I proclami trionfalistici di Trump all'ONU nascondono la fine dell'ordine unipolare
"Siamo più forti che mai": l'autosuggestione di Washington mentre il peso dei BRICS e del Sud Globale ridisegna la mappa del potere mondiale
Donald Trump è salito al podio dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il suo discorso all'81ª sessione e ha scelto di parlare al mondo con il tono di chi non ha dubbi: gli Stati Uniti sono tornati, sono più forti che mai, e chi non sta al passo si arrangia. Peccato che il mondo intorno a lui racconti una storia parecchio diversa.
"Due secoli e mezzo dopo che la causa della libertà ha trovato casa in questo continente, posso dirvi con orgoglio che gli Stati Uniti sono tornati", ha dichiarato retoricamente Trump, aggiungendo che la nazione è oggi "più forte che mai". Il copione è ben noto: grandezza, eccezionalismo, destino manifesto. "La nostra economia è l'invidia del mondo. Le nostre forze armate sono le più potenti del mondo. La nostra tecnologia non ha rivali e siamo leader in praticamente tutto", ha continuato, assicurando che l'energia americana "rifornisce il pianeta".
Il problema, però, è che questo ritratto non regge alla prova dei fatti. Un'impero che deve ripetere a ogni piè sospinto di essere il più forte del mondo, di fatto, non lo è più. E il fatto che Trump senta il bisogno di dirlo con questa enfasi: "La nostra nazione sta crescendo, il nostro potere si sta espandendo, al nostro paese va meglio che mai e il nostro futuro è molto, molto promettente", lascia trasparire in realtà, la posizione USA nel nuovo mondo in formazione.
Il vero tema della giornata era l'Iran. Trump ha raccontato la sua versione: al momento del suo insediamento, l'anno scorso, avrebbe immediatamente avviato colloqui con Teheran. "Ho offerto loro una cooperazione economica totale in cambio della fine del loro programma nucleare [...], ma hanno rifiutato", ha detto. "Hanno rifiutato nettamente. È stato un grande errore". Il modo in cui il presidente USA presenta la questione è tutto un programma: io ti offro la salvezza, tu la rifiuti, e adesso sono guai tuoi. Una narrativa che trasforma una potenza che minaccia un altro paese in una sorta di benefattore incompreso.
Il Dipartimento di Stato ha annunciato l'evento con queste parole: "Nella sessione di quest'anno, gli Stati Uniti perseguiranno un obiettivo chiaro: generare prosperità attraverso la pace, riportando l'ONU ai suoi principi fondamentali". "Prosperità attraverso la pace" è una formula che suona bene, ma nel contesto attuale - con la tensione tra Stati Uniti e Iran in piena escalation - assume un sapore decisamente amaro. E la notizia che Trump avrebbe dovuto incontrare i leader degli Stati arabi del Golfo per discutere la fase successiva della guerra con l'Iran non fa che confermare che la "pace" di cui si parla ha un significato molto particolare.
Dall'altra parte c'è l'Iran. Il presidente iraniano Masud Pezeshkian avrebbe dovuto partecipare alla sessione giovedì insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il quale ha dichiarato in precedenza che difendere i diritti del popolo iraniano è l'obiettivo principale della sua visita a New York. Anche questa è una dichiarazione da leggere con attenzione: quando un paese sotto pressione militare parla di "difendere i diritti del proprio popolo" davanti all'ONU, sta dicendo che non intende piegarsi.
Trump, dal canto suo, ha rincarato la dose affermando che, prima dell'inizio della guerra contro l'Iran, la Repubblica Islamica aveva già sviluppato un missile capace di raggiungere l'Europa. Che sia vero o no e le intelligence occidentali non hanno mai confermato una simile capacità in modo definitivo, la funzione di questa affermazione è chiara: giustificare l'escalation, dipingere l'Iran come una minaccia esistenziale, e presentare l'aggressione come legittima difesa preventiva.
????EN VIVO: 81.ª Asamblea General de la ONU
— Sepa Más (@Sepa_mass) September 22, 2026
Estos son los países que participarán en la Asamblea General de ONU este 22/09 en la sesión matinal:????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????
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Il punto è che tutto questo armamentario retorico non nasconde il declino. Gli Stati Uniti non sono "l'invidia del mondo": sono un paese profondamente diviso, con un debito pubblico fuori controllo, infrastrutture fatiscenti e una credibilità internazionale ai minimi termini perché erosa da anni di guerre scellerate. Le loro forze armate sono costose, ma non onnipotenti, come dimostrano vent'anni di conflitti in Medio Oriente senza vittorie decisive. La loro tecnologia è avanzata, ma non è più l'unica al mondo. E l'energia USA non "rifornisce il pianeta": il mercato globale è sempre più diversificato, e i produttori del Golfo guardano ormai verso est, non verso Washington.
Quello che Trump ha offerto all'Assemblea Generale è stato, in fondo, uno spettacolo di nostalgia imperiale. Un tentativo di far credere al mondo che l'ordine unipolare sia ancora in piedi, che gli Stati Uniti siano ancora in grado di dettare le regole, che il loro potere sia in espansione e non in ritirata. Ma la realtà è che il mondo multipolare a trazione eurasiatica avanza, che i BRICS si allargano, che il Sud globale non accetta più di essere spettatore, e che nessuna quantità di retorica può fermare questo processo.
Trump ha detto che il futuro americano è "molto, molto promettente". Forse. Ma in realtà il futuro del mondo non passa più soltanto da Washington. E questo, al netto di tutte le dichiarazioni roboanti pronunciate al podio dell'ONU, è il dato che conta.


