Hormuz, sanzioni e nucleare: i dodici punti dell’accordo che cambia gli equilibri regionali

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Hormuz, sanzioni e nucleare: i dodici punti dell’accordo che cambia gli equilibri regionali

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Dopo settimane di negoziati complessi e segnati da momenti di forte tensione, Stati Uniti e Iran sembrano ormai vicini alla firma di un memorandum d’intesa destinato a ridefinire gli equilibri del Medio Oriente. Secondo indiscrezioni diffuse dall’emittente israeliana Channel 12, il documento dovrebbe essere firmato il prossimo 19 giugno in Svizzera e contiene dodici clausole che affrontano i principali nodi del confronto tra Washington e Teheran. Tra i punti più rilevanti figurano l’impegno reciproco a cessare le ostilità, compreso il fronte libanese, la conferma da parte iraniana di non voler sviluppare armi nucleari e l’avvio di un percorso condiviso per risolvere la questione dell’uranio arricchito. Durante i negoziati, Teheran manterrebbe invariato il proprio programma nucleare, mentre Washington sospenderebbe nuove sanzioni, eviterebbe ulteriori dispiegamenti militari nella regione e concederebbe deroghe temporanee per l’esportazione del petrolio iraniano.

L’intesa prevede inoltre lo sblocco di asset finanziari iraniani congelati e, in caso di accordo definitivo, il ritiro delle forze statunitensi entro trenta giorni insieme alla revoca completa delle sanzioni contro la Repubblica Islamica. Tra gli aspetti più significativi compare anche la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo dell’economia iraniana. Un ruolo importante sarebbe affidato anche all’Oman e agli Stati del Golfo, chiamati a partecipare ai negoziati sulle questioni legate al trasporto marittimo e alla sicurezza delle rotte commerciali. In cambio, Teheran garantirebbe per sessanta giorni il passaggio sicuro delle navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. Nonostante l’ottimismo che accompagna l’annuncio della possibile firma, diversi osservatori avvertono che il processo resta estremamente fragile.

L’analista iraniano Trita Parsi (naturalizzato svedese), intervenendo in un’intervista con Tucker Carlson, ha indicato in Israele il principale fattore di rischio per il successo dell’intesa. Secondo Parsi, il governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe interesse a impedire una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Teheran, rilanciando eventualmente tensioni regionali, in particolare sul fronte libanese. L’esperto sostiene che qualsiasi nuova escalation potrebbe compromettere rapidamente il negoziato e trascinare nuovamente la regione verso il conflitto. Per questo motivo, ritiene indispensabile che gli Stati Uniti chiariscano in modo inequivocabile di non essere disposti a sostenere nuove operazioni militari contro l’Iran. Solo una posizione netta di Washington, conclude Parsi, potrebbe ridurre i tentativi di sabotaggio e consentire alla diplomazia di prevalere su una logica di confronto. L’Iran ha inoltre dimostrato con le sue tattiche di resistenza asimmetrica di riuscire a fronteggiare le minacce belliche della coalizione Epstein.

Quella che nei piani di USA e Israele doveva essere una guerra lampo seguita da un cambio di regime in Iran è diventata una guerra di logoramento dove la Repubblica Islamica ha costretto gli USA al tavolo delle trattative grazie anche al controlo di uno stretto strategico come quello di Hormuz. Insomma, per l’Iran questo accordo avrebbe il sapore di una vittoria strategica sugli Stati Uniti e Israele.


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