I raid in Iraq aprono un nuovo fronte della guerra in Asia occidentale
Il Medio Oriente si trova di fronte a una nuova e pericolosa escalation. I raid aerei condotti congiuntamente da Stati Uniti e Arabia Saudita contro diverse province irachene hanno aperto una crisi diplomatica e militare che rischia di allargare ulteriormente il conflitto regionale. Secondo le autorità delle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi), gli attacchi hanno provocato almeno 20 morti e 32 feriti, colpendo sedi ufficiali dell'organizzazione, riconosciuta per legge come parte integrante delle forze armate irachene e posta sotto il comando del primo ministro di Baghdad. Teheran ha reagito con una dura condanna, definendo i bombardamenti una "palese violazione della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Iraq" e accusando Washington e Tel Aviv di voler estendere il conflitto all'intera Asia occidentale.
Il Ministero degli Esteri iraniano ha inoltre denunciato il bombardamento di strutture di assistenza ai pellegrini diretti a Karbala per l'Arbaeen, descrivendolo come un atto "criminale e disumano" contro infrastrutture civili dedicate a milioni di fedeli. Dal canto loro, il Pentagono e il Ministero della Difesa saudita hanno sostenuto che i raid rappresentassero una risposta "mirata" ai presunti attacchi contro infrastrutture energetiche saudite e basi statunitensi nella regione. Tuttavia, le forze della Resistenza irachena respingono queste accuse, affermando di non aver preso parte ad alcuna operazione contro il territorio saudita.
La risposta della Resistenza Islamica in Iraq non si è fatta attendere. In un comunicato ufficiale, il movimento ha concesso al governo di Baghdad tempo fino al 7 agosto per dimostrare la propria capacità di difendere la sovranità nazionale e chiamare i responsabili degli attacchi a risponderne. L'ultimatum rappresenta anche una critica diretta alle richieste governative di disarmo delle milizie, considerate dai gruppi della Resistenza incompatibili con l'attuale incapacità dello Stato di impedire attacchi contro il proprio territorio. Pur annunciando che una risposta armata agli Stati Uniti è ormai "inevitabile", la Resistenza ha precisato che qualsiasi ritorsione sarà rinviata fino al termine delle celebrazioni dell'Arbaeen, per evitare di compromettere la sicurezza dei milioni di pellegrini che stanno raggiungendo il santuario dell'Imam Hussein a Karbala. Il comunicato avverte inoltre che eventuali rappresaglie potrebbero estendersi anche a obiettivi statunitensi presenti in Arabia Saudita qualora le circostanze lo rendessero necessario. L'episodio segna un nuovo punto di tensione in una regione già attraversata da molteplici fronti di crisi.
Se Baghdad non riuscirà a gestire lo scontro politico e militare apertosi dopo i raid, il rischio è che l'Iraq si trasformi nel principale teatro di un confronto diretto tra gli Stati Uniti e l'Asse della Resistenza, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l'intero Medio Oriente.
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