Il diesel europeo verso nuovi record: l’ennesimo conto della guerra
Il mercato europeo del diesel è entrato in una fase di tensione che rischia di trasformarsi nell’ennesimo conto salato per famiglie e imprese. Il prezzo medio alla pompa nell’Unione Europea ha raggiunto il record storico di 2,23 euro al litro, mentre nel Regno Unito il diesel è arrivato a 199,18 pence, superando il precedente massimo del 2022. Ma il dato più significativo arriva dal mercato all’ingrosso. Il 15 settembre il diesel a bassissimo contenuto di zolfo consegnato nel Nord-Ovest europeo ha toccato 1.642,25 dollari per tonnellata, il livello più alto mai registrato dalla serie iniziata nel 2007. Il problema, questa volta, non riguarda soltanto il prezzo del petrolio. A essere sotto pressione è soprattutto la capacità mondiale di trasformare il greggio in prodotti raffinati.
Secondo l’AIE, i prezzi dei raffinati stanno crescendo molto più rapidamente di quelli del greggio, mentre i margini delle raffinerie atlantiche hanno raggiunto livelli record. La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran ha aggravato ulteriormente una situazione già fragile. Le esportazioni di prodotti raffinati e GPL dai Paesi del Golfo sono diminuite di quasi il 60% rispetto a febbraio e il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz rimane fortemente limitato. A questo si aggiunge la campagna di attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie. Un fenomeno che ha assunto una dimensione tale da spingere persino Donald Trump a chiedere a Zelensky di fermare gli attacchi, avvertendo che stanno creando «un problema mondiale».
Il risultato è una combinazione esplosiva: Russia e Paesi del Golfo, che a febbraio rappresentavano circa il 45% del commercio marittimo mondiale di diesel e gasolio, ad agosto esportavano complessivamente 1,6 milioni di barili al giorno in meno. Ed è qui che emerge tutta la vulnerabilità europea. Il continente dipende dal diesel per trasporti, agricoltura, costruzioni e industria, mentre una parte significativa del proprio fabbisogno deve essere coperta attraverso importazioni. A rendere il quadro ancora più delicato c’è poi Washington. Gli Stati Uniti sono diventati una delle principali fonti alternative per il mercato europeo, arrivando a destinare circa 360.000 barili al giorno di diesel all’Europa nel terzo trimestre del 2026. Ma proprio quando l’Europa ha maggiore bisogno di queste forniture, Trump valuta una possibile stretta sulle esportazioni statunitensi. Una scelta pensata per aumentare l’offerta interna statunitense che rischierebbe però di sottrarre ulteriore prodotto al mercato internazionale. Secondo le stime di Goldman Sachs, ogni settimana di restrizioni potrebbe aumentare di circa 3 dollari al barile il prezzo all’ingrosso del diesel europeo.
L’Europa si ritrova così davanti alla conseguenza più concreta della propria fragilità energetica: quando le rotte si interrompono, le raffinerie vengono colpite e i grandi esportatori riducono le forniture, a pagare il conto non sono soltanto i mercati finanziari. Sono i camion, i trattori, le fabbriche, la logistica e, alla fine della catena, i cittadini comuni.
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