Il futuro dell'euro non verrà deciso ad Atene, ma a Roma e Madrid

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Il futuro dell'euro non verrà deciso ad Atene, ma a Roma e Madrid

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Gideon Rachman in Greece has won Europe a respite - now it must use it, analizza le conseguenze per il futuro della zona euro della formazione del governo filo europeista di Samaras in Grecia. Il primo aspetto da sottolineare è il grande sospiro di sollievo di Bruxelles – con la vittoria del partito di estrema sinistra Syriza si sarebbe infatti immediatamente provocata una crisi – ma l'Europa non è definitivamente uscita dal tunnel, tutt'altro. Secondo il Columnist del FT, infatti, da tempo il problema focale su cui ruota la continuazione dell'esperimento della moneta unica non è Atene, ma il futuro economico-finanziario della Spagna e dell'Italia. 
Da questo punto di vista, il positivo clima generato dalle elezioni greche dovrebbe essere utilizzato per fornire un approccio più deciso sulla trasformazione dell'unione a livello bancario, finanziario e politico. La posizione tedesca rimane comunque ferma sull'argomento: al momento non ci sono le condizioni per procedere ad un livello d'integrazione tale da poter rendere comune il debito complessivo europeo. Più tempo passa, però, e maggiori saranno i sacrifici richiesti a livello di conti pubblici: se l'Europa non può arrivare ad un'unione politica, i suoi leader devono immediatamente pensare al piano B - tornare nel modo meno drammatico possibile alle monete nazionali.
Bruxelles esclude a priori quest'ipotesi. L'UE ha al momento le risorse per mantenere la Grecia nella moneta unica, ma non per quel che riguarda Spagna ed Italia, i cui eventuali salvataggi sarebbero troppo onerosi. Per questo l'evento recente più significativo per la crisi della zona euro non è stata la vittoria di Samaras in Grecia, ma il salvataggio da 100 miliardi di euro delle banche spagnole, che ha dimostrato agli investitori internazionali come la Spagna da sola non possa rifinanziare il proprio settore creditizio ed è quindi pericolosamente vicina dal dover richiedere un salvataggio di sovranità completo. Si tratterebbe di un prestito da 500 miliardi di euro minimo, vale a dire l'intero firewall costruito dall'UE per contenere la crisi. La situazione dell'Italia, del resto, non è molto migliore. Nonostante un deficit primario molto piccolo, inferiore a quello dell'Inghilterra, il debito complessivo è da quasi 2 mila miliardi di euro, pari al 120% del Pil: il paese è quindi soggetto a prestiti da centinaia di miliardi dai mercati ogni anno per coprire le solvenze. Fondo Monteraio Internazionale e Unione Europea non potrebbero mai essere in grado di sostenere il debito italiano e ci stiamo pericolosamente avvicinando, sottolinea Rachman, al momento in cui anche l'Italia non potrà più aver pieno e libero accesso ai mercati finanziari. 
Ci sono ancora politici in Germania che credono che un'uscita caotica della Grecia potrebbe avere un effetto positivo per il resto dell'Europa, dimostrando che non esista alternativa all'austerità. Alcuni operatori finanziari assicurano come non ci sia pericolo di contagio, perché gli istituti di credito hanno avuto molto tempo per assicurarsi dall'uscita della Grecia dall'euro. Questa resta tuttavia una posizione minoritaria: per molti analisti l'aspetto più drammatico della “Grexit” è che una volta che gli investitori capiscono che un paese può lasciare l'euro, aumenteranno le pressioni su Italia e Spagna, fino al momento in cui dovranno aver bisogno di un piano di salvataggio a livello europeo, il che renderebbe la fine dell'esperimento euro un fatto irreversibile.

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