I dati sulla crisi della libertà di stampa e di espressione in Italia
Ho scritto questo articolo a partire da una relazione tenuta lo scorso venerdì 3 luglio al Centro Nazionale delle Ricerche sul tema della libertà di espressione in Italia e più in generale sulla crisi del settore delle comunicazioni
di Alessandro Bartoloni
Nel 2008 il Ministero delle Comunicazioni è stato soppresso. Le sue competenze sono state progressivamente assorbite dall'attuale Ministero delle Imprese e del Made in Italy, mentre le politiche sull'informazione fanno capo al Dipartimento per l'informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio.
La scelta passò quasi inosservata. Eppure, osservata oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, dei social network, della guerra dell'informazione e dei dati come principale risorsa strategica del XXI secolo, appare sempre più difficile da comprendere. Se nel Novecento il petrolio rappresentava la materia prima decisiva delle economie industriali, nel XXI secolo questo ruolo è stato assunto dall'informazione, dai dati e dalle infrastrutture digitali. Per questa ragione una riflessione sulla ricostituzione di un Ministero delle Comunicazioni e dei Dati non dovrebbe apparire nostalgica, ma perfettamente coerente con le trasformazioni geopolitiche del presente.
Chiunque lavori nel settore dell'informazione conosce bene la crisi che attraversa il sistema mediatico italiano. Negli ultimi vent'anni il controllo dei principali mezzi di informazione si è progressivamente concentrato nelle mani di pochi grandi gruppi editoriali e industriali. Fino a qualche mese fa la situazione era questa: Exor controllava il gruppo GEDI; Urbano Cairo guida RCS e La7; Antonio Angelucci possiede Libero, Il Tempo e Il Giornale; il gruppo Caltagirone controlla Il Messaggero e Il Mattino; Mediaset continua a rappresentare uno dei principali operatori televisivi privati, mentre la RAI rimane fortemente condizionata dagli equilibri politici. L'informazione è così divenuta un mercato sempre più concentrato. Una situazione che pone interrogativi non soltanto economici, ma costituzionali.
L'articolo 21 della Costituzione non tutela infatti esclusivamente la libertà dalla censura statale. Presuppone anche l'esistenza di un effettivo pluralismo delle fonti informative, senza il quale la libertà di espressione rischia di diventare puramente formale. Gli effetti sono evidenti. Dal 2013 al 2020 i principali quotidiani nazionali hanno perso tra il 44 e il 54% della loro diffusione. Parallelamente è crollata la fiducia dell'opinione pubblica nei confronti dei media tradizionali. Le guerre degli ultimi anni, dall'Ucraina al genocidio di Gaza, hanno ulteriormente accentuato questa percezione, mostrando come, nei conflitti contemporanei, l'informazione diventi inevitabilmente parte dello scontro politico e militare.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento poco discusso. Gran parte delle notizie internazionali diffuse in Occidente proviene da un numero estremamente limitato di grandi agenzie stampa globali, che finiscono inevitabilmente per influenzare il modo in cui gli eventi vengono raccontati e interpretati. La perdita di credibilità dei media tradizionali ha favorito la crescita della cosiddetta informazione indipendente, sviluppatasi soprattutto attraverso internet. Di fronte a questo fenomeno l'Unione Europea ha scelto una strada diversa rispetto a quella della liberalizzazione. Con il Digital Services Act ha rafforzato gli obblighi di moderazione dei contenuti da parte delle piattaforme digitali, introducendo strumenti orientati anche alla prevenzione della diffusione di contenuti ritenuti potenzialmente dannosi: il così detto “Pre-bunking.” Secondo i sostenitori della riforma tali strumenti sono indispensabili per contrastare campagne di disinformazione coordinate. Ma sembrano invece strumenti atti a controllare e censurare contenuti o interi canali di “contro-informazione” che non si allineano alla versione ufficiale dei fatti.
Ridurre il problema alla libertà di stampa sarebbe però un errore. Oggi la comunicazione comprende reti di telecomunicazione, cavi sottomarini, data center, cloud, satelliti, algoritmi, piattaforme digitali e infrastrutture sulle quali transitano dati pubblici e privati. Si tratta di asset strategici. Uno Stato che non eserciti almeno un controllo sulle proprie infrastrutture informative rischia inevitabilmente di dipendere da soggetti economici o politici esterni. La comunicazione è ormai una componente della sicurezza nazionale.
Per molti anni abbiamo pensato che la comunicazione fosse semplicemente una questione di giornali e televisioni. Oggi non è più così. La comunicazione coincide con il controllo dei dati, delle infrastrutture digitali, degli algoritmi e dei flussi informativi. Per questo motivo parlare di comunicazione significa ormai parlare di sovranità, democrazia e sicurezza nazionale. Ed è forse arrivato il momento che anche l'Italia torni a dotarsi di una vera politica pubblica della comunicazione.
Se si accetta questa prospettiva, allora alcune riforme diventano almeno discutibili. La prima riguarda il pluralismo dell'informazione. Occorrerebbe rafforzare la normativa antitrust nel settore dei media, abbassando le soglie oltre le quali l'AGCOM interviene e limitando le concentrazioni orizzontali tra televisioni, quotidiani, piattaforme digitali e raccolta pubblicitaria. Si potrebbe inoltre impedire che grandi gruppi industriali operanti in settori strategici — energia, difesa, banche, telecomunicazioni — esercitino un'influenza significativa sui principali gruppi editoriali.
Una seconda riforma riguarda invece il Golden Power. La disciplina potrebbe essere estesa anche alle grandi piattaforme informative digitali, ai principali data center, alle infrastrutture cloud della pubblica amministrazione e alle agenzie stampa considerate strategiche.
Infine, il tema della sovranità dei dati. Lo sviluppo del Polo Strategico Nazionale rappresenta un primo passo importante, ma la direzione dovrebbe essere quella di garantire che i dati essenziali della pubblica amministrazione siano conservati all'interno di infrastrutture soggette alla giurisdizione italiana o, quanto meno, europea.


