Hormuz, il Congresso USA e il fattore tempo: come l'Iran sta vincendo la partita a scacchi (di Andrea Zhok)

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Hormuz, il Congresso USA e il fattore tempo: come l'Iran sta vincendo la partita a scacchi (di Andrea Zhok)

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di Andrea Zhok*


La dinamica delle ultime ore dimostra una volta di più l’elevata preparazione della dirigenza iraniana. 

L’attacco violentissimo su Beirut di ieri da parte dell’aviazione israeliana, effettuato immediatamente dopo l’entrata in vigore della tregua, voleva essere un modo per sabotare la tregua stessa. Nelle stesse ore anche un drone di ricognizione israeliano è entrato in territorio iraniano, provocando la risposta della contraerea (formalmente un attacco, ma senza danni).

Israele contava sulla reazione immediata degli iraniani, che avrebbe riaperto immediatamente il conflitto, bruciando lo spazio della trattativa (e, invero, era anche quello che mi aspettavo io). 

È chiaro, tuttavia, che in questo momento si sta aprendo un piccolo varco tra le intenzioni americane e quelle israeliane. Gli USA, che non avevano dall’inizio nessun serio motivo per entrare nel conflitto, stanno cercando una via d’uscita che appaia onorevole sul fronte interno. Israele desidera una prosecuzione illimitata del conflitto (ma naturalmente, a condizione di avere il Troll americano al guinzaglio, altrimenti da solo non riuscirebbe a reggere un confronto militare prolungato). 

La dirigenza iraniana ha risposto al bombardamento del Libano richiudendo lo stretto di Hormuz (riaperto nominalmente per pochi minuti), ma senza lanciare missili. Così facendo hanno messo gli USA nella difficile posizione o di avallare la strage di Beirut – che sta suscitando orrore anche presso molti alleati degli USA – o di lasciare ad Israele la responsabilità di proseguire il conflitto da solo. Per il momento gli americani stanno facendo esercizi di equilibrismo, da un lato affermando che la tregua non includeva il Libano (ma sono stati smentiti proprio dai mediatori pakistani, unica terza parte direttamente coinvolta), e dall’altro minacciando di riprendere la guerra se lo stretto non verrà riaperto (ma a questa eventualità gli iraniani erano già preparati).

In questo contesto c’è un ulteriore fatto da considerare, ovvero che Trump entro venti giorni dovrà chiedere il permesso al Congresso per proseguire la guerra. Il Presidente ha infatti 60 giorni di iniziativa militare autonoma (ipoteticamente solo per l’immediata difesa da attacchi, ma sono riusciti a presentare l’ennesima guerra di aggressione come autodifesa); dopo 60 giorni deve ottenere un via libera dal Congresso (anche se c’è la possibilità di una proroga di ulteriori 30 giorni nel caso ci sia la necessità di questo periodo per mettere in salvo le truppe esposte). Ora, la maggioranza congressuale per approvare una prosecuzione del conflitto al momento non c’è. Dunque Trump ha un orizzonte di tempo limitato per uscire dall’imbuto in maniera almeno formalmente accettabile.

Mantenendo la pressione sullo stretto, senza riprendere il conflitto guerreggiato, l’Iran utilizza la sua leva più forte lasciando al contempo margini per una possibile de-escalation. Considerando che tra le truppe americane non è più molto popolare l'idea di andare a morire per salvare il culo alla nazione più odiata della Via Lattea, il tempo gioca a favore dell'Iran.

In questo contesto c’è da aspettarsi qualche ennesima provocazione israeliana, che getti benzina sul fuoco della guerra guerreggiata.  Stiamo a vedere.

*Post Facebook del 9 aprile 2026

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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