Il giallo degli accordi di Anchorage divide Mosca e Washington
Il confronto diplomatico tra Mosca e Washington sul dossier ucraino si arricchisce di un nuovo capitolo. A riaccendere il dibattito sono state le dichiarazioni del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, secondo cui il vertice tra Vladimir Putin e Donald Trump, svoltosi ad Anchorage il 15 agosto 2025, si sarebbe concluso senza alcun accordo sulla crisi ucraina, ma soltanto con la presentazione di alcune proposte. Una ricostruzione contestata apertamente dalla diplomazia russa, che sostiene invece che quelle proposte furono accettate da Mosca e che rappresentavano la base di un'intesa politica successivamente disattesa dagli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha definito "poco elegante" l'affermazione di Rubio, osservando che è necessario chiarire cosa Washington intenda per "accordo". Secondo il capo della diplomazia russa, pochi giorni prima del summit l'inviato speciale statunitense Steve Witkoff aveva consegnato personalmente a Mosca le proposte elaborate dall'amministrazione Trump. Durante l'incontro di Anchorage, ha spiegato Lavrov, Putin le avrebbe ripercorse punto per punto chiedendo conferma allo stesso Witkoff, presente al colloquio, che ne avrebbe riconosciuto la corrispondenza.
Per Mosca, dunque, il fatto che una parte presenti una serie di proposte e che l'altra le accetti costituisce già un accordo politico, indipendentemente dalla successiva formalizzazione. Da qui la critica rivolta alle dichiarazioni di Rubio, accusato di minimizzare quanto effettivamente emerso dal vertice in Alaska. La questione assume particolare rilevanza alla luce delle dichiarazioni rese negli ultimi giorni dallo stesso segretario di Stato USA. Da un lato Rubio ha sostenuto che gli Stati Uniti sono pronti a svolgere un ruolo costruttivo nel favorire una soluzione negoziata del conflitto, purché ne abbiano l'opportunità. Dall'altro, in un'audizione al Congresso, ha affermato che Washington non può essere considerata un mediatore imparziale poiché sostiene militarmente l'Ucraina. Per Lavrov, queste due posizioni appaiono difficilmente conciliabili. Se gli Stati Uniti intendono favorire il dialogo tra Mosca e Kiev, osserva il ministro russo, tale disponibilità assume inevitabilmente le caratteristiche di una proposta di mediazione. Proprio per questo, secondo il capo della diplomazia russa, è necessario chiarire quale ruolo Washington intenda realmente svolgere nei futuri negoziati. Sulla stessa linea si è espresso anche il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Pur ribadendo che gli Stati Uniti non possono essere considerati "assolutamente neutrali" finché continuano a fornire armi, tecnologie e assistenza militare all'Ucraina, il Cremlino ritiene che l'influenza esercitata da Washington sia proprio l'elemento che potrebbe renderne utile il coinvolgimento nel processo negoziale.
Secondo Peskov, Mosca valuta positivamente la volontà espressa dal presidente Donald Trump di riportare il conflitto su un percorso diplomatico e non ha ricevuto alcun segnale ufficiale che indichi un abbandono di questo impegno da parte dell'amministrazione statunitense. Il portavoce ha ricordato inoltre che Trump avrebbe confermato l'intenzione di rilanciare gli sforzi diplomatici sul dossier ucraino una volta conclusa la gestione della crisi con l'Iran. Il Cremlino ha inoltre respinto le recenti dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti non potrebbero più essere considerati un mediatore neutrale. Peskov ha osservato che non spetta al capo dell'Eliseo interpretare la posizione di Washington e che, fino a questo momento, dagli Stati Uniti non sono giunte comunicazioni ufficiali che smentiscano la disponibilità a svolgere un ruolo di mediazione. Le dichiarazioni di Lavrov si inseriscono anche nel dibattito aperto dalle parole del consigliere presidenziale russo Jurij Ushakov, secondo il quale Mosca ritiene che gli impegni assunti ad Anchorage non siano stati rispettati dalla controparte americana. Secondo questa ricostruzione, la Russia avrebbe continuato ad attenersi agli accordi raggiunti durante il vertice, mentre Washington non sarebbe stata in grado di dare seguito alla parte di propria competenza.
Ne emerge un quadro diplomatico caratterizzato da profonde divergenze interpretative. Per Mosca, il summit di Anchorage ha prodotto un'intesa politica fondata sulle proposte avanzate dagli Stati Uniti e accettate dalla Russia; per Washington, invece, quelle discussioni non avrebbero avuto valore vincolante e non si sarebbero tradotte in alcun accordo formale. Una differenza di lettura che conferma ancora una volta l’inaffidabbilità degli Stati Uniti pronti a cambiare repentinamento posizione in base alle esigenze geopolitiche contingenti.
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