Il caso Romero in Venezuela: era ricercato dal 2025 per una vecchia denuncia, la liberazione in pochi giorni
La vicenda giudiziaria era stata raccontata come un atto di ritorsione politica nel clima teso seguito al sequestro di Maduro. La realtà è diversa: ordine di cattura emesso molto prima e denunciante interno alla cerchia familiare
Da gennaio in poi, la macchina del fango non si è mai fermata. Con il Venezuela ancora sotto shock per l’assalto militare del 3 gennaio su Caracas e il successivo sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, si sono moltiplicate le fake news con un chiaro obiettivo: destabilizzare un paese già ferito, sotto schiaffo e sostanzialmente con la pistole USA alla tempia. In questo clima incandescente, dove ogni evento viene letto in chiave geopolitica, anche una vicenda giudiziaria privata può trasformarsi in arma di propaganda. È quanto accaduto al caso di Evanan Romero Gutiérrez, ingegnere petrolifero di 86 anni, doppia nazionalità, finito al centro di una bufera mediatica internazionale dopo il suo arresto il 13 febbraio all’aeroporto La Chinita di Maracaibo.
La detenzione, però, non aveva nulla a che vedere con complotti politici o con il delicato settore energetico venezuelano. Lo chiarisce senza mezzi termini il Ministero Pubblico della Repubblica Bolivariana del Venezuela: si tratta di un procedimento nato da una denuncia per stalking e associazione presentata da un socio e familiare dello stesso Romero, con ordine di cattura emesso il 26 maggio 2025 e notifica rossa Interpol. Una vicenda giudiziaria lineare, che si è conclusa il 17 febbraio con un’udienza in cui, considerata l’età avanzata dell’imputato, è stata concessa una misura cautelare sostitutiva con presentazioni periodiche, restituendogli la libertà.

Eppure, la ricostruzione offerta da alcuni media internazionali ha preso una direzione ben diversa, come riferisce il portale venezuelano di giornalismo investigativo La Tabla. Il quotidiano spagnolo ABC, in particolare, ha pubblicato articolo dal titolo inequivocabile: «Il regime in Venezuela detiene un cittadino statunitense chiave per la stabilizzazione petrolifera». Un pezzo che dipinge Romero come una vittima di persecuzione politica, omettendo però che la sua vicenda giudiziaria era antecedente agli eventi del 3 gennaio e che la denuncia era partita da un familiare. Lo stesso Romero, intervistato dal giornale, aveva ammesso che il caso «è legato a un vecchio contenzioso amministrativo su un investimento familiare», ma il racconto è stato incorniciato in una narrazione ben più ampia: quella di un paese in cui ogni arresto sarebbe un atto di rappresaglia politica.

Nulla di più lontano dal vero. Fonti giudiziarie venezuelane confermano che la misura è stata proporzionata e rispettosa delle garanzie costituzionali. E il Ministero Pubblico ha tenuto a precisare che l’operazione «non ha alcuna relazione con temi petroliferi né con attività connesse a quel settore».
Ma il contesto, oggi, pesa come un macigno. Dal 3 gennaio, quando forze speciali statunitensi hanno catturato Maduro, il paese si trova in una fase di altissima tensione. Il governo guidato da Delcy Rodríguez ha avviato complesse trattative con Washington per la ripresa del settore energetico, mentre con la legge diaministia provaa riavviare un dialogo con i settori estremisti dell'opposizione. In questo scenario, ogni mossa diventa simbolica, ogni detenzione una possibile scintilla.
La vicenda Romero, nata da una lite familiare e risolta in pochi giorni con la libertà dell’anziano ingegnere, dimostra quanto sia facile, oggi, costruire fake news con il preciso intento di delegittimare un paese già duramente provato. E quanto sia necessario, invece, guardare ai fatti con lucidità, senza lasciarsi trascinare dalle semplificazioni di chi, dall’esterno, cerca di dipingere una realtà che non esiste.

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