I detenuti palestinesi interrompono lo sciopero della fame: accordo con Israele mediato dall'Egitto

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I detenuti palestinesi interrompono lo sciopero della fame: accordo con Israele mediato dall'Egitto

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Dopo che la Corte suprema israeliana aveva rigettato il ricorso di tre detenuti palestinesi in sciopero della fame contro la cosiddetta “detenzione amministrativa”, secondo cui un prigioniero può rimanere in carcere per motivi di sicurezza nazionale in modo indefinito senza processo, la questione ha vissuto una soluzione diplomatica. Issa Karaka, alto ufficiale palestinese, ha dichiarato ad Al Jazeera che è stato siglato al Cairo domenica sera un accordo tra autorità palestinese ed Israle, accettato lunedì dai due mila prigionieri, che hanno interrotto lo sciopero della fame. Karaka ha anche delineato i punti dell'accordo: fine dell'isolamento dei prigionieri, la possibilità di visite da parte dei familiari e, soprattutto, la fine del rinnovo della detenzione amministrativa. Taher al-Nono, portavoce di Hamas a Gaza, ha dichiarato a Reuters di essere ottimista che il lavoro diplomatico dell'Egitto possa produrre un accordo soddisfacente per i prigionieri palestinesi.
Secondo l'ufficio penitenziario israeliano al momento sono 1,550 i detenuti palestinesi che si rifiutano di mangiare, mentre gli attivisti parlano dai 2,500 ai 4,600. Molti dei prigionieri in protesta sono in sciopero della fame da circa un mese, ma tre da oltre 70 giorni e le loro condizioni di salute sono oggetto di preoccupazione di diverse organizzazioni internazionali, incluso l'OMS, che hanno sollecitato immediate cure mediche. Secondo l'accordo siglato domenica, la detenzione amministrativa verrebbe eliminata come forma di carcerazione ed i prigionieri palestinesi saranno sottoposto a processo e quindi o rilasciati o confermata la carcerazione. Lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi ha suscitato il vivo sostegno della popolazione araba nei Territori, dove sono state organizzate diverse manifestazioni di supporto e la situazione era divenuta sempre più difficile da gestire per il governo di Nethanyau.

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