I precari dell'università e della ricerca dimenticati dalla Legge di Bilancio del Governo Meloni

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I precari dell'università  e della ricerca dimenticati dalla Legge di Bilancio del Governo Meloni

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di Federico Giusti e Valentina Salada

Negli ultimi anni il Fondo di Finanziamento Ordinario è diventato un esercizio di equilibrismo contabile: aumenti nominali che non compensano l'inflazione, l'aumento dei costi strutturali e l'espansione delle funzioni attribuite agli Atenei. Il risultato è un definanziamento reale, silenzioso, ma devastante. A  tutto ciò si aggiunga l'ampliamento della quota premiale, che trasforma il finanziamento in una gara continua tra Atenei, ricompensando chi mantiene la conformità agli indicatori di bilancio senza prendere in considerazione altri parametri ad esempio l' attenzione ai bisogni effettivi della ricerca e della didattica.
 
Questo squilibrio sistemico produce il paradosso che oggi viviamo: più incombenze, meno risorse. E quando le entrate del FFO si restringono, di fatto si comprimono diritti e si scarica il peso del servizio pubblico universitario sul personale invisibile – tecnico, amministrativo, bibliotecario, in appalto – e, su quello della ricerca pubblica, ovvero su una popolazione di precari che faticosamente tiene in piedi il progresso culturale/scientifico come se fosse solo un'impalcatura provvisoria.

Il dato più inquietante è ormai evidente e non potrà essere eluso da chicchessia: in diversi Atenei, il numero dei ricercatori e lavoratori non strutturati è superiore al personale stabile. Un sistema inefficiente, ingiusto e anche iniquo. Non possiamo parlare di "formazione"  quando si vanno espellendo migliaia di ricercatrici e ricercatori dopo anni di attività, di lavoro e di pubblicazioni, non potremo definire "merito" una competizione costruita su criteri che ignorano la precarietà strutturale di chi produce la maggior parte delle pubblicazioni e dei progetti.

Sul definanziamento prosperano poi interferenze esterne sempre più marcate: fondazioni private, poli industriali e persino apparati militari tramite il paradigma europeo del "dual use" che spinge la ricerca verso finalità tecnologico-militari. La semplice disponibilità di fondi diventa leva di pressione per cercare di orientare l'offerta formativa. Come nel recente caso dell'Accademia Militare di Modena che, tramite un corridoio di influenze, aveva cercato un accordo con il Magnifico Rettore dell'Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente respinto dal Consiglio di Dipartimento di Filosofia, che non ha voluto garantire le risorse di docenza. Tale accordo, se attuato, avrebbe di fatto trasformato l'Ateneo bolognese in un campo di addestramento della retorica militare.

In un contesto già minato da carichi di lavoro insostenibili, salari stagnanti, tagli ai diritti economici e sociali e con appalti al massimo ribasso, appare paradossale discutere di riforme della struttura istituzionale e organizzativa delle università o di strategie per intercettare finanziamenti destinati a bilanci ormai al collasso, mentre ciò che realmente serve è stabilizzare, assumere, finanziare.

Le università sono fatte di persone. Tutte. Chi apre le aule, chi pulisce i corridoi, chi fa funzionare laboratori, biblioteche, servizi, chi insegna e chi fa ricerca. La qualità dell'università coincide con la dignità riconosciuta a chi contribuisce alla sua funzione pubblica e non con la brillantezza dei suoi documenti strategici.

Per questo, come delegati della Cub siamo convinti che sia indispensabile considerare il sapere alla stregua di un bene comune, che la precarietà non possa essere normalizzata, che senza un finanziamento stabile e adeguato non esiste alcuna autonomia possibile dell'università e della ricerca.

Allora pensiamo indispensabile aprire una discussione nel mondo universitario perseguendo alcuni obiettivi, ad esempio

– ribadire che l'Università rifiuta la guerra rafforzando invece il boicottaggio accademico contro chi è complice in genocidio e guerre;

– contro la più grande espulsione di massa nella storia della ricerca universitaria, con la scadenza di decine di migliaia di contratti precari; una deroga ai tetti di spesa per assumere migliaia di precari da qui a un paio di anni

– contro le nuove direttive governative che vogliono disciplinare gli Atenei;

- assunzioni e aumenti salariali di almeno 500 euro al mese con scatti biennali automatici, 

-per un’Università pubblica e adeguatamente finanziata.

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Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.

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