Il grande bluff del conflitto tra giovani e anziani: chi guadagna davvero dal taglio delle pensioni

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Il grande bluff del conflitto tra giovani e anziani: chi guadagna davvero dal taglio delle pensioni

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La vera sfida per i prossimi anni sarà la tenuta del sistema previdenziale, minacciato dal progressivo innalzamento dell’età pensionabile e dall’aumento costante del numero di anziani che lasciano il mondo del lavoro per sopraggiunti limiti di età.

È ormai acclarato che le riforme previdenziali nascono con l'unico obiettivo di tagliare la spesa pubblica, depauperando gli assegni futuri attraverso il sistema contributivo, che ha definitivamente soppiantato il vecchio metodo retributivo, liquidato come "troppo vantaggioso". Le pensioni di domani, infatti, si pagano con i contributi di chi lavora oggi, secondo il meccanismo della "ripartizione". Il vero ostacolo attuale è però la mancanza di coesione sociale, alimentata ad arte attraverso un finto conflitto intergenerazionale. Si tratta di una frattura creata a tavolino per accelerare la transizione al contributivo, terrorizzando i cittadini con lo scenario distopico di un'Inps svuotata e senza risorse.

Il sistema a ripartizione nacque nel 1952: il fascismo aveva dilapidato le casse pubbliche con l'economia di guerra e questo modello apparve come l'unica soluzione per garantire la tenuta previdenziale ed evitare gravissimi conflitti sociali. Oggi, però, l'aumento dei pensionati rispetto alla forza lavoro attiva rischia di far saltare l'equilibrio tra entrate e uscite. Non va dimenticato che quel 33% di contribuzione sulla retribuzione lorda imponibile è a carico dei datori di lavoro per quasi il 24%, una quota da sempre giudicata eccessiva dal padronato.

Allo stesso tempo, molti dimenticano che una buona parte degli attuali assegni previdenziali supera di poco i 1.000 euro al mese, a fronte di tasse pagate dai pensionati che ammontano a circa 53 miliardi di euro: un ritorno economico pesantissimo per le casse dello Stato.

In prospettiva, lo scenario si fa cupo. Non solo l'importo degli assegni è destinato a crollare a causa di carriere frammentate, lunghi periodi di disoccupazione e part-time involontari, ma l'età di uscita dal mondo del lavoro potrebbe slittare stabilmente verso i 70 anni, magari incentivando su base volontaria chi decide di posticipare il riposo. Nel frattempo, il Paese deve fare i conti con un drammatico crollo demografico e con l'esplosione dei contratti part-time, fattori che riducono sia i contributi versati oggi, sia il valore delle pensioni di domani.

Le previsioni a lungo termine sono tutt'altro che incoraggianti: da qui a vent'anni la spesa previdenziale aumenterà di un punto e mezzo in percentuale rispetto al PIL, mentre resta un'enigma quanti saranno i futuri occupati. È esattamente su questo crinale che si giocherà la scommessa dei prossimi lustri.

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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