Il "golpe" dell'Isis contro i talebani: "plausibile" una penetrazione dello Stato Islamico in Afghanistan e Iraq

Per l'Isis, al contrario di Al-Qaeda e taliban, il jihad è globale e dunque speculare all'obiettivo imperialista.

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Il "golpe" dell'Isis contro i talebani: "plausibile" una penetrazione dello Stato Islamico in Afghanistan e Iraq

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di Augusto Rubei

Nonostante le voci mai confermate sulla sua morte, a giugno il Mullah Omar era ancora vivo e vegeto. Se ne stava a Quetta, indisturbato, insieme a una dozzina di signori della guerra a predicare sermoni e profezie. O almeno queste, insieme ad altre, erano le ipotesi sul tavolo della Casa Bianca. Tutto era possibile.
 
Ecco perché quando allora, i taliban, scrissero ad Abu Bakr al Baghdadi, lo fecero con una certa supponenza, intimandogli di non mettere piede a casa loro e precisando che "il jihad contro gli americani e i loro alleati dovrebbe essere condotto sotto un'unica bandiera", quella loro e del mullah Omar, appunto. La lettera portava una firma importante nella galassia dell'Islam radicale: Akhtar Mohammed Mansour, braccio destro di Omar. E giungeva negli stessi giorni in cui le milizie talebane si scontravano con la controparte dell'Isis nell'est del Paese.
 
Dicono fossero giorni di tensione, quelli. Ma oggi molte cose sono cambiate, peggiorate, e l'Isis si prepara a sbancare uno dei territori più contesi di sempre, teatro di una guerra che rischia di lasciare solo un grande vuoto di potere, sulla scia degli errori commessi già in Iraq e Libia.
 
La morte del Mullah Omar, confermata poi a luglio dagli stessi talebani, apre la strada a una possibile ascesa dell'Isis. Uno scenario che i nostri servizi di intelligence considerano "plausibile" e che in futuro vedrebbe il Califfato dello Stato Islamico espandersi fino alla proclamazione di un nuovo governatorato, esteso tra Pakistan, Afghanistan e Iran, fin giungere alle repubbliche dell'Asia centrale (il "Wilayat Khorasan").
 
Del resto il gruppo è già penetrato in alcun ambienti jihadisti della regione. A novembre c'è stata la nomina di Abdul Rahim Muslim Dost, un ex detenuto di Guantanamo, come emiro ad interim del Khorasan, mentre in estate un gruppo di militanti qaedisti vicini a Gulbuddin Hekmatyar, leader di Hizb-e-Islami (una delle prime milizie nate in Afghanistan per combattere l'occupazione sovietica negli anni '70) ha cambiato bandiera e giurato fedeltà all'Isis.
 
Poi c'è un'altra ragione, di natura teologica, che spiegherebbe un possibile "golpe" nei confronti dei talebani. Fino al giorno dell'annuncio della sua morte il Mullah Omar era infatti l'unico "Amir al-Mumineen" ("Comandante dei Fedeli") della sfera jihadista che poteva sfidare le credenziali del neo-califfo di Mosul, mentre lo stesso al Zawahiri, al contrario, non ha mai vantato titoli o riconoscimenti, rinnovando di volta in volta il suo sostegno proprio all'Emirato afghano.
 
Sostanzialmente la differenza tra i due gruppi in Afghanistan si articola in una rivalità unidirezionale: al Qaeda e i talebani in passato si sono sempre mostrati disposti a compromessi con i propri nemici interni, nonostante le differenze ideologiche e religiose. Un esempio su tutti furono le divergenze messe da parte con la scuola Deobandi. Ma l'Isis ragiona in altri termini: il jihad globale è un discorso strettamente connesso al processo di state-building voluto da al Baghdadi, e dunque speculare all'obiettivo imperialista.

Fonte: Huffinghtonpost

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