale per risarcire i danni di guerra sofferti da Teheran.
Durante le fasi più acute del conflitto, diverse fonti indicano che gli attacchi contro la Repubblica Islamica sono stati agevolati da alcuni Stati arabi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti e la stessa Arabia Saudita, che hanno condotto anche offensive dirette. Di conseguenza, Teheran ha formalmente richiesto un risarcimento finanziario ai paesi del Golfo e alla Giordania per aver offerto supporto logistico ai raid israelo-americani.
Il fronte comune del Golfo si incrina
Il report del New York Times conferma una resistenza araba ai piani americani che era già emersa nei mesi scorsi. A inizio maggio, la NBC News aveva rivelato che sia l'Arabia Saudita sia il Kuwait avevano temporaneamente sospeso l'accesso degli Stati Uniti alle proprie basi militari in segno di dissenso.
Sebbene il Wall Street Journal avesse successivamente documentato un parziale passo indietro di Riad e Kuwait City – con la revoca delle restrizioni e il ripristino degli accessi alle basi – l'opposizione al "Progetto Libertà" dimostra come il controllo di Washington sugli alleati storici del Golfo non sia più scontato.


