Guerra ibrida e spoliazione: la trama imperialista da Washington a Tel Aviv

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Guerra ibrida e spoliazione: la trama imperialista da Washington a Tel Aviv

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di Geraldina Colotti

 

Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e sorveglianza globale.

In America Latina — nell'accezione storica e martiana di "Nostra America" — questa dinamica assume una dimensione strategica ancora più aggressiva attraverso l'articolazione diretta tra il Comando Sud degli Stati Uniti e i servizi di intelligence e sicurezza israeliani. Con la scusa della lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, iniziative come il cosiddetto Scudo delle Americhe e la rinnovata Dottrina della Sicurezza Nazionale impongono l'esternalizzazione delle funzioni statali a corporazioni private di cibersicurezza. Questo paradigma riconfigura il controllo sulle risorse strategiche del continente, come l'acqua, la biodiversità, l'energia e i minerali critici, militarizzando i territori e privatizzando l'intelligence pubblica.

Questa ingerenza si dispiega attraverso la cosiddetta Guerra di Quarta Generazione e l'uso intensivo dell'intelligenza artificiale e dei Big Data per eseguire golpe digitali. L'uso di software spia, la manipolazione dei dati elettorali, la microsegmentazione degli elettori e le campagne massicce di disinformazione gestite tramite fabbriche di bot e tecnologia deepfake mirano ad alterare i processi democratici e a invalidare la sovranità popolare.

Un caso paradigmatico di questa infrastruttura di guerra cognitiva è quello del consulente argentino Fernando Cerimedo, operatore di propaganda digitale e stretto consigliere di figure dell'estrema destra regionale come Javier Milei e la famiglia Bolsonaro, ora agli arresti per aver cercato di perpetrare il femminicidio della sua ex compagna. Cerimedo guida una complessa rete transnazionale di fabbriche di troll, piattaforme di disinformazione e account automatizzati progettati per la microsegmentazione, la diffamazione sistematica di esponenti progressisti e l'alterazione dei climi elettorali.

La sua struttura cibernetica, legata a inchieste per tentativi di destabilizzazione della democrazia in Brasile e Argentina, opera attraverso finanziamenti opachi e il coordinamento con agenzie di intelligence private e corporazioni tecnologiche. L'azione di operatori come Cerimedo si completa con rivelazioni come quelle dello scandalo Hondurasgate, in cui fughe di notizie e intercettazioni hanno svelato l'intervento coordinato tra l'estrema destra continentale, la diplomazia statunitense e imprese di ciber-intelligence legate al Mossad e allo Shin Bet per destabilizzare amministrazioni sovrane in Honduras, Colombia e Messico.

Questa strategia di dominazione si sostiene sul business miliardario dell'industria della sicurezza privata, della cibersicurezza e del controllo delle frontiere, un settore monopolizzato dall'entità sionista, consolidatasi come il secondo hub tecnologico di sicurezza a livello mondiale. Aziende come Elbit Systems, insieme a oltre 500 corporazioni esportatrici di tecnologia militare e di sicurezza nazionale (Homeland Security), trasformano i metodi di carcerazione, sorveglianza biometrica e repressione di massa contro il popolo palestinese in merci d'esportazione collaudate sul campo. Attraverso questo redditizio complesso societario, che spazia dai radar di intrusione perimetrale e torri di sorveglianza fino al riconoscimento facciale e ai droni autonomi, si monopolizzano i contratti per la militarizzazione di frontiere strategiche come quella tra Stati Uniti e Messico o i muri esterni dell'Unione Europea.

Il settore tecnologico-militare a Tel Aviv genera oltre il 20% del Prodotto Interno Lordo e supera il 50% delle esportazioni totali dell'entità, dimostrando come l'economia dell'enclave dipenda strutturalmente dal lucrativo mercato dell'occupazione e del controllo sociale globale.

Parallelamente, la penetrazione di questo capitale e dell'intelligence in Europa approfondisce questa stessa logica securitaria e controinsurrezionale. Recenti inchieste giornalistiche condotte dal centro studi Statewatch hanno portato alla luce trattative segrete da parte della Commissione Europea per siglare un accordo di cooperazione di polizia tra l'agenzia Europol e l'apparato di sicurezza israeliano. Questo accordo, che viola il diritto internazionale pretendendo di convalidare la giurisdizione coloniale sulla Palestina usurpata a partire dalla Nakba del 1948, mira a istituzionalizzare il trasferimento di dati personali altamente sensibili, come l'affiliazione politica, i registri biometrici e le informazioni genetiche, orientati a mettere a tacere la protesta sociale nel Vecchio Continente, criminalizzare la diaspora palestinese e sorvegliare i movimenti di solidarietà internazionalista.

Allo stesso modo, questa penetrazione si consolida attraverso la simbiosi strutturale tra l'industria bellica israeliana e il complesso militare-industriale legato alle basi della NATO, mentre sul fronte ideologico l'egemonia borghese utilizza i finanziamenti privati, la cooptazione delle cattedre universitarie e il ricatto dell'antisemitismo fabbricato per censurare il pensiero critico.

Questa logica di spoliazione attraversa anche il Mediterraneo e si materializza attraverso il capitale finanziario e immobiliare. Diverse denunce territoriali e comunitarie in varie regioni italiane lanciano l'allarme sulla compravendita massiccia di immobili, aziende agricole strategiche, complessi turistici e resort di lusso da parte di fondi di investimento e magnati legati all'apparato sionista.

Questo fenomeno di speculazione immobiliare costituisce una forma di colonizzazione economica e territoriale. Attraverso l'acquisizione di edifici storici e ampie estensioni di terra, si espellono le comunità locali e si provoca una gentrificazione selvaggia, riproducendo su scala minore la stessa logica di espropriazione, privazione e recinzione che caratterizza la spoliazione territoriale inflitta storicamente al popolo palestinese.

La convergenza tra l'imperialismo statunitense, la macchina militare sionista e la borghesia transnazionale europea non risponde a errori di calcolo, ma all'esigenza strutturale del sistema capitalista in decadenza di assicurare la riproduzione del capitale e contenere la lotta di classe. Di fronte a questa trama globale di militarizzazione, spionaggio e spoliazione, l'articolazione consapevole dei movimenti popolari, delle forze antiimperialiste e della classe lavoratrice organizzata in America Latina e in Europa si consolida come l'unica via per la difesa della sovranità e l'emancipazione dei popoli.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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