I media e il dissenso ingannevole: quello degli insediamenti israeliani non è un problema di tempistica
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Secondo il messaggio che i media fanno passare, la problematica degli insediamenti israeliani è divenuta una questione di timing, di tempistica.
Quando nel 2010 Israele annunciò la volontà di costruire nuovi insediamenti mentre l’allora vice-presidente Joe Biden si trovava in visita ufficiale proprio in quel paese, la notizia aveva fatto infuriare l’amministrazione Obama. Questa volta il governo israeliano ha perlomeno atteso la partenza del Segretario di Stato John Kerry, prima di annunciare piani di ulteriore espansione nella West Bank! Come se la questione degli insediamenti riguardasse meramente i rapporti diplomatici fra Stati Uniti ed Israele e il nodo cruciale risiedesse nel fatto che la decisione sia annunciata il giorno X piuttosto che il giorno Y.
È possibile trovare un esempio più chiaro in grado di mostrare la superficialità con la quale i media statunitensi continuano ad affrontare la questione degli insediamenti palestinesi? Ma davvero il tempismo ha un impatto tanto cruciale?
Si consideri a titolo di esempio l’editoriale del luglio 2012 del Times: “Wrong Time for New Settlements”, come se esistesse un tempo giusto per promuovere nuovi insediamenti e momenti migliori di altri per farlo. Questo tipo di analisi evoca un tipo di dissenso ingannevole perché non viene posto al centro del dibattito la liceità dei nuovi insediamenti quanto la tempistica. Si tratta dello stesso ritornello verificatosi per la guerra in Iraq: allora si parlava di “errore” geopolitico, di sfortuna, di “strategia fallita” piuttosto che di scelta errata.
L’indugiare dei media sulle quisquilie diplomatiche tra le due super-potenze in campo, come se si trattasse di gossip, non fa altro che spostare l’attenzione dal cuore della questione: gli insediamenti sono il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo fra Palestina e Israele.


