Il consigliere di Trump Peter Navarro al FT spiega la logica dei dazi USA
Peter Navarro rilancia la dottrina commerciale di Trump: dazi speculari contro squilibri storici e barriere nascoste. Il dibattito su chi davvero scrive le regole del commercio globale.
Oggi sul Financial Times Peter Navarro consigliere di Donald Trump per il commercio ha spiegato la logica dei dazi americani. Navarro critica il sistema commerciale internazionale, descrivendolo come ingiusto e sbilanciato contro gli Stati Uniti. Sottolinea come, a causa delle regole del WTO (e.g. la "clausola della nazione più favorita"), i partner commerciali degli USA impongano dazi più elevati e barriere non tariffarie punitive, mentre gli Stati Uniti impongono tariffe medie basse (3,3 per cento). Questo squilibrio, unito a pratiche come la manipolazione valutaria, i sussidi alle esportazioni e il furto della proprietà intellettuale, ha prodotto a deficit commerciali cronici, perdita di posti di lavoro manifatturieri e stagnazione dei salari.
La soluzione proposta è la dottrina dei dazi reciproci di Trump, che imporrebbe tariffe pari a quelle applicate agli USA, con l'obiettivo di ripristinare equità e costringere gli altri Paesi a negoziare. L'articolo accusa l'UE, la Cina e altre economie di eludere le regole (es. blocco alle importazioni di carne statunitense trattata con ormoni) e chiede azioni contro le barriere non tariffarie e il transito di merci cinesi attraverso Paesi terzi (come Vietnam e Messico).
Conclusione: Navarro critica l'UE e la Cina e molti altri per pratiche sleali e mancato rispetto delle regole WTO e quindi, conclude, il WTO favorisce ingiustamente i partner commerciali degli USA perche’ dazi alti e barriere non tariffarie danneggiano l'economia americana che dal 1976 al 2024 ha accumulato un deficit commerciale, equivalente ad un trasferimento di ricchezza all’estero, di 20 mila miliardi di dollari. La risposta è "occhio per occhio": dazi reciproci per bilanciare il sistema.
Leggendo l’articolo tornano in mente le anomalie del sistema della parità aurea che venne manipolata per favorire interessi nazionali.
In teoria, la parità aurea imponeva una disciplina di comportamento legando la valuta all'oro e cosi’ facendo introduceva un sistema di aggiustamento automatico, ma in pratica i Paesi spesso sospendevano la convertibilità (es. durante le guerre), le banche centrali sterilizzavano i flussi d'oro (neutralizzandone l’impatto con politiche monetarie) per evitare recessioni, minando cosi’ gli aggiustamenti automatici del sistema oppure svalutavano le monete per favorire le esportazioni. Ed ecco alcuni esempi.
Le economie forti imponevano il sistema della parità aurea a nazioni più deboli, costringendole a adottare valute legate all’oro, spesso a loro svantaggio. Nel XIX secolo Londra la impose alle colonie e alle nazioni deboli, legando de facto le loro valute alla sterlina. Questo permetteva alla Gran Bretagna di controllare i flussi commerciali e finanziari. L’India britannica fu costretta a legare la rupia all’argento prima e all’oro poi, favorendo le esportazioni di materie prime verso il Regno Unito a scapito dell’economia locale.
Negli anni Venti la Francia accumulò grandi riserve auree svalutando il franco per favorire le esportazioni. Parigi si rifiutò di espandere la circolazione monetaria nonostante l’afflusso d’oro, creando cosi’ la deflazione degli anni Trenta in Europa.
Nel 1931 il Giappone abbandonò la parità aurea prima di altre potenze, svalutando lo yen per favorire le esportazioni del settore tessile e industriale, danneggiando concorrenti come la Cina.
La manipolazione dei WTO e’ simile. Sebbene presentati come strumenti di "equità", i dazi possono essere applicati in modo selettivo per colpire Paesi specifici. Ed ecco alcuni esempi:
La Cina usa dazi differenziati per proteggere settori strategici (es. acciaio, alluminio) mentre mantiene barriere non tariffarie (es. standard tecnici, licenze) per limitare l’import di auto europee. Nel 2020, Pechino ha imposto dazi del 200 per cento sul vino australiano in risposta a critiche politiche, usando il commercio come arma geopolitica.
Dagli anni Novanta ad oggi l’Unione Europea applica dazi elevati su prodotti agricoli (es. carne, zucchero) per proteggere il mercato interno o nazioni ‘privilegiate’, ad esempio, i dazi sulle banane dai Paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) hanno favorito ex colonie francesi e britanniche, a scapito dei produttori latinoamericani.
Dal 2025 l’India alza i dazi su elettronica e tessili per spingere la produzione locale ("Made in India"), ma aggira le regole WTO definendoli "misure di sicurezza nazionale".
I Paesi aggirano i dazi anche con escamotage geografici (es. trasbordo di merci attraverso nazioni terze come il Vietnam o il Messico).
Entrambi i sistemi sono stati idealizzati come auto-regolanti (la parità aurea tramite i flussi d’oro, i dazi tramite la "reciprocità"), ma in realtà le grandi potenze li hanno piegati o violati quando le regole erano scomode.
La manipolazione della parità aurea era monetaria (svalutazioni, sospensioni), quella dei dazi è politico-commerciale (targeting geopolitico, esenzioni, barriere non tariffarie), ma i risultati sono gli stessi, il sistema di aggiustamento automatico non funziona piu’.
Pur essendo diversi, entrambi i sistemi sono manipolabili per l’interesse nazionale dei Paesi più forti a conferma che nessun sistema è davvero neutrale—le grandi potenze riscrivono le regole a loro vantaggio.


